Differenze tra le versioni di "Pietro Aretino"

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(→‎Lettere: Provo a sistemare le quattro citazioni prelevate dall'epistolatio aretinesco che si trovano ad inizio pagina spostandole nella sezione delle ''Lettere''. A due citazioni aggiungo il numero di pagina, che mancava, e le amplio un poco. Quanto alle altre due, non presenti nel volume di riferimento riportato in “Bibliografia” (Mondadori, 1960), le ripubblico in fondo alla sezione complete di note.)
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*[...] la mia stizza si dilegua col fume de le parole e fornisco di adirarmi come ho fornito di parlare; onde mi è forza poi (bontà de la natura benigna che mi ha in preda) di chieder perdono fino a chi mi offende, e ogni piccola somessione che usino i miei crocifissori mi trae le lagrime dal core non che da gli occhi. Ecco Antonio Brocardo che mi muore nimico, e io scrivo sonetti per onorar de la sua memoria. (da ''A messer Giulio Tancredi'', p. 325)
*{{NDR|Sul gioco del [[lotto]]}} Saria una comedia da far crepar de le risa il pianto, chi facesse un libro de i pensieri che si fan verbigrazia ne i sei millia zecchini del [[lotto]] che dee venire. Chi para camere, chi ricama drappi, chi compra cavalli, chi gli pone in banco, chi ne marita sorelle, chi gli investisce in poderi. Il servitore ch'io dico scrisse al padre che facesse mercato d'un palazzo col giardino d'un che voleva riuscirne, e che non guardasse a la favola di cento più o meno. Ma tutto è burla, eccetto il dar via le buone e tenersi le triste. (da ''A messer Giovanni Manenti'', p. 335)
*Perché il [[segreto|secreto]] è de la natura del mercurio, che versa per tutto, e con più facilità si sofferiscono le passioni del corpo che le molestie date da lui a la lingua, correndole mille volte il dì fino in su la punta de la parola; e quanto più il pericolo si sforza di farlo tacere, tanto più gli cresce la voglia di no istar queto, non per altro che esser figliastro de la fama, onde tenta d'entrarle in grazie col rivelare a le sue orecchie le cose dategli in guardia da l'altrui fidanza. (da ''Al magnifico messer Gianiacopo Caroldo'', p. 340)
*Più pro fa il [[pane]] asciutto in casa sua che l'accompagnato con molte vivande a l'altrui tavola. (da ''Al Fausto Longiano'', p. 374)
*E non me ne maraviglio, perché la gentilezza de la maggior parte de i [[mercanti]] è la villania, e apresso di loro non è di merito se non il furto che essi battizzono guadagno. (da ''A messer Domenico de i Conti'', p. 459)
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