Daniel Picouly

scrittore e fumettista francese

Daniel Picouly (1948 – vivente), scrittore e fumettista francese.

  • Meno male che qui tutto si asciuga in fretta, anche le emozioni.[1]
Daniel Picouly

Incipit di alcune opere

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Il campo di nessuno

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È notte e mi sveglio di soprassalto in un punto della casa. Il solaio va a fuoco.[2]

Il ragazzo leopardo

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Il grosso marinaio rubicondo picchia sul tavolo con il pugno guantato. Pare voglia svegliarsi di soprassalto.
"Cittadina! Stasera ho l'uzzolo di tagliar la gola a un negretto. Ne ho abbastanza di aristocratici". La Marmotta capisce subito che è lui il negretto. Verifica. Null'altro che vi somigli nella bettola quasi vuota. La cittadina sembra che lo faccia apposta a essere rosea e bionda. Sta leggendo una gazzetta alla luce di una candela, appoggiata con i gomiti su una botte, e non alza nemmeno lo sguardo verso il marinaio. Nella sala, ci sono soltanto dei patrioti ai tavoli, intenti a bere vino caldo, e una stufa solitaria accesa. Il tutto ricoperto da un silenzio stanco da bivacco che fa gravare il soffitto sulle teste. Nessun dubbio, l'unico negretto, lì, è lui.
Il ragazzino rimpiange di essere entrato in quella taverna all'inizio di rue de la Monnaie. Ma è tardi e aveva bisogno di un po' di acqua e di una scodella per far bere la fottuta pozione al dannato cagnolino.

L'ultima estate

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Patapumfete!
Cado all'indietro. I miei occhi fanno tilt. Un pezzo di azzurro mi passa tra le gambe. Che ci fa lì, il cielo? Non è quello il suo posto. E i miei piedi nudi tra i rami del fico. È normale? Mi fioriranno gli alluci. Petali caffellatte. Non molto serio, come mazzo... Attento, figliolo! Qui tutto cresce da sé. Non sei in un posto qualsiasi. Sei a Fort de l'Eau. Il giardino del paradiso! Bell'accoglienza. Capisco che Adamo ed Eva se ne siano andati. Il giardino del paradiso. Di solito è così. Ma oggi l'aria è pesante. Eppure non c'è scirocco... La prova, figliolo: pianti qui una scarpa di corda e ti spunta un paio di stivali da cavallerizzo... Figuriamoci! Ho provato sulla spiaggia con le mie infradito. Non ho trovato niente, né gli stivali né il cavallo. In questo paese tutti esagerano.

La luce della follia

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Che bolgia!
Il pienone di mezzogiorno. Un inferno al banco e in sala. La ressa, l'abboffata, e il chiasso a più non posso. Una gara a chi strilla, smandibola e sforchetta di più. Un brulicame cotto a pressione. Da non ritrovarci i propri denti di dietro, ammesso di averli ancora. Qui, a ciascuno la sua piccola fetta: un'ora da imbottire come un naso. Sniffa a tutto menu. La carta per i prìncipi. Ci si rimpinza la pancia e verrebbe da ruttare a bocca aperta ogni amarezza. Ma è già ora di sgombrare. Le sedie restano umidicce, le tovaglie fan fagotto al di sopra delle teste... Caldo lassù!... Le due cameriere s'infilano nella calca. Gli uomini si accalcano, per concedersi una dolcezza al passaggio... Una sfiorata di fortuna. Come un calvados non segnato sul conto dal padrone. Scioglie i grassi e lubrifica il commercio.

La tredicesima morte del Cavaliere

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Parigi, 18 maggio 1799, al n. 11 di rue de Chartres

Confinato nell'oscurità della camera, l'uomo osserva il sangue denso che gli cola dal sesso. Sangue nero. Una candela a stento illumina il vaso da notte che tiene in mano come una ciotola. L'uomo è nudo, alto cinque piedi e sei pollici. È il Cavaliere di Saint-George. Forse ha cinquantaquattro anni, e la Storia non gli concede più di una ventina di giorni da vivere.
Un incubo l'ha destato di soprassalto. Sempre lo stesso. Un sogno bizzarro, attraversato da due donne. Un sogno che lo assale ogni notte da qualche tempo, gli sconvolge il corpo e lo lascia febbricitante sul suo letto, con la pelle che scotta e una lama conficcata nel basso ventre. La lama di una spada. Quella di uno schermidore sconosciuto con cui si batte senza saperne il perché. Un avversario feroce e determinato, dalla mano viva, dal ferro intraprendente, dal fiato inesauribile. Si avventa su di lui senza tregua, lo fa vacillare, lo sopraffa, lo stringe al muro. Un muro vuoto su cui è tracciata una riga con il gesso bianco.

Paulette e Roger

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5 novembre 1943

Mi spingono attraverso la carlinga. Il paracadute mi sfonda le scapole, mi aggrappo ai tubolari. Mi fanno mollare la presa. Mi tirano. Il portello dell'aereo è aperto. Una stupida bocca spalancata. Lasciatemi. Non voglio buttarmi. È un suicidio, questa missione. Ci rinuncio. Che idea! Farsi paracadutare, un 5 novembre 1943, sulla storia d'amore dei propri genitori. In piena guerra. In piena Francia occupata. Non ce la farò mai. Non alla mia età.
Non cinque anni prima d'esser nato.

  1. Da L'ultima estate.
  2. Citato in Giacomo Papi, Federica Presutto, Riccardo Renzi, Antonio Stella, Incipit, Skira, 2018. ISBN 9788857238937

Bibliografia

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  • Daniel Picouly, Il Ragazzo leopardo, traduzione di Fabrizio Ascari, Edizioni Ponte alle Grazie.
  • Daniel Picouly, L'ultima estate, traduzione di Yasmina Melaouah, Feltrinelli.
  • Daniel Picouly, La luce della follia, traduzione di Annamaria Ferrero, Feltrinelli.
  • Daniel Picouly, La tredicesima morte del Cavaliere, traduzione di Fabrizio Ascari, Ponte alle Grazie, 2004. ISBN 887928732X
  • Daniel Picouly, Paulette e Roger, traduzione di Francesco Bruno, Ponte alle Grazie, 2002. ISBN 8879285645

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