Differenze tra le versioni di "Pietro Aretino"

→‎Lettere: Provo a sistemare le quattro citazioni prelevate dall'epistolatio aretinesco che si trovano ad inizio pagina spostandole nella sezione delle ''Lettere''. A due citazioni aggiungo il numero di pagina, che mancava, e le amplio un poco. Quanto alle altre due, non presenti nel volume di riferimento riportato in “Bibliografia” (Mondadori, 1960), le ripubblico in fondo alla sezione complete di note.
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(→‎Lettere: Provo a sistemare le quattro citazioni prelevate dall'epistolatio aretinesco che si trovano ad inizio pagina spostandole nella sezione delle ''Lettere''. A due citazioni aggiungo il numero di pagina, che mancava, e le amplio un poco. Quanto alle altre due, non presenti nel volume di riferimento riportato in “Bibliografia” (Mondadori, 1960), le ripubblico in fondo alla sezione complete di note.)
*O turba errante, io ti dico e ridico che la [[poesia]] è un ghiribizzo de la natura ne le sue allegrezze, il qual si sta nel furor proprio, e mancandone, il cantar poetico diventa un cimbalo senza sonagli e un campanel senza campane. (da ''A messer Lodovico Dolce'', p. 193)
*Quanto seria meglio per un Gran Maestro il tener in casa uomini fedeli, gente libera e persone di buona volontà, senza infreggiarsi de la volpina modestia de i [[pedanteria|pedanti]] asini de gli altrui libri, i quali, poi che hanno assassinato i morti e con le lor fatiche imparato a gracchiare, non riposano fino a tanto che non crocifiggano i vivi. (da ''Al cardinal di Ravenna'', p. 223)
*E ben debbo io osservarvi che il mondo ha molti re e un solo [[Michelangelo Buonarroti|Michelagnolo]]. (da ''Al divino Michelagnolo'', p. 237)
*Che così non si po far de i [[funghi]], a i quali fa bisogno bollir con due fette di medolla di pane e poi frigergli ne l'olio. E anco non si mangiano volentieri se non la mattina, per sospetto del veleno che di notte malamente si po riparare, bontà del sonno che sganghera l'eccellenza de i medici. (da ''Al signor Luigi Gonzaga'', p. 259)
*Egli, onorando gentil'uomo, mi parrebbe peccare ne la ingratitudine, se io non pagassi con le lodi una parte di quel che son tenuto a la divinità del sito dove è fondata la vostra casa, la quale abito con sommo piacere de la mia vita, per ciò che ella è posta in luogo che né 'l più giuso, né 'l più suso, né 'l più qua, né 'l più in là ci trova menda. Onde temo entrando ne i suoi meriti, come si teme a entrare in quegli de l'imperadore. Certo, chi la fabricò le diede la perminenza del più degno lato ch'abbia il [[Venezia|Canal grande]]. E per esser egli il patriarca d'ogni altro rio, e [[Venezia]] la papessa d'ogni altra cittade, posso dir con verità ch'io godo de la più bella strada e de la più gioconda veduta del mondo. Io non mi faccio mai a le finestre ch'io non vegga mille persone e altrettante gondole su l'ora de i mercatanti. Le piazze del mio occhio deritto sono le Beccarie e la Pescaria; e il campo del mancino, il Ponte e il Fondaco de i tedeschi; a l'incontro ho il Rialto, calcato da uomini da faccende. Hocci le vigne ne i burchi, le caccie e l'uccellagione ne le botteghe, gli orti ne lo spazzo. (da ''A messer Domenico Bolani, pp. 264-265)
*Più pro fa il [[pane]] asciutto in casa sua che l'accompagnato con molte vivande a l'altrui tavola. (da ''Al Fausto Longiano'', p. 374)
*E non me ne maraviglio, perché la gentilezza de la maggior parte de i [[mercanti]] è la villania, e apresso di loro non è di merito se non il furto che essi battizzono guadagno. (da ''A messer Domenico de i Conti'', p. 459)
*Siate pur certo che sì come il carnale de la voluptà genera avarizia, imprudenza, temerità, furto e vituperio, così il soverchio de lo [[studio]] procrea errore, confusione, maninconia, còlerà e sazietà. (da ''A messer Agustin Ricchi'', pp. 491-492)
*Il dono de i [[tartufi]] è suto di piacere e di maraviglia. Mi son compiaciuto ne la lor bellezza e maravigliato del vedergli ne la stagione che gli riarde. Certo, non si vantino quegli di Norcia né de l'Aquila di esser migliori. Ma s'io vi dicesse come mi hanno onorato una cenetta che a punto la sera che me gli mandaste dava a non so che Signoria, vi verrebbe voglia di essermi largo d'altrettanti acciò che invitandola una altra volta, io mi acquistassi nome di gran maestro. (da ''Al capitan Adrian da Perugia'', p. 519)
*[...] l'[[arte]] è una nativa considerazione de l'eccellenze de la natura, la quale se ne vien con noi da le fasce.<ref>Da una lettera a Francesco Coccio, n. 223, settembre 1547; in ''Lettere'', a cura di Paolo Procaccioli, Salerno, 2000, p. 151. ISBN 88-8402-311-4</ref>
*Da la culla, e non da la [[scuola|scola]], deriva l'eccellenza di qualunque ingegno mai fusse.<ref>Da una lettera a Francesco Coccio, n. 347, marzo 1548; in ''Tutte le opere di Pietro Aretino: Lettere, libro 1-2'', a cura di Francesco Flora, con note storiche di Alessandro Del Vita, Mondadori, 1960.</ref>
 
==''Orlandino''==
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