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Breyten Breytenbach

scrittore e pittore sudafricano
Breytenbach nel 1983

Breyten Breytenbach (1939 – vivente), scrittore e pittore sudafricano.

Citazioni di Breyten BreytenbachModifica

  • In Sud Africa – per il carattere cruento della sua storia, la rigidità delle sue scelte, i terribili effetti secolari della sofferenza – agli scrittori si è sempre chiesto di "aprire gli occhi", adeguarsi, allinearsi, celebrare, espiare, convertirsi, "essere impegnati", "essere responsabili". La richiesta può essere esplicita e accompagnata da misure repressive, o più subdolamente espressa attraverso l'intimidazione morale. Il fenomeno è amplificato dal fatto che nella maggior parte delle società, siano esse borghesi, proletarie o contadine, gli scrittori hanno un senso di responsabilità e di colpa assai sviluppato, sempre pericolosamente in bilico tra presunzione e insicurezza, autorevolezza e inutilità. Tale ambiguità unita al bisogno di riconoscimento, rende assai più facile manipolarli.[1]
  • Le posizioni politiche non rappresentano necessariamente valori universali o imparziali.[1]
  • A mio giudizio è pigrizia, per non dire disonestà intellettuale, pretendere che la "cultura" possa essere organizzata su basi politiche o sindacali. Accodarsi a un movimento politico, per quanto lodevoli siano i suoi scopi, equivale a ingannare se stessi in quanto scrittori; non si risolvono così le nostre dicotomie.[1]
  • Tutti gli scrittori devono affrontare l'universalità della condizione umana, il potenziale trasformativo e obnubilante della creatività, l'interazione tra esperienze personali ed esperienze comuni (che rientrano nella dialettica della storia), le limitazioni del mestiere.[1]
  • Per valutare una torta bisogna mangiarla; per saggiare uno scrittore bisogna leggerne le opere.[1]
  • Gli scrittori sono spesso portatori infetti di cliché. Ma scrivere potrebbe e dovrebbe essere una riflessione sul ruolo della creatività e quindi sui limiti posti alla sua libertà e su quanto la società dovrebbe chiederle per spostare e allargare detti limiti.[1]
  • La scrittura può esplorare i punti sensibili del senso. In ultima analisi è l'arte di arrivare a conoscere l'altro.[1]
  • Proprio come una persona a cui viene impedito di sognare impazzirà, una società che non matura e non impara, esplorando la coscienza in espansione, si autodistruggerà.[1]
  • Ritengo che in questo paese si arriverà a fare piazza pulita della repressione: ma non in modo astorico, voglio sperare. Ho fermamente invocato la svalutazione e l'abbattimento delle strutture di potere boere, e in ultima analisi dello Stato bianco. Forse abbiamo ancora la possibilità di andare lentamente incontro a una migliore giustizia. Ma altrettanto fermamente mi opporrò alla sua sostituzione da parte di gruppi di potere repressivi che si servono di sistemi di controllo quali la censura, la selezione, la distribuzione, la prescrizione, la manipolazione o le mode imposte da letterati, nell'accezione più vasta del termine, operanti in nome della "cultura".[1]
  • Nessuno dei vecchi problemi è stato risolto. Il razzismo, l'ingiustizia strutturale, l'enorme divario tra ricchi e poveri e tra popolazione urbana e rurale, il bisogno disperato di alloggi, elettricità, ospedali e scuole. Il nuovo governo non avrà i mezzi per far fronte alle richieste di integrazione delle vaste popolazioni di "squatters" che abbandonano le loro terre morte per aggregarsi in baraccopoli ingovernabili. Né avrà i mezzi per far fronte ai problemi di un'economia in decadenza, con eserciti in competizione tra loro, malviventi riuniti in squadroni della morte, bianchi recalcitranti; e alla normalizzazione della violenza che si diffonde come gli incendi spontanei della boscaglia.[2]
  • Una guerra civile è il peggiore tra tutti i conflitti umani (come si vede nella ex Jugoslavia e in Angola). È la manifestazione ultima di un cannibalismo comunitario.[2]
  • Perché qualcuno non spiega al paese che l'unico modo per uscire dalla miseria e dalle privazioni è dissodare la terra, arare e seminare, coltivare e raccogliere? Perché non è stata bandita la rozza intimidazione? Perché insistiamo nel cercare di distogliere l'attenzione dalle nostre deficienze, accusando di tutto i precedenti padroni, che sono ladri e fascisti e non cambieranno mai? Perché non abbiamo abbastanza fegato per ammettere che la glorificazione della "lotta" – non importa se di classe o etnica – è soltanto un modo per facilitare lo sterminio e la distruzione?[2]
  • Le cose peggioreranno e toccherà a tutti noi. Come nel ben noto esempio europeo: prima è toccato agli ebrei, poi ai comunisti, e infine, poiché non c'era più nessun altro, anche a "noi". In Sudafrica, toccherà prima ai poveri e ai deboli, poi al ceto medio e ai Coloured, poi ai Boeri, ai dissidenti e all'opposizione, e infine anche ai bianchi "libere" e agli indiani "skin saveral" (salva pelle); persino ai liberatori dell'ultima ora e ai fanatici della giustizia toccherà questa musica – se la morte che arriva a casaccio può essere chiamata musica. Non cercate di convincervi che ve la potete cavare, che stiamo pagando per i peccati dei nostri antenati o che gli americani salveranno la situazione. Non contate su "elezioni libere e corrette"; non confondete Mandela con l'Anc. Non crediate che i cortesi nuovi leader che incontrate nel giro dei cocktail faranno fronte alla marea, o che vorranno farlo. Come i loro predecessori, saranno acquiescenti e cercheranno di cavalcare la tempesta. E daranno l'ordine di reprimere e di uccidere per preservare la "nuova amministrazione", per salvare i propri privilegi.[2]
  • Il vecchio regime ha preparato il terreno per l'orrore e l'abiezione. I nuovi arrivati non hanno né la visione per proporre un ideale e creare strutture di responsabilità al posto delle vecchie divisioni né il coraggio, l'intelligenza e la volontà per rendere autonomo il paese attraverso un duro lavoro, e neppure l'intenzione di rinunciare al sogno del dispotismo impraticabile di una "democrazia popolare".[2]
  • Oggi in Sudafrica la violenza politica è diminuita; dilaga invece la violenza criminale che nasce dalle difficoltà economiche di gran parte della popolazione nera. La gente, passata la fase euforica della ritrovata libertà, ora vuole vedere risultati concreti sul piano economico e sociale. Se il governo non sarà capace di offrire in breve tempo segni tangibili di cambiamento, corriamo il rischio di un'esplosione generalizzata. Rischiamo soprattutto di creare una generazione di giovani fondamentalisti inneggianti al nazionalismo nero, i quali renderanno più difficile l'integrazione delle diverse comunità. Insomma, non bisogna lasciarsi andare ad un facile ottimismo. La strada è ancora lunga.[3]
  • I quartieri bianchi sono sempre bianchi e nelle bidonville vivono solo i neri. Alcuni segni tuttavia indicano una concreta prospettiva di integrazione: ad esempio, dall'anno prossimo tutte le scuole saranno miste e aperte a tutti, senza distinzione di razza. Inoltre, l'integrazione nell'amministrazione del paese procede concretamente, come pure all'interno dell'élite culturale ed economica. Restano però ancora molti problemi, specie nelle zone rurali dove la società è più conservatrice.[3]
  • Oggi è in corso un'importante riflessione sulla funzione della cultura e sull'organizzazione delle strutture culturali del paese. Si tratta di un lavoro poco visibile ma molto importante. Inoltre, prima o poi tutti i sudafricani dovranno reinventarsi sul piano culturale e dell'identità, facendo i conti con la nuova realtà. Sarà un processo inevitabile, che secondo me si risolverà nella direzione di un meticciato capace di conservare la ricchezza delle diverse lingue e culture presenti in Sudafrica. Questo lavoro è appena agli inizi e la cultura vi avrà un ruolo fondamentale. Ma va fatta anche un'altra considerazione: la fine dell'apartheid rimette in discussione il ruolo di tutti quegli scrittori e artisti che per anni avevano trovato la loro ragione d'essere nella lotta contro la segregazione. Oggi occorre sapersi reinventare: abbiamo la libertà, dobbiamo imparare ad utilizzarla inventando il nuovo.[3]
  • In passato ho vissuto nell'illusione che alla fine dell'apartheid mi sarei potuto reintegrare completamente nel nuovo Sudafrica. Invece non è stato così, era ormai troppo tardi, ero stato lontano troppo tempo. Il nuovo Sudafrica è un altro mondo, saranno altri che lo faranno. Oggi vi torno spesso, ma non penso che potrei abitarvi definitivamente.[3]
  • Oggi vorrei continuare a lavorare nel modo più libero e incisivo possibile, ma non sono sicuro che riuscirei a farlo in Sudafrica, dove sarei sottoposto a troppe pressioni e mi sentirei troppo lontano dai centri mondiali della cultura. Quello che per anni è stato un esilio forzato è diventato ormai una filosofia di vita, un modo di essere libero, impegnandomi ai margini, opponendomi al centro, ad ogni egemonia ed ortodossia. In fondo, pur restando attaccato alle mie origini africane, ho la coscienza di vivere in un contesto che è più largo della sola Africa. È per questo che, dopo aver concluso un libro di saggi sulle mie esperienze passate, mi dedicherò soprattutto all'invenzione, attraverso la poesia e la pittura.[3]

NoteModifica

  1. a b c d e f g h i Da Siamo solo scrittori, non eroi, traduzione di Ottavio Fatica, la Repubblica, 10 dicembre 1991.
  2. a b c d e Da E ora, Sudafrica?, traduzione di Elisabetta Horvat, la Repubblica, 17 aprile 1994.
  3. a b c d e Citato in Fabio Gambaro, Non andrò in Paradiso, la Repubblica, 11 novembre 1994.

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