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Claude Yvon

abate, teologo e enciclopedista francese

Claude Yvon (1714 – 1791), teologo ed enciclopedista francese.

EncyclopédieModifica

  • Descartes, seguito da molti altri, è il primo filosofo che abbia osato trattare le bestie come «mere macchine»; […] paradosso che gli ha assicurato straordinaria fortuna nel mondo. Non avrebbe mai sostenuto tale opinione se la gran verità della distinzione tra anima e corpo, che pose per primo in piena evidenza, congiunta al pregiudizio tradizionale contro l'immortalità dell'anima delle bestie, non lo avesse per così dire costretto ad abbracciarla. Il concetto di macchina schivava due grandi obiezioni: l'una riguardante l'immortalità dell'anima, l'altra la bontà di Dio. Se ammettete il sistema degli automi queste due difficoltà scompaiono; non si era però notato che ne sorgevano molte altre dal suo stesso fondo. Si può osservare, per inciso, che la filosofia di Descartes – checché ne abbiano detto gli invidiosi – era assai propizia alla religione: l'ipotesi delle macchine ne è appunto una prova. (1994, p. 718)
  • […] noi siamo certi che v'è nelle bestie un principio pensante e senziente; tutte le azioni che noi le vediamo eseguire fanno supporre tale principio: dunque abbiamo buone ragioni per attribuirlo loro, nonostante l'opposta possibilità che ci viene obiettata. (1994, p. 723)
  • Se le bestie sono mere macchine, Dio c'inganna: quest'argomento è il colpo di grazia contro l'ipotesi delle macchine. (1994, p. 724)
  • Che cosa notiamo in loro? Azioni coerenti, ragionate, che esprimono un senso e rappresentano le idee, i desideri, gli interessi, i disegni di qualche essere particolare. È ben vero che i bruti non parlano; e questa differenza tra essi e l'uomo gioverà tutt'al più a provare che non hanno, come l'uomo, idee universali, né costruiscono ragionamenti astratti. Ma agiscono coerentemente: ciò prova che posseggono un sentimento di sé e un interesse individuale, principio e scopo delle loro azioni […]. (1994, p. 725)
  • Basta appena osservare il loro comportamento per cogliere l'esistenza di un istinto sociale evidente tra quelli appartenenti ad una stessa specie, e a volte perfino a specie diverse; sembrano intendersi, agire d'accordo, concorrere ai medesimi disegni; corrispondono con gli uomini, come si vede nei cavalli, nei cani, ecc., che imparano ciò che si insegna loro, […] rispondono alle adulazioni e carezze. Anzi, giacché dobbiamo qui lasciar da parte tutte le meraviglie dell'istinto, vediamo che gli animali eseguono azioni spontanee, nelle quali compare un simulacro di ragione e di libertà, tanto più esplicito quanto meno tali azioni sono uniformi, più differenziate, più singolari, più impreviste e disposte immediatamente all'occasione presente. (1994, pp. 725-726)

BibliografiaModifica

  • Claude Yvon, Encyclopédie; citato in Gino Ditadi (a cura di), I filosofi e gli animali, vol. 2, Isonomia editrice, Este, 1994. ISBN 88-85944-12-4

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