Enrico Filippini

giornalista svizzero

Enrico Filippini (1932 – 1988), giornalista e traduttore svizzero-italiano.

Citazioni di Enrico FilippiniModifica

  • A Ponte Brolla, abbiamo svoltato. Ho indicato a Elena la gola, detta Orrido, scavata dal fiume Maggia nella roccia. Iniziava la valle. E all'inizio della valle s'è presentata l'ombra, la grande ombra che occupa la valle nell'inverno. Immediatamente ho pensato alla grande malinconia di mia madre, ai lunghi inverni in cui deve aver pianto sulla sua vita e sul suo destino. E ho sentito l'enorme silenzio che grava su quelle eternità delle montagne. Però: se la Svizzera mi è estranea e odiosa, la Valle è al riparo. Più di ogni altra volta ho sentito che sono nato lì; e che quell'ombra è mia, e quel silenzio mio, e che sono entrambi qualche cosa di benefico e di rivelativo; nonché un senso del tempo e dell'importanza unica della nostra vita. Ho anche pensato, ma senza angoscia, all'inabissamento del tempo: ho rivisto il padre nel trenino che non c'è più, ho risentito l'odore di sigaro, così odioso che forse per causa sua fumo tutte queste tremende sigarette (come per cacciarlo via), ho rivisto la casuccia della nonna, ora ridipinta di giallo-arancione, ho rivisto le cave: nulla era perduto.[1]
  • Elena, il tempo non è infinito, purtroppo. Ma l'unica maniera di viverlo è di assecondarlo con attenzione e con intelligenza. Noi dobbiamo essere intelligenti, non stupidi, ma giusti. Perché sia "giusto" ci occorre un weilen, un indugio ricettivo, un rifiuto del vizio, o dei vizi, un'attesa attenta, un'albore di libertà.
    Elena, mi ricordo che nel quaderno tu dici che se ho vinto è contro di te. Ma non è così. Se ho vinto, ho vinto contro di me. Non sono mai stato capace, non mi sarei mai creduto capace di questo weilen, di questa passione, di questa attenzione, per quel poco che vale. Tu, qualcosa di te, un suono dentro di te, una forma di te, una latenza di te, un "tu" seminascosto mi hanno trattenuto nella mia corsa precipitosa. Mi sono dovuto fermare, vincere la mia impazienza. [...] Quello che posso dirti è che fino a qualche tempo fa la tua assenza era veramente un fort[2], ieri e oggi mi sono reso conto che è già un da[3], anche se naturalmente preferisco la tua presenza, che per me è una forma sconosciuta di rapimento e di timidezza.[4]

NoteModifica

  1. Da L'ultimo viaggio, Feltrinelli, Milano, 1991, pp. 22-23. ISBN 88-07-05081-1
  2. Lontano.
  3. Qui.
  4. Da L'ultimo viaggio, pp. 49-50.

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