Arthur Herzog

Arthur Herzog III (1927 –2010), scrittore e giornalista statunitense.

L'orca assassinaModifica

IncipitModifica

PROLOGO

L'acqua erompeva in cascate di spuma ribollente via via che le nere montagne di carne emergevano dalle onde. I grossi cetacei, circa una trentina, nuotavano velocemente e con grazia. Alcune orche avanzavano con difficoltà, mentre altre, più giovani, si divertivano a urtarsi e a spingersi l'una con l'altra. Si tuffavano, schiaffeggiando l'acqua con la coda, per poi riaffiorare, emettere zampilli d'acqua e subito rituffarsi. Ventri bianchi e macchie scure le facevano assomigliare a clown smisurati, giganteschi.
I balenotteri si tenevano accanto alle madri, imitandone goffamente i movimenti quando non si immergevano per succhiare. Altre femmine si tenevano vicine, con fare protettivo, come grosse zie zitellone, piene d'affetto e d'orgoglio.
Due orche, di gran lunga più grosse delle altre, nuotavano in coda al branco. Il maschio aveva una pinna alta, di forma strana. La femmina, appesantita dal balenottero che portava nel ventre, si teneva vicinissima al compagno. Avanzavano insieme lentamente, finché il maschio mandò un grido strano, acuto. Il branco si distaccava sempre più, la femmina appesantita nuotava con fatica e sembrava rimanere indietro. Il maschio la sospingeva a tratti dolcemente, come per esortarla.

CitazioniModifica

  • — Ne ho abbastanza di squali — protestò. — Andiamo via, facciamo una corsa un macchina fino a Key Biscayne. C'è un posto...
    — Tu ne hai sempre abbastanza di tutto tranne che di gin — lo interruppe Annie, in tono che non era più tanto scherzoso. — Questo, però, è un bestione che vale veramente la pena di vedere — assicurò. — È il pescecane più grande che mai sia stato catturato al mondo. Perfino imbalsamato, è uno spettacolo tale da dare gli incubi. La gente urla di spavento, quando lo vede...
    — Sai che gusto, farsi venire gli incubi — borbottò Campbell. — E poi, a me questi mostri non fanno nessun effetto. Ho dormito, io, mentre davano Lo Squalo. (p. 11)
  • L'orca marina è l'animale più feroce che esista al mondo. Non ha uguale nel mare: neppure nel capodoglio, che misura fino a diciotto metri e costituisce, anzi, la sua preda principale. In un attacco tipico, un certo numero di orche convergono sulla testa di quella preda tanto più mastodontica, di cui schiudono a viva forza la bocca per arrivare alla lingua gigantesca, che strappano e divorano. In un esempio di cui si conserva la documentazione, una singola orca uccise un enorme capodoglio, balzandogli ripetutamente sul dorso. (p. 16)
  • Alcuni ritengono che l'orca sia la creatura marina più simile all'uomo. Dato che l'uomo, in genere, non dà la caccia a questo cetaceo, l'orca non ha rivali per quanto riguarda la supremazia del mare: è in cima alla scala della vita oceanica. Domina in acqua proprio come l'uomo domina sulla terra. (p. 17)
  • Dalla piattaforma, l'istruttore prese a gesticolare vigorosamente, e le orche, ubbidienti, cominciarono a emettere suoni: erano suoni strani, irreali, sibili ora risonanti ora lamentosi, come accordi misteriosi provenienti dallo spazio, apparentemente gai e in realtà tristi, infantili e al tempo stesso vecchi come la terra stessa. Campbell si tendeva in avanti per udire meglio, desiderando di poter comprendere.
    — ... il discorso, chiamiamolo così, delle orche prigioniere è stato registrato con un idrofono e analizzato da un calcolatore. Si è potuto accertare che conteneva quindici milioni di frammenti di informazioni, come li chiamano i tecnici addetti al calcolatore. Per raffronto, il poema epico di Omero, l'Odissea, contiene un milione appena di frammenti... [...] Forse, se le orche parlassero il nostro linguaggio, o noi il loro, ci ricorderebbero che molti generi di balene sono in pericolo e finiranno presto per estinguersi se l'uomo non cesserà il suo insensato massacro nei loro confronti. (p. 18)
  • Campbell rimase immobile. Tentava di capire perché quelle orche l'avessero tanto commosso. Gli avevano mostrato... la vita, sì. Una vita piena di furore e di violenza, una vitalità ben diversa dall'abulìa che lo paralizzava. Che cos'era lo strano sentimento che quegli animali suscitavano? Meraviglia? Rispetto? No, era qualcosa di più profondo, qualcosa che lui non riusciva a comprendere del tutto. Se soltanto... Be', lasciamo perdere, disse a se stesso; tra poco sarebbero state le cinque. (p. 19)
  • Quel giorno, all'Acquario, si era sorpreso a identificarsi con le grandi creature intrappolate nella vasca, dalla quale non poteva esservi fuga nell'infinita distesa del mare, loro vera sede. L'avventura che costituiva l'essenza della vita di un'orca era stata loro negata. Sì, d'accordo, forse quelle sue fantasie sulle orche marine erano assurde. Eppure, aveva letto in loro la sua stessa angoscia. Solo che, lui, la vasca di cui era prigioniero se l'era costruita da sé. In tutti i modi aveva tentato di uscirne, pensando, spostandosi, illudendosi di trovare un'unica grande avventura che lo riempisse di euforia e di stupore, bandendo il senso di vuoto toccatogli in sorte su questo miserabile pianeta. Di questo era sempre andato in cerca, ma inutilmente. Così, aveva rinunciato a cercare e si era sposato. E siccome neppure questo era servito a niente, aveva provato ad anestetizzarsi con il gin. Ma quelle orche non si erano date per vinte: lui ne era certo. Sotto l'apparente docilità, continuavano a lottare disperatamente. (pp. 22-23)
  • In una giornata come quella, l'aria di Terranova aveva una luminosità che quasi ingrandiva le cose, così che il mondo sembrava limpido e infinito, libero da complicazioni e da guai. Era il genere di luogo dove uno sognava di poter vivere per sempre, salvo quando si ricordava di come vi faceva freddo d'inverno, di quanto era piovoso in primavera, di come vi si soffriva in piena estate. Ingannevolmente gradevole quel giorno, Terranova poteva essere un vero inferno, per viverci. (p. 40)
  • Campbell, guardando amaramente la fine delle sue speranze, studiava il mare. Vide la pinna intaccata spuntare di nuovo dall'acqua e, subito dopo, la testa enorme. Occhi rossi e messi in risalto da cerchi bianchi lo fissarono, un suono acuto gli arrivò attraverso le onde. Poi, l'orca scomparve. (p. 48)
  • Che specie di mostro era mai, quello? Perché sembrava chiamarlo a sé? Perché risvegliava in lui sentimenti così incredibili? Era vita, quella che lui percepiva nell'enorme mostro, o era morte? E di chi?
    Be', è soltanto una balena, disse poi a se stesso, soltanto una stupida balena... (p. 54)
  • — Dica un po', quanto pensa di poter ricavare da un'orca?
    — Penso che i giapponesi, per un'orca delle dimensioni di quella che abbiamo visto ieri, pagherebbero quanto per uno squalo.
    — Per sua informazione, alcuni anni fa un'orca adulta venne catturata e venduta per settemila dollari. Un buon cavallo da corsa vale di più.
    — Quant'era grande, quell'orca?
    — Non tanto — ammise lei.
    — Be', questa invece è enorme! Dev'essere almeno dodici metri.
    — Oh, andiamo!
    — È così, le dico. Lei non l'ha vista. Io ero l'unico che potevo vederla bene, dalla cima dell'albero.
    — Ma... Oh, che differenza fa? Crede forse che le orche marine vengano comperate e vendute a peso, come rottami di ferro?
    — Senta, io quella penso di poterla vendere per un buon prezzo.
    — Ah, lo pensa! — La voce di lei saliva di tono. — E per la lontana possibilità che le riesca, eventualmente, di cavare un po' di denaro dall'affare, lei intende catturare e vendere un mammifero con un cervello sviluppatissimo e un sistema di comunicazione talmente complesso che noi non riusciamo neppure a comprenderlo! Senta, signor Campbell, lei non mi è affatto simpatico. Anzi, potrei arrivare addirittura a odiarla, per quello che vuol fare. — Era rossa in faccia, e gli occhi lampeggiavano, colmi di lagrime di rabbia.
    — Ha finito?
    — Ho appena cominciato. Senta — ricominciò, più calma, come se volesse tentare un approccio diverso — l'orca è il più grosso dei delfini, come saprà, e i delfini sono animali magici. In greco, le parole per indicare delfino e grembo sono quasi identiche. Non capisce che cosa significa, questo? Un delfino è come il grembo del mare, il grembo di tutta la creazione!
    — Molto poetico. Ma a me interessa più il denaro — replicò Campbell.
    — Si rende conto di quanto sono belle quelle orche?
    — Questo sì — disse lui. — E con ciò?
    — Perché sono così belle? Perché sono libere! Possono andare dove vogliono, vagare incessantemente, senza preoccuparsi di niente e di nessuno. Non c'è niente, nell'oceano, che possa rappresentare una sfida, per loro.
    — Questo lo vedremo — disse Campbell. (pp. 58-59)
  • — [...] Conosce già il Gran Capo Jacob Umilak?
    — Non sapevo che... che fosse un Gran Capo — disse Campbell, rivolgendosi all'indiano.
    — Lo è ma è senza tribù. — Rachel aveva risposto per Umilak, come se volesse fargli da interprete. — I suoi sono noti come i Micmacs. Lui è il solo di loro, da queste parti.
    L'indiano, che sembrava sulla sessantina, aveva una pelle scura e coriacera, naso largo e piatto e occhi quasi a mandorla. Osservava Campbell con espressione intenta. — Dov'è la sua tribù? — s'informò Jack.
    — Nella parte settentrionale di Terranova e nel Labrador — rispose Rachel, visto che Umilak taceva. — Sa alcune cose sulla nostra orca, e ho pensato che lei dovrebbe starlo a sentire. Gli indiani hanno dato perfino un nome a quell'orca. È un maschio. Lo chiamano Foro-nella-Pinna. Immagino che la traduzione più adatta sarebbe Pinnarotta. — Umilak assentiva, e lei continuò: — Non si sa come se la sia prodotta, quella strana intaccatura: forse mentre lottava con un altro maschio del branco, per una femmina. Ma è già stato altre volte in queste acque. In genere le orche ritornano negli stessi luoghi.
    — Lei non parla mai d'altro che di balene? — domandò tutt'a un tratto Campbell.
    Rachel arrossì. — Lei preferirebbe parlare di tutt'altro, lo so bene, ma quello che sto per dirle è importante. La gente di Umilak considera Pinnarotta come un portafortuna, perché tanto tempo fa quell'orca spinse a riva una canoa che stava per affondare. Gli indiani sono convinti che le orche marine siano spiriti benigni. Umilak, vuoi mostrare a Campbell quello che hai attorno al collo?
    Quasi a malincuore, l'indiano slacciò un bottone della sua camicia di flanella e mostrò un oggetto piatto che pendeva da una catena.
    Campbell si chinò in avanti per esaminarlo: era di pietra, sembrava una stella un po' sbilenca, a quattro punte. — Che cos'è? — domandò.
    — È un antico amuleto, una raffigurazione dell'orca marina — disse Rachel. — L'orca era adorata dai progenitori di Umilak, gli arcaici indiani marittimi. Il manufatto potrebbe essere di migliaia d'anni fa. Quando la gente considera sacro qualcosa, di solito c'è una buona ragione. Umilak pensa che lei dovrebbe lasciare in pace quell'orca.
    All'improvviso Umilak parlò: — Pinnarotta è sacro. Non lo catturerà mai. Non fa male a nessuno. Lo lasci in pace, e sarà meglio per lei. (pp. 73-74)
  • — È il menù del mare, cara mia. Il pesce grande mangia il pesce piccolo, la foca mangia il pesce grande, l'orca mangia la foca. Solo che le nostre amiche orche non le mangia nessuno. (pp. 76-77)
  • L'alba rosea rischiarava a poco a poco l'acqua nera. Qualcosa si muoveva sulla superficie del mare. Una grande pinna avanzava lentamente attraverso le onde. Poco più avanti, un'altra grossa orca si dibatteva debolmente, nuotando con grande sforzo, muovendo appena le pinne e la coda mentre un velo di sangue sfuggiva dallo sfiatatoio. Di tanto in tanto, emetteva un debole grido.
    Ogni tanto la femmina smetteva di nuotare e cominciava ad affondare. L'altra, allora, si tuffava, sospingendo la compagna ferita verso la riva, emettendo rapidi scoppi di suono, forse per esortarla a resistere.
    Due file di orche avanzavano ai loro lati in una formazione a freccia. Lo strano corteo procedeva inesorabilmente. Più avanti, le onde si frangevano contro una punta rocciosa.
    Poi, nell'aria silenziosa, risonò una nota simile a quella di un corno di caccia. Le due file di orche si abbassarono sotto la superficie, mentre la più grande proseguiva verso riva, sospingendo l'altra. Come si avvicinarono alla spiaggia, il maschio emise un ultimo grido — un gemito, un singhiozzo, un grido di disperazione, di furore, di odio — che risonò sempre più forte, fino a riempire il cielo. Poi, l'orca più grossa svanì, e la femmina andò da sola alla deriva, portata dalla marea.
    (p. 84)
  • — Lei pensa, ho sentito dire, che l'orca ha attaccato il peschereccio e ha ucciso il suo amico. È un'idea che a tutti noi riesce difficile accettare, Capitano Campbell.
    Jack si fregò gli occhi stanchi. — Anche ha me, eppure... La vendetta non è forse una parte importante della Bibbia?
    — Nel Vecchio Testamento la vendetta è un tema di primo piano, sì. La vendetta del Signore. Era un Dio implacabile. — Il pastore fissava attentamente Campbell. — Che cosa sta cercando di dire?
    — Non lo so neanch'io, veramente. Stavo tentando di comprendere. Che cosa era sufficiente?
    — Sufficiente? — Il pastore sembrava confuso.
    — Quando il Signore si riteneva soddisfatto?
    — Capisco. Lei sente che la morte del suo amico è stata la risposta a qualcosa.
    — Può darsi — ammise Campbell.
    — Se vuole il mio consiglio, le dirò di dimenticare quanto è successo. Nella morte del suo amico lei sta leggendo molto più di quanto dovrebbe leggere. Che cosa strana: la morte fa sempre affiorare i rimorsi. Quante volte ho potuto constatarlo! Lei dà la colpa, vorrebbe sapere se è stata responsabilità sua, va in cerca di spiegazioni mistiche. Dio sa che non è un delitto, questo; ma, quando mi imbatto in una reazione del genere, consiglio sempre a tutti di pensare soltanto alla necessità di continuare a vivere, di lasciarsi il passato alle spalle. (p. 91)
  • — [...] Un'orca ricorda benissimo chi ha tentato di fare del male a lei o alla sua famiglia.
    — Sì, ma aggredire un battello, danneggiarlo, e continuare ad accanirsi fino a provocare la morte di uno dell'equipaggio... non le sembra un po' campato in aria?
    — Umilak sospirò. — Due indiani in una barca tentarono di uccidere un'orca ma riuscirono soltanto a ferirla. Non ritornarono in mare per più di un anno. Avevano paura. Quando pensarono che il pericolo fosse passato, uscirono in mare con quella stessa barca. L'orca li stava aspettando. Li uccise tutti e due.
    Campbell tentò di digerire quell'informazione, ma non poté. Aveva cercato conferma ai suoi timori ma, nel riceverla, sentiva la mente vacillare. L'ha visto con i suoi occhi? — domandò.
    — No — replicò rigidamente Umilak. — Ma è successo.
    — Balle! — Ma si ricordò all'improvviso il destino dei due boscaioli di cui — quanto tempo era passato, secoli? — aveva sentito parlare all'Aquario.
    Rachel, fronte aggrottata, si rivolse a Umilak: — E se un idiota avesse ucciso per sbaglio una femmina che stava per partorire, e fosse morto anche il balenottero?
    — Il maschio era presente?
    — Pare di sì.
    — Al posto di quell'uomo, non tornerei mai più in quelle acque. (pp. 98-99)
  • — Santo Dio, se le immagina lei due balene che parlano in questo tono, così carico di antagonismo? Orche, balene, delfini, sono tutti animali gioiosi, non litigiosi come noi. Si sentono al sicuro nel loro mondo, mentre noi... come dire? ... sembriamo scimmie appese a un ramo non abbastanza solido. Beate loro! Herman Melville diceva che, se Dio venisse sulla terra, sceglierebbe d'essere una balena, e io sono d'accordo.
    — Le nostre mastodontiche amiche possono ringraziarla di tanta pubblicità. Se vuole il mio parere, quell'orca che c'è in porto fa pensare piuttosto al diavolo. (p. 103)
  • Al termine della gettata, le onde si frangevano contro le pietre, spruzzandolo leggermente mentre se ne stava là a fissare attraverso l'oscurità nebbiosa verso il mare aperto. Era forse questo, ciò che aveva inseguito per tutti quegli anni? All'improvviso, si sorprese a domandarselo. Non era andato in giro per il mondo in cerca di avventura? E adesso era lì, sul punto di scoprire che cosa era andato cercando ma senza alcun desiderio di scoprirlo, perché comprendeva finalmente che cosa significava. Aveva sempre considerato l'avventura come sinonimo di auto-affermazione, ma ora non credeva più in quella formula, e il rendersene conto gli procurava timore e sgomento. Ora sapeva, al di là di ogni dubbio o recriminazione, che la sua ricerca era stata un continuo negare l'esistenza del terrore: un terrore personale, profondamente radicato nell'anima, così profondamente che non gli era mai riuscito di farlo affiorare, di scoprirlo. Ora, a causa dell'orca, lo sentiva annidato là, nell'ombra. Ciò che aveva cercato di nascondere a se stesso era l'essenza stessa di quell'essere. Il terrore era l'orca. (pp. 126-127)
  • — [...] In Florida, non c'è niente che non sia fatto artificialmente, ricavato e costruito dove prima c'erano soltanto paludi. A volte penso che l'oceano stesso sia stato ordinato dall'Ammiraglio Tal dei Tali, al solo scopo di metterci dentro i sommergibili. — Annie guardò amabilmente Rachel. — Di', lo sapevi che le palme dei grandi alberghi di Miami Beach sono artificiali? È vero! Circa una decina d'anni fa abbiamo avuto un parassita o qualcosa che ha fatto morire tutte quelle vere: le cime delle palme crollavano, lasciando soltanto i tronchi nudi. Senza scherzi, dovevi vedere che cosa sembrava Miami! Faceva l'effetto di trovarsi in Jamaica. Fatto sta che, pur di non rimanere senza palme, il che avrebbe rovinato l'ambiente, ne ordinarono un migliaio finte, facendole costruire a New York. Vennero trasportate attraverso tutto il continente con un treno-merci. In segreto, si capisce.. Dal mistero che ne facevano, pareva che invece di palme finte si trattasse di bombe atomiche. Ad ogni modo, il lavoro venne fatto tra le tre e le cinque di mattina, affinché nessuno vedesse. Sradicavano una palma vera per mezzo di una macchina e al suo posto ne mettevano una artificiale. Fecero la stessa cosa anche lungo la spiaggia, finché non ci rimase neppure una palma vera. Non una, capisci? — Annie batteva le palpebre, con espressione candida.
    — Ma via! — disse Rachel.
    — Domandale delle noci di cocco — disse Campbell. — Domandaglielo, come facevano per far cadere le noci di cocco.
    — Sì, spiegamelo — disse Rachel.
    Con la massima serietà, Annie disse: — Oh, semplicissimo. Le noci di cocco, devi sapere, vengono importate dalle Hawaii. Arrivano con un mercantile speciale, dentro casse anonime. Di notte, i bagnini vanno in giro armati di scale a pioli. Salgono sugli alberi e incollano le noci ai rami. È un adesivo speciale, che non dura molto. Il sole lo scioglie. La velocità con cui si scoglie dipende dalla quantità che viene usata, s'intende. Così, si riesce a ottenere che caschino noci di cocco in ore diverse del giorno.
    — Capisco. — Rachel sorrideva, divertita. — E i bagnini... saranno robot, vero?
    Annie sorrise, di rimando. — Si capisce! Anche i turisti! Tutti sono robot in Florida. Anche noi. (pp. 160-161)
  • — [...] Mi avevi promesso di non fare del male all'orca, se non per autodifesa, ma ormai non ti credo più, Jack. Tu intendi ucciderla, lo so bene, se ne avrai la possibilità, e non t'importa affatto del tempo che ci metterai. È qualcosa di più di una semplice vendetta: è come se tu andassi alla ricerca di qualcosa.
    — Continua.
    — È come se tutto ciò che hai desiderato nella vita, tutto quello che hai sofferto, fosse contenuto in quell'orca.
    — Che motivo avrei di ucciderla, allora? — domandò lui, in tono cupo.
    — Per liberare te stesso. Vedi quell'orca come la personificazione del male che c'è in te. Uccidendola, vinci il male. (pp. 204-205)
  • A poco a poco, sotto l'interrogatorio tranquillo ma persistente di Campbell, Umilak raccontò la sua storia. La pesca era povera, in quell'area, e Umilak doveva dar da mangiare alla sua famiglia. Era nata una sorta di competizione tra gli indiani e le balene, e le orche venivano a rubare i pesci più grossi dalle reti e dalle lenze degli indiani. Un'orca aveva addentato un balenottero che Umilak era riuscito ad arpionare.
    Agli indiani era permesso cacciare le balene ma non attentare alle orche marine, che essi veneravano come dèi del mare. Ma Umilak aveva frequentato la scuola cristiana e non credeva più nei tabù tribali. Aveva giurato a se stesso di uccidere la prima orca che si fosse permessa di rubargli la preda.
    Un'orca più grossa delle altre, sebbene giovane, allora, si era avvicinata alla barca di Umilak. Convinto che intendesse rubargli ciò che aveva pescato, l'indiano aveva afferrato il suo fucile da cacci e, presa la mira, aveva sparato. Le aveva fatto un foro nella pinna.
    L'orca ferita aveva caricato la barca, capovolgendola. C'era un altro indiano, a bordo. Umilak era riuscito a toccare terra, ma il suo compagno era scomparso. In seguito, Pinnarotta era rimasta nei pressi, e gli indiani ora si azzardavano a pescare soltanto tra le secche. Pesce ne prendevano pochissimo, e di questo la tribù dava la colpa a Umilak. Così, dandogli l'ostracismo, gli altri — compresa la famiglia di Umilak — si erano trasferiti in un'altra parte dell'isola. (p. 215)

ExplicitModifica

Affascinato, lui fissava il mostro negli occhi. Che cosa scorgeva, là in fondo? Visti da vicino, non erano rossi, erano color ambra. Due pozze d'ambra, profonde e limpide. Il ghiaccio si inclinava e lui cominciava a slittare. Nelle due pozze di fronte a lui si annidava qualcosa, e non era affatto qualcosa di malevolo, ma al contrario di selvaggio, di libero, di bello! Una voce acuta lo chiamava in una lingua strana che lui, miracolosamente, poteva comprendere. Avvicinati, diceva. Lasciati andare. Vieni, fonditi con me. Più vicino. Vieni. Più vicino.
— Che cos'aspetti? — urlava Rachel. — Uccidila! Uccidila, uccidila! Uccidila!
Gli occhi color ambra lo chiamavano. Lentamente, lui scivolava sempre più vicino.
— Spara!
L'arma esplose, in un colpo partito così, senza mira. Lui la lasciò cadere, la vide slittare giù per il pendio di ghiaccio e finire in acqua. Scivolava più rapidamente, ora, tentando invano di afferrarsi alla superficie vitrea. Sentiva l'elicottero portarsi sempre più basso. Troppo tardi! gemeva una voce dentro di lui. Troppo tardi! È sempre stato troppo tardi, per me! La sua bocca si aprì a un grido acuto, infantile, come se qualcun altro avesse parlato per lui. Aiuto!
Vedeva tutto: l'orrenda ferita sulla schiena di raso nero, dove si era conficcato l'arpione. Le pieghe insanguinate, lasciate là dalle sue pallottole. Una massa di cicatrici e di abrasioni copriva la testa, come se si fossero raccolti là tutti gli insulti e gli abusi del tempo. Campbell era disteso bocconi, slittava a testa in giù lungo il pendìo, a braccia tese in fuori. Alte file di denti color avorio, acuminati, affilati, apparivano sempre più grandi, mentre le mandibole si spalancavano sempre più. Lui si sentiva trascinare sempre più in basso.
Mentre Campbell stava ormai per raggiungere l'orca questa mandò un grido, altissimo e penetrante. L'alito ardente lo investì. Poi la testa si sollevò, si scostò, lasciando Campbell a penzolare dall'orlo del lastrone. Incredulo, inebetito, lui vide l'orca indietreggiare e svanire. Passarono alcuni istanti e poi, in distanza, l'orca spiccò il balzo, riempendo il cielo della sua maestà. Parve rimanere sospesa a mezz'aria per un tempo eterno, prima di ricadere in mare. La pinna forata filò via verso gli iceberg e s'inabissò sotto le onde.

FilmografiaModifica

BibliografiaModifica

  • Arthur Herzog, L'orca assassina, traduzione di Hilia Brinis, Editore Corno, 1977

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