Bernardo Tanucci

politico italiano

Bernardo Tanucci (1698 – 1783), politico italiano.

Bernardo Tanucci

Citazioni di Bernardo Tanucci

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  • Il Sovrano, che pensa bene al vero utile suo, vede che quello risulta anche da quel che dà e sostiene al popolo la libertà; quanto è più libero il popolo, tanto più è grande, attivo e amante del suo governo, e più volentieri contribuisce al di lui mantenimento. Così pensarono Traiano, Teodosio il Grande, gl'Inglesi, etc., e ultimamente Montesquieu. La libertà secondo le leggi, che sien fatte colla vera sapienza e co' rappresentanti del popolo, è la vera felicità, sicurezza e potenza del Sovrano. Ma i Sovrani sono ignoranti, si lasciano ingannare da pochi favoriti, che voglion presto ingrandirsi col favore del Principe, e voglion perciò l'uso del potere arbitrario, col quale, venduto ai maggior offerenti, arricchiscono le case loro, e sfogan tutte le loro passioni.[1](Archivo General de Simanca, Estado, lib. 211, c. 190, Caserta, 20 marzo (1752), citato in Raffaele Ajello, Giuristi e società al tempo di Pietro Giannone, Per un corso di Storia del diritto italiano, Estratti da Pietro Giannone e il suo tempo, Atti del convegno di studi nel tricentenario della nascita, a cura di R. Ajello, Jovene Editore, Napoli, 1980, pp. [264-265].)
  • Quanto dunque é Napoli per questo Re malissima sede, tanto buona sarebbe una città mediterranea, quale io ho sempre stimato Melfi, ove spesso sono stati gli antichi Re. Lontana ella è egualmente dai confini del Regno e dai due mari; buonissima vi è l'aria; le spalle ha guardate da una serie di montagne, il lido del mare dell'altra parte è di mal accesso e fortificabile. (citato in Epistolario, vol. I, 1723-1746, a cura di R.P. Coppini, L. Del Bianco, R. Nieri, Ed. di Storia e Letteratura, Roma, 1980, p. 638)
  • [...] tutto il mondo vuol far Codici di Legislazione, ma poco è il profitto delle nazioni; pessima republica plurimae leges. Le scienze e le arti che muovano per piacere gli animi ... alla verità son più utili delle leggi, che forzano senza persuadere, onde son inutili nella maggior parte del tempo e del popolo, il quale procura di evitar la forza, e il più delle volte lo conseguisce. (Tanucci a Viviani, 19 febbraio 1771, in E. Viviani Della Robbia, Bernardo Tanucci ed il suo più importante carteggio, Firenze, 1942, vol. II, p. 253; citato in Raffaele Ajello, p. 61.)

Citato in Raffaele Ajello, Arcana juris

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  • È aurea la regola di far poche leggi e di prevedere se il popolo osserverà o no volentieri. Orazio ridusse tutte le leggi a tre ne quis fur esset, neu latro, ne quis adulter[2]; al più si può arrivare al [...] Decalogo. Nel resto convien la libertà; convien educare il popolo ad avere per passione quello che sia utile alla società e tenere per fermo che contro la sua passione l'uomo regolarmente non opera, onde son le leggi inutili, e talora dannose, perché seminan liti, dispendi, mali umori ed amarezze. Sperar nelle leggi è cosa giovanile; il proporle è talvolta trappola di curiali, o di ecclesiastici, gente nemica della società e dell'uomo. (dalla lettera di del 13 ottobre 1767, Portici, in E. Viviani Della Robbia, Bernardo Tanucci ed il suo più importante carteggio, Firenze, 1942, vol. II, pp. 139-140; Raffaele Ajello, pp. 53-54)
  • [...] tutto il mondo vuol far Codici di Legislazione, ma poco è il profitto delle nazioni; pessima republica plurimae leges. Le scienze e le arti che muovano per piacere gli animi ... alla verità son più utili delle leggi, che forzano senza persuadere, onde son inutili nella maggior parte del tempo e del popolo, il quale procura di evitar la forza, e il più delle volte lo conseguisce. (dalla lettera di Tanucci a Viviani, 19 febbraio 1771, in E. Viviani Della Robbia, Bernardo Tanucci ed il suo più importante carteggio, Firenze, 1942, vol. II, p. 253; Raffaele Ajello, p. 61)
  • Essendo tanto breve la vita, e tanto necessariamente molestata da i mali del corpo, ogni giorno più mi sento portato a preferire alle grandi e rare virtù delle dominanti nazioni, le piccole e quotidiane del Galateo, libro qui incognito e bandito dal Giannone e dal Lock, e dallo Spirito delle leggi, che ora si predica e si legge dalle piazze Nobili per lo spirito repubblicano e Britanno che vi trionfa. Per la qual cosa il P. Pepe grida in Palazzo, che tra poco sarem subissati, perché i Liberi Muratori anno lo spirito folletto e vanno ogni settimana invisibilmente in Inghilterra, e tornano e portano discorsi, e massime contrarie alla Religione e alla Monarchia. Il peggio è che predica lo stesso per le strade, e i Paglietti[3] e i Libertini ridono, e si vagliono di tali caricature per togliere il credito alle invettive e allo zelo. (dalla lettera del 13 febbraio 1751 a Bartolomeo Corsini, Archivo General de Simanca, Estado, lib. 209, f. 28; Raffaele Ajello, p. 248)
  • Le Repubbliche composte di Mercanti si delizino con tali ladroni; il Monarca che è parziale dei mercanti è sospetto di aver più cura delle sue Dogane, che del bene dei popoli e dello Stato. (dalla lettera a L. Viviani del 25 febbraio 1770, in E. Viviani Della Robbia, Bernardo Tanucci ed il suo più importante carteggio, Firenze, 1942, vol. II, p. 211; Raffaele Ajello, pp. 406-407)

Citazioni su Bernardo Tanucci

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  • Tanucci, creato ministro di grazia e giustizia, fece leggi ingiuste e tiranniche contro la Chiesa, dando il primo colpo alla gloriosa dinastia fondata dal suo benefattore Carlo III di Borbone. Egli non volle riflettere, che i governi cattolici persecutori e emancipati dalla Chiesa rimangono senza l'alto appoggio morale e senza base di autorità; e presto o tardi debbono andare in rovina. (Giuseppe Buttà)
  • Uomo di grande ingegno, ma libero pensatore, e quindi nemico del clero e de' Papi. I due concordati che strappò alla prudenza de' Sommi Pontefici, Clemente XII e Benedetto XIV, per le insistenze dell'abate Galiani, mezzo libero pensatore, mezzo pulcinella, piacquero a taluno, e furono lodati d'altri professanti eguali teorie. (Giuseppe Buttà)

  Citazioni in ordine temporale.

  • Uno degli atti che alzarono maggior rumore tra quelli, onde il ministro Tanucci significò il suo mal animo contro il pontefice Clemente XIII, ed il novello re Ferdinando[4] iniziò l'era novella delle ingiustizie che macchiarono il suo regno, fu la cacciata de' Gesuiti da tutto il regno delle due Sicilie.
  • Il marchese Tanucci era occupatissimo: per lo spazio di più di 20 anni (1745–1776) lanciò uno dopo l'altro infiniti dispacci, tutti nel regal nome, contro frati, monache, preti, vescovi, contro il Nunzio del Papa e il Papa stesso; non risparmiò i monasteri, le chiese e le badie, e soprattutto le rendite pingui de' beni patrimoniali, lasciati per ultima volontà de' testatori morenti a scopo di opere pie!
  • Non ignorava il marchese Tanucci essere i Gesuiti approvati e lodati dalle costituzioni apostoliche di quasi tutti i Sommi Pontefici, e invece la massoneria dalle costituzioni apostoliche di due Papi condannata, ed insieme condannata dal regio editto composto forse da lui medesimo nel 1751. Non ignorava avere sempre i Gesuiti difeso ed amato e servito la monarchia borbonica, come la patria e la religione; laddove egli stesso aveva giudicato la massoneria come avversa all'altare, al trono, al buon costume. Eppure settecento Gesuiti furono soppressi ed infamati da lui, mentre più migliaia di liberi muratori si godevano i suoi favori. Con ciò il Tanucci riscosse grandi lodi dagli uomini del suo tempo, e dal gran numero degli storici odierni è tuttavia celebrato come statista di grandissimo senno, e come benemerito della patria. Se il togliere i difensori ad uno Stato e l'accogliere i suoi nemici costituisce un titolo di patria beneficenza e fonda il merito di grandezza civica, il marchese Tanucci ha titoli e meriti di vero grand'uomo. Se invece tali opere sono giudicate meritevoli di tutt'altro giudizio, egli non può sfuggire dinanzi alla storia all'addebito di aver scavato la fossa ai re suoi padroni.
  1. Lo scritto, nel quale Tanucci critica il dispotismo del governo del Papa, è del 1752. Cfr. Giuristi e società al tempo di Pietro Giannone, p. [264].
  2. Sat. I 3.106.
  3. Gli avvocati.
  4. Ferdinando I delle Due Sicilie (1751 – 1825).

Bibliografia

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  • Raffaele Ajello, Arcana juris, Diritto e politica nel Settecento italiano, Jovene, Napoli, 1976.

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