Cesare Orsenigo

arcivescovo cattolico e diplomatico italiano (1873-1946)

Cesare Vincenzo Orsenigo (1873 – 1946), arcivescovo e diplomatico italiano.

Cesare Orsenigo nel 1932

Le onoranze a S. Carlo nel 1910

in Il buon cuore, anno X, n. 2, 7 gennaio 1911, Educazione ed Istruzione, pp. 1-2

  • Apparsi l'uno e l'altro in mezzo al loro popolo in uno dei momenti più scabrosi della storia, ebbero entrambi precoci gli onori e le cariche più alte; a ventidue anni Carlo Borromeo è cardinale, a ventiquattro Napoleone afferra il comando militare, e dirige l'assedio di Tolone.
    L'uno e l'altro sortirono da natura aperto e poderoso l'ingegno; al genio strategicamente innovatore del guerriero fa riscontro il genio pratico del riformatore morale e religioso; in entrambi è manifesto il predominio delle facoltà volitive, mirabile l'arte del governo e del comando.
  • Napoleone strinse attorno a sè i più abili generali, i più dotti giuristi, i filosofi più celebri dell'epoca; San Carlo si circondò dei migliori uomini del tempo, che egli prendeva da ogni regione [...]. L'uno e l'altro, il conquistatore di regni e il riformatore di popoli, legarono il loro nome ad una raccolta di leggi, che oggi ancora è norma di governo, e non soltanto nelle loro nazioni: gli Atti della Chiesa milanese e il Codice napoleonico. Come precoce la gloria, così ebbero immatura la morte: a 46 anni [...].
  • E perfino attorno alle loro salme continuano singolari punti di somiglianza e di contrasto [...]. Lacere bandiere, armi spezzate, affusti di cannone e veterani, succedentisi ai mutilati dalle sue cento battaglie, sono corona alla tomba del terribile guerriero [...]. Trofei di ben altre vittorie si elevano in Milano a gloria del nostro grande riformatore: qui stanno tuttora floridi i monumenti di una pietà viva, di una carità che da lui stesso prendeva non solo nuovo ardore, ma anche il primo impulso di un mecenatismo largo, multiforme e sempre benefico, di una rinascita morale e religiosa, così potente, sì che ancor oggi da lui si nomina, e spaziando intorno al suo sepolcro, l'occhio del fedele si ricrea e si edifica, posando via via su una interminabile serie di quadri, che riproducono non scene di violenza e di sangue, ma gli episodi più salienti di quella santità e di quella beneficenza, di cui tutta la sua vita fu intessuta. Gloriosa epopea di bontà, che allarga il cuore e rievoca alla mente del pio pellegrino, che devoto prega sulla sua tomba «l'uomo provvidenziale, l'eroe della carità», come lo salutò il suo popolo, passato beneficando, come un astro benefico che poi tramonta placido, fra il rimpianto e le benedizioni di tutti.
  • Oggi, al tribunale dei posteri, ai quali il poeta rimetteva pensoso il giudizio e «l'ardua sentenza», la memoria del Guerriero non suscita che un senso di meraviglia per il vasto, fulmineo genio, di compassione per lo sconfinato orgoglio così duramente umiliato. Il nome di San Carlo invece, radiante della gloria più pura, tocca gli estremi confini della cristianità, e attraverso le nazioni: i popoli tutti dell'orbe cattolico a lui inneggiano riconoscenti. Nessun neo e nessuna ombra offusca questa gloria: contemporanei e posteri, concordi e senza trepidazione, vanno proclamando: «Fu vera gloria!».

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