Carlo Casalegno

giornalista e scrittore italiano (1916-1977)

Carlo Casalegno (1916 – 1977), giornalista e scrittore italiano.

Carlo Casalegno

La Stampa, 11 aprile 1956.

  • Sappiamo tutti che Jawaharlal Nehru, Primo ministro indiano, è uno dei massimi protagonisti della storia contemporanea. Ammiriamo la sua carriera prodigiosa (nato suddito di colore di S.M. britannica, oggi tratta da pari a pari con Elizabetta) e ci rendiamo conto che c'è in lui il tratto rarissimo che distingue i grandi capi: la fantasia creatrice. Ma possiamo dire veramente di conoscerlo? Non è facile per un occidentale.
  • Come tutti i realizzatori, crede nell'azione ed è paziente e fermo: non sarebbe, diversamente, un uomo politico. Ma non c'è in lui alcuna traccia di attivismo. Egli applica la dottrina che ritiene giusta con una sorta di sereno distacco.
  • Il meno machiavellico degli uomini politici. Ma anche il meno dogmatico ed astratto.

La Stampa, 21 aprile 1970.

  • Rispetto la forte personalità morale di don Milani, ma non riesco a vedere in questo sacerdote coraggioso il profeta della nuova società.
  • Pur riconoscendone il valore di rottura, non sono disposto a prendere come vangelo la Lettera a una professoressa: certa facile sociologia protestataria mi sembra avventata e demagogica.
  • Non siamo più, per fortuna, all'epoca di Scelba, quando gli agenti dovevano pattugliare le spiagge per misurare i costumi da bagno, si sequestrava Il Mondo per "fotografie oscene", la censura teatrale e cinematografica respingeva le idee che non avevano la benedizione del parroco, dei Comitati civici e del questore.
  • Tutti sappiamo perché don Milani è considerato in certi ambienti un corruttore della gioventù: era pacifista, difendeva gli obiettori di coscienza, giudicava incompatibili militarismo e cristianesimo.

La Stampa, 20 aprile 1971.

  • Vedere nelle quattro pagine di una ormai vecchia relazione confidenziale una manovra reazionaria è costruire un falso propagandistico. Si rimprovera al prefetto di rivelarsi sollecito dell'ordine pubblico, cioè di far bene il suo mestiere [...]. Viene fatto rimpiangere che a Milano manchi l'uso comune, per esempio, in Calabria, di coprire i muri con striscioni «Viva il Vescovo», «Viva il Sindaco», «Viva Misasi»: altrimenti meriterebbe scrivere «Viva il Prefetto» in piazza del Duomo.
  • Non conosciamo le idee politiche del prefetto Mazza: ma nel suo rapporto [...] c'è una sola frase discutibile, e magari degna di condanna: il rammarico che non si possa, come in Francia, sciogliere i «gruppuscoli» con misure amministrative. Per fortuna in Italia non è dato al governo un cosi rischioso strumonio d'arbitrio. In tutto il resto, il rapporto riassume dati che ogni lettore di giornali già conosce, e che ogni abitante del centro di Milano può confermare.
  • Che cosa si può rimproverare al prefetto? Qualcuno contesta il numero dei guerriglieri, ma è la stessa cifra indicata al nostro Pansa – e mai smentita – dal questore Allitto, uomo non sospettabile di benevolenza per i fascisti, in un'intervista a Capodanno. Altri deplorano l'allusiva indicazione a una prevalenza numerica dell'estrema sinistra: ma è un dato che risponde a verità, anche se alleanze dirette e indirette potrebbero rendere meno isolata, e quindi politicamente più inquietante, l'estrema destra. Ma forse il prefetto è condannato soprattutto per avere accolto la tesi detestata degli «opposti estremismi».
  • Il prefetto di Milano ha l'appoggio di Nenni. Il quale, in un'intervista a L'Europeo, sottolinea certo la «grande differenza morale e storica» tra i due estremismi [...]; ma afferma che sul piano materiale «un atto di violenza maoista e un atto di violenza fascista sono la stessa cosa». Ed i prefetti, i questori, i magistrati, lo stesso ministro dell'Interno non possono discutere i fattori morali e storici, quando le idee sono appoggiate dai manganelli o dalle bombe, e si importano nelle nostre città i metodi della guerriglia indocinese o cubana.

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