Giovanni De Castro

scrittore, giornalista e drammaturgo italiano

Giovanni De Castro (1837 – 1897), giornalista, scrittore, drammaturgo, storico e docente italiano.

Giovanni De Castro

Vecchie utopieModifica

IncipitModifica

L'uomo sofferente, o annoiato, non da oggi ricovera nell'illusione e nel sogno. Il malcontento che adesso tormenta gli spiriti non fu sconosciuto neppure alle primitive società, e non ha poco influito a fare immaginare luoghi e condizioni e cose al tutto diverse dalle attuali: del quale bisogno si giovarono anche le religioni e l'arte. Però fra gli antichi e i moderni avvi spiccata differenza: la credulità degli uni allogava uno stato più perfetto nel passato: la speranza degli altri colloca ogni possibile avanzamento e miglioramento nell'avvenire.

CitazioniModifica

  • Roberto Owen sentiva in sommo grado la repugnanza di fondare la speculazione industriale sulla salute dell'operaio. Ciò è inumano. Di una ricchezza cementata da umane vite si deve avere orrore; e, talvolta, la maledetta avidità dell'oro dà corso a molti sofismi in proposito, e occhi vili si dilettano di noverare e cumulare monete di cui ciascuna è il prodotto di stenti imposti e di energie anzi tempo consunte. (Nuova Armonia, pp. 149-150)
  • Le nozioni metafisiche di cui Enfantin invaghisce sono di scuola tedesca e cascano nel panteismo: «Dio è uno, è tutto che esiste, tutto è in lui e da lui, tutto di lui». Ma il punto essenziale della riforma sansimoniana è la riabilitazione della materia o della carne; si reagiva contro l'ascetismo, si legittimavano i piaceri, il lusso, le eleganze.
    Abbellita in ogni guisa la vita terrena, ripugnava meno di negare la vita di oltre tomba, ed Enfantin faceva consistere l'immortalità in una specie di trasmigrazione di idee e di anime. San Paolo rivive nel patriarca Enfantin, e questi rivivrà in un altro migliore di lui!! (Nuovo Cristianesimo, pp. 240-241)
  • Enfantin voleva giungere alle estreme applicazioni. Fedele al concetto di niente reprimere e di tutto soddisfare, egli mirava a far entrare nei costumi l'apoteosi della gioia e del lusso, delle feste, della galanteria; gli pareva che nemmeno questi impulsi avessero a rimanere infruttuosi per il bene comune. Era tempo che si legittimasse, pur disciplinandolo, anche il piacere, cessando di adulare il dolore e la rassegnazione, e di considerarli necessari e provvidi: insomma un rovesciamento completo delle idee morali che hanno conferma nella coscienza e nelle credenze religiose. (Nuovo Cristianesimo, p. 252)
  • Nato bottaio, avviato maestro, riuscito giurista – e adesso slanciato nel gran mondo parigino – egli [Étienne Cabet] è anzitutto settario, carbonaro, anzi uno dei capi di questa Società segreta, e accoglie con disdegno la Ristorazione borbonica: egli si associa ai nemici della medesima d'ogni colore, fossero pure napoleonisti. (Icaria, p.262)
  • Un ingegno bizzarro, eteroclito, versatile e versipelle, il fiorentino Antonfrancesco Doni, già frate, poi smonacatosi, per furore di vita sciolta e libertina, poi stampatore a Firenze, quindi in Venezia poligrafo e adulatore smaccato di potenti; amico dell'Aretino, e in troppe cose a lui somigliante; questo Doni, dico, inquieto, litigioso, violento, è tutto fuoco verso la società nel cui mezzo s'aggira e di cui sfrutta i vizi e le debolezze, e formula contro di essa un atto d'accusa, che si direbbe scritto oggi, del quale (se fosse consentito dare così grande valore ad una voce solitaria, sperduta) si direbbero un'eco le odierne proteste. (Un socialista italiano del Cinquecento, pp. 303-304)

Incipit di alcune opereModifica

I processi di Mantova e il 6 febbrajo 1853Modifica

La restaurazione austriaca in Lombardia, nell'agosto del 1848, si compiva fra tali circostanze da lasciare intendere la piena e deliberata riluttanza del paese: all'appressarsi dei nemici, fitte schiere uscivano dalle mura cittadine e accompagnandosi all'esercito piemontese in ritirata, rifiutavano la vista delle odiate assise, protestavano in modo davvero disusato e straordinario contro la nuova servitù. Il 6 agosto migliaia e migliaia di famiglie milanesi, fra le più note e le più cospicue, s'affollavano sulla strada di Magenta, in traccia di un libero fiume, che si sperava avesse cessato per sempre di segnare il confine fra due regioni sorelle[1].
Oltre che l'orrore per il ritorno di un passato, che tutti i cuori maledivano, si sarebbe detto che la popolazione, nella dura impotenza di prolungare la difesa o di tentare subito la rivincita, provasse il bisogno di menomare al trionfatore il prestigio della vittoria, e di scemarne anche il prezzo: se ciò fosse stato possibile, tutta quanta si sarebbe versata nella vicina terra ospitale, a cui oramai ci univano vincoli indissolubili di amore e di dolore.

Milano nel SettecentoModifica

Il monotono e uggioso Seicento volgeva alla fine, e s'avvicinava a gran passi un nuovo secolo. Benché la trista esperienza del passato avesse dovuto disabbellire in noi le aspettative, che danno valore a questi grandi passaggi del tempo, pure notavasi in molti quella vaga ansietà, che suole precedere la comparsa di un nuovo ciclo di anni. E codesta ansietà era accresciuta dalle notizie che si diffondevano in Europa, e che, variamente stravolte, giungevano anche alle nostre orecchie. Si prevedeva una grande catastrofe. Il nostro re Carlo II di Spagna era infermiccio, e poteva mancare d'ora in ora: già litigavano le potenze per la divisione delle opime spoglie: già si apparecchiavano leghe e contro leghe; e perfino nell'Escuriale[2] si tendevano insidie o si ordinavano macchinazioni per prevenire gli eventi o per volgere a proprio benefizio i vacillanti voleri di un moribondo.
A chi sarebbe toccato il Milanese?[3]

Storia di un cannoneModifica

La guerra fu primamente un giuoco brutale di forze non disciplinate dalla scienza. I nemici s'affrontarono coll'impeto di selvagge passioni; ricorsero per nuocersi, per uccidersi ai primi mezzi che loro si pararono davanti; nessuna stabile norma ebbe a governare le pugne, nelle quali prevalse quasi sempre la fisica gagliardia o il cui esito fu dovuto alla cieca fortuna.
Poco a poco l'intelligenza intervenne anche in questa parte dell'umana operosità per mitigarne gli orrori, per guidarne i moti, per accertarne i fini e le leggi.
Nell'ora medesima in cui la febbre dell'odio o la concitazione del pericolo sale a turbare il tranquillo giudizio della mente; nel punto medesimo in cui alla forza sola sembrano commessi i destini della vita; l'intelligenza pronunciò i suoi decreti e furono osservati.
La guerra cessò poco a poco d'essere un trastullo inumano per divenire una necessità dolorosa, una scuola tremenda.

Ugo FoscoloModifica

È degli uomini come delle idee. Se buone, se generose, se forti, benché contrastate grandeggiano, anzi, perché contrastate, grandeggiano. Ieri sconosciute o derise, domani regnano. Gli uomini, la cui esistenza fu un rimpianto di un'antica grandezza e il presentimento di una nuova, e che, sortiti a vivere in un periodo di transizione, furono combattuti da supreme irrequietudini e da sublimi e insoddisfatte aspirazioni – questi uomini che appartengono a due età, quasi una sia poca al loro genio e alla potenza idealizzatrice della loro anima – coll'andare degli anni rilevansi nel concetto del popolo, e sorgono al cospetto dei posteri come in atmosfera di luce e di poesia.

NoteModifica

  1. Piemonte e Lombardia, divise dal fiume Ticino.
  2. Il monastero dell'Escorial, residenza e pantheon dei re di Spagna.
  3. Il Ducato di Milano fece parte dell'Impero spagnolo dal 1535 al 1714.

BibliografiaModifica

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