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Domenico Petrini

critico letterario italiano

Domenico Petrini (1902 – 1931), critico letterario italiano.

Citazioni di Domenico PetriniModifica

  • Tutta questa produzione lirica, uscita dal ritorno umanistico ai classici e dal rinsaldamento della personalità del Rinascimento, andrà guardata non con a fronte l'ideale d'una poesia in cui un sentimento si crei intorno la commossa e pur conclusa risonanza della parola che si fa canto ma come un'espressione a volta a volta agitata ed eloquente di un'umanità che esprime per essa il suo ideale di vita: come oratoria e non come poesia. Un'oratoria il cui continuo pericolo, ma anche spesso evitato, è di finire letteratura: ma che talora, spesso, ha una voce sua.
    Guardiamo Chiabrera: in lui tutto il gusto dell'età sua: nelle canzoni, mitologia avant toute chose: ma anche Bibbia, come voleva Tasso e come aveva fatto Herrera per Lepanto e come farà Filicaia per Vienna; la vita contemporanea, levata al livello dell'antico ha un'esaltazione eroica in cui l'umano perde ogni original forma di vita e si difà nel mito.[1] (in Binni e Scrivano, p. 601)
  • Nonostante tutti i precetti pindarici confessati, volutamente e ingenuamente confessati nell'Autobiografia e nel Vecchietti, nel Geri, nell'Orzalesi, nel Bamberini, i suoi dialoghi dell'arte poetica, in Chiabrera il richiamo del mito è sempre momento dell'elogio: un trapasso di motivi per cui si esaltano, dicendole di eroi lontani, le virtù dell'eroe d'oggi.
    Un critico che di Chiabrera s'è occupato a lungo, Mannucci, ha creduto di poter trovare confessata la fondamentale falsità di questa lirica in talune parole dell'Autobiografia: «Di Pindaro si meravigliò, e prese ardimento di comporre alcune cose a sua somiglianza».
    Ma è che qui siamo proprio al centro di una poetica umanistica, per cui l'arte è soprattutto fatta di studio e di volontà: non sarebbe difficile riconoscere lo stesso spirito nella Deffence et illustration de la langue française di Du Bellay: e facile addirittura richiamare Dante con la sua distinzione, cui teneva ad oltranza, di coloro che verseggiano «casu» e coloro che scrivono «arte».[1] (in Binni e Scrivano, p. 602)

NoteModifica

  1. a b Da Seicento, Rinascimento, Umanesimo, in Dal Barocco al decadentismo, I, a cura di V. Santoli, Le Monnier, Firenze, 1957, pp. 21-25.

BibliografiaModifica

  • Walter Binni e Riccardo Scrivano, Antologia della critica letteraria, Principato Editore, Milano, 19813.

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