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Barbara Smuts

antropologa statunitense

Barbara Smuts (1950 – vivente), antropologa e zoologa statunitense.

La vita degli animaliModifica

  • Per condividere veramente l'essere altrui il cuore dev'essere un cuore incarnato, disposto a incontrare direttamente il cuore incarnato di un altro. Io ho incontrato l'«altro» in questo modo, non una o qualche volta, ma ripetutamente e di continuo, durante anni passati in compagnia di «persone» come voi e me, persone, si dà il caso, non umane. (p. 128)
  • Quando cominciai a lavorare con i babbuini, il mio problema principale fu di imparare a stare al passo con loro guardandomi al tempo stesso da serpenti velenosi, bufali irascibili, api aggressive, e dal rompermi una gamba in qualche buca. Fortunatamente queste difficoltà col tempo si attenuarono, soprattutto perché viaggiavo con guide esperte: i babbuini avvertivano un predatore lontano un miglio e sembravano possedere un sesto senso per la presenza di serpenti nei paraggi. Abbandonandomi alla loro ben superiore competenza, mi muovevo come un'umile discepola, imparando da maestri a essere un antropoide africano.
    Così diventai (o meglio, riacquistai il mio diritto ancestrale di essere) un animale, muovendomi istintivamente in un mondo che mi pareva (perché era) la mia antica patria. Non appena ebbi cominciato a padroneggiare queste difficoltà me ne trovai di fronte un'altra, non meno ardua: comprendere e comportarmi secondo i canoni dell'etichetta babbuina, di una bizzarria e sottigliezza da lasciare interdetto un cerimoniere di Corte. (pp. 129-130)
  • Dopo molti mesi di immersione nella loro società [dei babbuini], smisi di pensare tanto a cosa fare e mi arresi invece semplicemente all'istinto, non come azione irriflessiva e automatica, ma come azione radicata in un antico retaggio di sapienza connaturata nei primati. (p. 131)
  • Nel gruppo c'erano centoquaranta babbuini, e arrivai a conoscerli uno per uno, come individui ben distinti. Ognuno aveva un'andatura particolare, che mi permetteva di capire chi era anche da molto lontano, quando non potevo vederne la faccia. Ogni babbuino aveva una voce caratteristica, con cui diceva cose sue proprie; ognuno aveva una faccia che non somigliava a nessun'altra, cibi prediletti, amici prediletti, vizi prediletti. (p. 132)
  • In altre parole, quando un essere umano tratta un individuo non umano come un oggetto anonimo, anziché come un essere con una propria soggettività, è l'umano e non l'altro animale a rinunciare a essere una persona. (p. 140)
  • La mia vita mi ha persuaso che le limitazioni presenti nei nostri rapporti con altri animali non dipendono dalle loro deficienze, come tanto spesso presumiamo, ma dalle nostre idee ristrette su ciò che essi sono e sul tipo di rapporto che possiamo avere con loro. E quindi concludo invitando chiunque abbia interesse per i diritti degli animali ad aprire il suo cuore agli animali che ha intorno, e a scoprire per conto suo cos'è l'amicizia con una persona non umana. (pp. 142-143)

[Barbara Smuts, articolo senza titolo in appendice a John Maxwell Coetzee, La vita degli animali, traduzione di Franca Cavagnoli e Giacomo Arduini, Adelphi, Milano, 2000. ISBN 88-459-1556-5]

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