Fabio Delizzos

scrittore italiano

Fabio Delizzos (1969 – vivente), scrittore italiano.

Incipit di alcune opereModifica

La setta degli alchimistiModifica

Dall'alto del campanile si poteva godere la vista del sole che tingeva di rosso il fondo del cielo. Presto sarebbe apparso il disco bianco della luna. E poi, la notte più nera che si fosse mai vista.
Il campanaro seguiva il corso del sole con pazienza, in attesa del tramonto, guardando in basso solo di tanto in tatnto, per osservare la folla che gremiva sempre più il sagrato.
La gente aveva iniziato ad accorrere già dal primo pomeriggio, e questo perché erano in molti a Bologna a non aver mai assistito a un Atto di Fede.
Col passare delle ore, la piazza veniva costretta alla ressa: vecchi, bambini, intere famiglie arrivavano con le sedie in mano, si stringevano, sgomitando, avvicinandosi gli uni agli altri, rendendo sempre più fitta anche la trama delle notizie che, con una tale concentrazione di persone, potevano correre come saette da un angolo del sagrato a quello opposto.
E la notizia che stava partendo in quel preciso momento era di quelle che fanno aprire la bocca anche a chi le riceve: il programma prevedeva le torce notturne.
Nessuno degli astanti ne aveva mai vista una, però tutti ne avevano sentito parlare: gli uomini, alla locanda, dove viadanti e viaggiatori raccontavano fatti incredibili in cambio di un giro di buon vino; le donne, invece, a casa, quelle rare volte in cui gli uomini, di ritorno dalla locanda, non erano tanto ubriachi da dover rimandare il racconto al giorno dopo, quando ormai ogni ricordo della sera precedente sarebbe svanito o avrebbe perso ogni credibilità.
La notizia eccitò la folla all'istante.
Il campanaro avrebbe voluto sapere cosa agitava la gente, perché da lassù sembrava avessero sollevato un masso scoprendo una miriade di insetti nervosi.

La cattedrale dell'AnticristoModifica

Torino, dicembre 1888

Appare l'aura soffice dei lampioni a gas in piazza Castello. Una corona di luce tenue, che a tratti si ritrae e scompare, inghiottita dal biancore intermittente dei fulmini.
I cani corrono via, spaventati dai tuoni che echeggiano. La pioggia frigge sui tetti delle carrozze, che passano veloci, mentre il vento canta sulle note ovattate delle piccole orchestrine chiuse nei caffè.
Addio, autunno.
«Cosa le porto stasera, Herr Professor?».
Il cliente ci pensò su, muovendo gli occhi come a scorrere il menu nel pensiero, poi, con secco accento tedesco, rispose semplicemente che aveva più appetito del solito.
«Ci sono i ravioli di carne appena fatti», suggerì il giovane cameriere, chioma vaporosa e basette che gli colavano lungo le guance.
«I ravioli vanno benissimo».
«Glieli porto subito». Appianò la tovaglia con il palmo della mano vestita di bianco e vi depositò sopra una copia intosa della «Gazzetta Piemontese».

La loggia nera dei veggentiModifica

Monaco, luglio 1942

Le cime delle Alpi bavaresi, a quell'ora della sera sormontate dal sole morente, schizzavano sui finestrini del Luxuszüge SD25 come scintille d'argento.
A bordo dell'espresso notturno Monaco-Berlino, vanto della società ferroviaria tedesca Mitropa, era ora di cena. I tavoli della carrozza ristorante, come fiori carichi di polline, attiravano api impellicciate di zibellino e un gran numero di calabroni alti e biondi con la divisa delle SS.
E industriali. Professori. Uomini d'affari. Con consorti e accompagnatrici.
«Faremo sosta a Saalfeld».
L'uomo che aveva parlato portava al dito l'anello con il teschio. Sul suo collo, appena sotto il pomo d'Adamo pronunciato, gravala la croce nera, tra i baveri della giacca con il doppio fulmine e le mostrine di grado. Di fronte a lui era seduta una donna la cui bellezza lo distraeva dalla lettura.
«A chi scrive?», le chiese richiudendo il libro e poggiandolo sul tavolino accanto alle posate: L'ultima regina di Atlantide, di Edmund Kiss.

La stanza segreta del PapaModifica

Venezia, lunedì 5 gennaio 1756

Anche quella mattina Venezia si era svegliata, e all'alba pullulava già di voci e di odori.
Il Canal Grande era un intrico di gondole nere, un continuo tonfare di remi nell'acqua, un frenetico sciabordio di scafi.
Bellerofonte Castaldi, notaio investigatore dei Signori della Notte, correva nell'aurora, muovendosi e ansimando all'interno di una veduta pittorica che pareva un'opera del Canaletto.
Inseguiva più velocemente che poteva le nuvole di vapore prodotte dal proprio respiro.
Ma non solo.
Inseguiva anche un uomo, un'ombra squallida in fondo alla calle.
Correva, impacciato da un abbigliamento poco appropriato alle circostanze: una marsina turchese con la coda che sobbalzava a ogni passo, i calzoni di velluto al ginocchio indossati in tutta fretta, le calze di seta bianche e le scarpe con i tacchi, che rendevano tutto più scivoloso, i capelli lunghi legati male, che cadevano sugli occhi. Il sonno e i fumi del vino ancora non si erano diradati... Si poteva ben dire che non fossero le condizioni ideali per saltare da una finestra irradiata dai primi raggi del sole a un ponte ancora immerso nella notte, da una calle a una barca e da una barca a una calle, ma Bellerofonte non aveva intenzione di lasciarsi sfuggire quell'ombra.

Il libro segreto del GraalModifica

Charbonnières, Contea di Moriana
Nell'anno dell'incarnazione del Signore 1209,
giorno diciottesimo di luglio, compieta

A quell'ora della notte, la taverna dell'Orso era sempre affollata. I boccali di birra volavano dalle botti alle tavole, sciabordando schiuma sui rimasugli di carne arrostita e sui formaggi, e poco dopo erano di nuovo vuoti.
La taverna più vicina al castello di Charbbonnières era un posto allegro. Merito anche di Stabelo, il figlio dell'oste, che suonava e cantava senza preoccuparsi del frastuono che lo circondava, e spesso riusciva a far tacere tutti con la sua voce e le sue storie. Se scovava qualche musico o giullare tra la clientela, di sicuro Stabelo gli offriva la cena in cambio di qualche componimento nuovo. Aveva imparato la sua arte in questo modo, raccogliendo nel tempo un vasto repertorio, e si diceva che fosse uno dei più bravi di tutta la contea. Una volta era stato chiamato a castello dal conte Tommaso, perché la contessa Beatrice desiderava ascoltarlo, avendone sentito parlare, e da quel giorno tutti lo rispettavano, e suo padre aveva smesso di considerarlo uno scansafatiche.
Anche quella sera l'atmosfera era riscaldata dalle sue melodie.

Il collezionista di quadri perdutiModifica

A fulgure et tempestate libera nos Domine.
La grande campana oscillava possente stagliandosi contro un cielo dello stesso colore. Il battaglio colpiva con forza il bronzo facendo vibrare le frasi che vi erano incise, dando loro la voce.
Soli Deo honor et gloria.
Un rintocco per scacciare gli eserciti ostili e tutte le insidie del demonio, un altro per allontanare il fragore della pioggia di ghiaccio, un altro ancora contro il turbine degli uragani, l'impeto delle tormente e dei fulmini e i tuoni minacciosi, per fermare il vento vorticoso, debellare e vincere gli spiriti delle tempeste e le potenze dell'aria.
Exaudi Domine vocem popoli tui et libera eum ab omni malo.
Ma il maligno pareva attratto dalle preghiere rivolte a Dio. Come un cacciatore di supplicanti seguiva le tracce delle sue prede e non lasciava scampo. Gli uomini avrebbero dovuto tremare in silenzio e, invece, gridavano ai quattro venti di essere in pericolo e inermi.
Il piede del birro esitò prima di toccare il corpo nudo della donna.
Nessuna reazione.
Provò ancora. Niente.
Si chinò per metterle una mano davanti alla bocca, ve la tenne alcuni istanti, poi la ritrasse asciutta.
Non respirava. Il barcaiolo che si era tuffato nel fiume per ripescarla si stava ancora strizzando i vestiti, ma la sua nudità era coperta dalla ridda di curiosi che gli facevano domande.

Il cacciatore di libri proibitiModifica

Qualcosa di maligno stava arrivando. Se ne avvertiva il gelo in quella notte torrida.
Nella cavità oscura della chiesa il fumo d'incenso si aggirava tra i pilastri simile a una nebbia fosca sulla palude, accarezzava le statue dei santi in modo lascivo, incipriava la Vergine con malizia, e quasi, nel profondo silenzio, lo si poteva udire strisciare sul crocifisso come una serpe dell'inferno.
Un candelabro posto al centro dell'altare strappava dal buio le facce di sette anziani monaci; volti severi, segnati dal tempo, affioravano come da un mare ignoto e a tratti ne venivano inghiottiti.
E poi arrivò.
Scalzo, brache al polpaccio e un camicione lungo di leggerissimo bisso nero, Angelo si fermò all'inizio della navata centrale e spalancò le braccia, come a voler risucchiare nel proprio gorgo il mondo intero.
Lo accompagnavano due uomini, anch'essi vestiti di bisso nero e brillante. Ma loro incidevano umilmente, con le mani giunte sul grembo e il capo chino.
I capelli lunghi dei tre danzavano con grazia davanti alle labbra, soffiati via da parole antiche e solenni, e il fumo d'incenso vorticò attorno alle loro figure quando cominciarono a incedere fra i ceri ardenti.
A metà della navata i due accompagnatori si inginocchiarono e dissero: «Eccoci».

La cattedrale dei vangeli perdutiModifica

Roma, 13 dicembre 1564
Le maschere bianche, tutte uguali, come moltiplicate da un gioco di specchi, sembravano fluttuare nella luce ambrata della grande sala, dove un enorme candelabro pendente dal soffitto divorava il buio in alto, e un grande camino acceso combatteva l'oscurità dal basso.
Le imposte erano chiuse, le pesanti tende di broccato tirate, in modo che non filtrasse neppure un filo di luce all'esterno. E nell'aria odorosa di fumo e cera fusa aleggiava un'ansia più intensa del solito.
Alla vendita segreta di quella notte si erano presentati tutti coloro che avevano ricevuto l'invito o, per lo meno, i loro agenti. Una ventina di uomini, tra i più ricchi della città. Agitavano i busti sulle sedie ed erano piuttosto irrequieti.
Il venditore, mascherato a sua volta, li scrutava esibendo un portamento ieratico e compensando la mancanza di espressioni facciali con gesti maliardi.
Nessuno dei presenti conosceva il suo nome: lo chiamavano semplicemente l'Antiquario. Di lui sapevano solo che potevano fidarsi e che procurava oggetti meravigliosi, i migliori.
L'Antiquario fece un abbondante inchino e disse: «Bentrovati, signori».

Il quadro segreto di LeonardoModifica

Roma, 2 maggio 1516
«Spogliati e inginocchiati, Maria Maddalena».
«Perché, reverenda madre?». La giovane clarissa si guardò attorno, come a cercare una spiegazione. I suoi occhi vedevano per la prima volta l'ambiente disadorno e umile in cui viveva la badessa: pareti candide come un crocifisso, un tavolo con delle sedie, una cassapanca, l'umile luce di una lampada a olio che si mescolava al bagliore algido della luna. «Chiedo perdono se ho commesso uno sbaglio. Io non avrei voluto».
«Sbaglio! Così lo definisci?». La badessa sfilò le mani dalle ampie maniche della veste: la destra stringeva un panno avvolto e annodato a mo' di fagotto, che emetteva uno scricchiolio metallico. «E questi, allora? Trenta scudi d'oro. Chi te li ha dati?»
«Non ne so niente».
«Erano nella tua cella».
«Io...».
«Tu hai tradito per denaro come Giuda. Per colpa tua il nostro prezioso segreto è stato violato».
«Vi sbagliate, reverenda madre».
La badessa emise un sospiro lungo e profondo, che tuttavia non bastò a espellere tutta la rabbia. «Vorrei tanto sbagliarmi», disse, e andò verso la cassapanca. Sollevò il coperchio, prese una verga sporca di sangue secco e la mostrò alla giovane.
«Che cosa volete fare?»
«Insegnarti a tacere».
«Ma io non ho avuto scelta».
«Scopri la schiena e inginocchiati».

La profezia perduta del faraone neroModifica

«Ecco qui il serpente che sta nel suo nascondiglio!» eruppe una voce profonda.
Dall'oscurità affiorò una forma umana, muscolosa, eretta.
Vedendola apparire all'improvviso sulla porta della camera da letto, il signor Calandra ebbe un tuffo al cuore, poi sbatté le palpebre nell'inconsapevole quanto assurda speranza di far andar via l'immagine. «Cosa succede?», balbettò facendosi scudo con la cassaforte d'acciaio che aveva sfilato poco prima dal pavimento, sul quale si era inginocchiato. «Chi sei?»
«Sono Khonsu, il messaggero che Unas manda per punire», rispose l'apparizione. Il suo respiro gorgogliava in modo sinistro.
«Non ti capisco». Il padrone di casa, il signor Maurizio Calandra, trentasette anni, ricco collezionista e mercante di antichità, arretrò sulle ginocchia come un penitente al contrario. «Di cosa parli?»
«Ti aspettavo. Sapevo che prima o poi saresti tornato a Torino».
Stava sognando?
Era un'allucinazione prodotta dalla paura?
«Non puoi stare qui», disse Calandra con le labbra tremolanti. «Vattene immediatamente da casa mia».
«Io sono venuto da te, o ricco di veleno, per spezzare i tuoi sogni e per stracciare le tue brame, a causa di questo male che ho tolto da me nell'isola della fiamma».
«Non capisco quel che dici». Calandra, però, capiva perfettamente che non stava sognando o avendo un'allucinazione: la sua mente non sarebbe stata capace di partorire parole come quelle; e capiva che in casa sua si era appena introdotto un uomo talmente folle e stravagante da essere, forse, perfino intenzionato a uccidere.

BibliografiaModifica

Altri progettiModifica