Alessandro Forlani (scrittore)

scrittore italiano

Alessandro Forlani (1972 – vivente) scrittore italiano.

Incipit di alcune opereModifica

I senza-tempoModifica

Nausicaa, appoggiata alla porta, tirava lo sciacquone ad arte e se altre ragazze o le bidelle tentavano di aprire, rispondeva che era occupato. Daniele e il bambino biondo della terza C, ai lati del water, sceglievano le carte e le spargevano sul coperchio.
Daniele proponeva Insetto sega elettrica; Sciabola urbellum; Controlla avversario. Lei non aveva niente d'interessante e il bambino biondo, che aveva un sacco di carte super, non le scambiava. Parlava poco e male l'italiano, non diceva a nessuno il suo nome perché gli altri non riuscivano a pronunciarlo. Le maestre spiegavano che era straniero, l'unico così biondo a scuola, e a chiamarlo il biondo lo conoscevano tutti.
Aveva solo lui Distruttore rottame, non lo dava per Guerriero rapido né per Esploratore synchron: non erano carte rare, ma valevano gli stessi soldi. Contrattavano a gesti, per non farsi scoprire. Con la scusa di andare al bagno, si vedevano per barattare le "Yu Ghi". Daniele e il bambino biondo facevano i conti con gli euro o con il valore della carta. A Nausicaa del gioco non importava, con lei femmina gli altri non ci si mettevano; scambiava o comprava le carte perché avevano quei bellissimi disegni. Nausicaa guardava anche i cartoni di "Yu Ghi Oh"; gli altri no, ci giocavano e basta.
Aveva visto i bambini grandi di quinta con le carte di "Magic": dicevano che erano più belle e che il gioco fosse meglio. Daniele ripeteva tutt'accigliato, raddrizzandosi gli occhiali sul naso, che da più grande ci avrebbe giocato di sicuro. Le carte di "Magic" non erano molto manga, a Nausicaa non piacevano granché.
Il biondo tirò fuori altri due Distruttori. Daniele strabuzzò gli occhi:
– Ne hai tre, mica uno! E non vuoi scambiarlo? – Aprì il raccoglitore sul coperchio, mostrò tutte le carte più rare e preziose. Fece un mucchio di Gaia il cavaliere, Sciabola X Wayne, Lancio del martello. – Dammene uno solo!
Il biondo, ostinato, faceva cenno di no.
– Ma allora sei scemo! – sibilò Nausicaa. I maschi la guardarono spaventati.
Daniele scoppiò a piangere, agguantò un Distruttore.
Il biondo gli diede addosso, saltò sulla tazza; il tonfò rimbombò per tutto il bagno delle femmine.
Nausicaa uscì di corsa dai gabinetti; il biondo e Daniele rotolarono accapigliati con la rara "Yu Ghi Oh ormai ridotta a un catorcio.
All'improvviso, grida dai corridoi. Tornarono a nascondersi nel bagno, abbracciati.

Arabrab di AnubiModifica

I due carri si rincorrevano in una nube di ghiaia e polvere, il sole scintillava sulle piastre degli aurighi, sui cerchi delle ruote e sulle barde dei cavalli. I sistri i crotali gli urrah di folla nitriti e schiocchi e stridio di ferro; il crac dei vimini di ceste ed assi e il giogo e il freno gli acuti sibili. L'olezzo di stallatico, sudore e il suo profumo: una scia di ciclamino lungo il cerchio della pista.
«Un altro giro! Tirate ancora!», Kashka li incitò.
Arabrab e Tutankali, sulle due bighe con arco e frecce, si alternarono al manichino ch'era affisso a una parete. Lei centrò il bersaglio già infilzato di molti dardi, ma suo fratello scoccò nel Nilo, all'acqua placida e la riva folta, troppo lontano molto al di sopra dei muri candidi del palazzo. Nessuno dei suoi colpi era inflitto nel paglione. Le guardie, i cortigiani, gli scribi e i servitori abbassarono lo sguardo e si sforzarono di non ridere. Applaudirono servili. Solo Kashka, bestemmiati i suoi déi numidi, s'alzò in piedi dagli sgabelli nella tribuna di lino e canne, agitò il frustino d'osso e di penne di pavone.
«Basta, fermatevi!»
I cocchieri rallentarono. Lei e suo fratello, madidi e impolverati, si inchinarono ai rimproveri dell'irascibile e enorme nero:
«Principe, che farai», gridò in faccia a Tutankali, «contro gli Hyksos e gli Ittiti?! Non vuoi combattere con tuo padre in guerra?! Sono mesi che ti addestro e a malapena sai impugnare un'arma!»
Lo stese a terra con un ceffone, i servi e i nobili trasecolarono. I soldati si impietrirono al temuto comandante.
«Morire e uccidere non è uno scherzo. Anche un dio deve imparare.»

TModifica

Riso insipido nel piatto, le pozzanghere di soia, nubi verdi di wasabi, fiori in plastica e bacchette.
E l'eco nera di una marea dal lido buio di fronte a loro. Filo spinato sul bagnasciuga, mitragliatrici fra gli ombrelloni. I giocattoli, gli stracci e i salvagente sulla sabbia. I lampi arancio sull'orizzonte di torpedini e cannoni, che affondavano le chiatte degli emigranti subeuropei.
Ludovica alzò lo sguardo dai resti tristi del dopocena ai divisori di legno e tela con i dipinti di geishe e il Fuji, rotolò, con gli occhi azzurri, fra le sedie e i tavolini.
Le cameriere in camicia rossa ferme in piedi alle pareti. O scivolavano a sbadigliare dietro i vasi di ceramica. Color oro, perla, enormi; made in Taiwan, Ming o Tojiki. Lo aveva letto su una rivista.
La luce pallida e inospitale dei faretti alle pareti, l'alternanza bianco e bruno dell'intonaco crespato.
Chiara, Micol, Monica e Hristina si abbandonarono sulle sedie e si versarono il sake, affogarono il silenzio nel tè verde raffreddato. Gli argomenti, le novità, i "dàièverooo?!" settimanali finiti in briciole sulla tovaglia con i chicchi e la tempura.
Si guardarono, sorrisero e si distesero, finalmente. Si aggrapparono ai pad.phone sparsi muti fra bottiglie, le teiere, le posate e i tovaglioli appallottolati. Chine sui touchscreen con gli occhi ansiosi le dita piccole e inanellate.

BibliografiaModifica

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