Differenze tra le versioni di "Pietro Aretino"

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*[...] la mia stizza si dilegua col fume de le parole e fornisco di adirarmi come ho fornito di parlare; onde mi è forza poi (bontà de la natura benigna che mi ha in preda) di chieder perdono fino a chi mi offende, e ogni piccola somessione che usino i miei crocifissori mi trae le lagrime dal core non che da gli occhi. Ecco Antonio Brocardo che mi muore nimico, e io scrivo sonetti per onorar de la sua memoria. (da ''A messer Giulio Tancredi'', p. 325)
*Ma Dio lo perdoni a chi assassina me, che do a ognuno quel che io ho! Per ciò mai niente ho né aver, se non cambio vezzo. La qual cosa non è possibile, perch'io ebbi la [[prodigalità]] per dota, come la maggior parte de gli uomini ha l'[[avarizia]]; ed è chiaro che i prodighi spendano ogni cosa in un tratto, come avessero a vivere un dì, e gli avari non ispendano mai cosa alcuna, come avessero a viver sempre. (da ''Al signor Giambattista Castaldo'', pp. 128-129)
*Ma voi sete giovane, e stavistavvi bene ogni male. Ma il Sansovino e io, vecchi alleluia, rineghiamo l'''Omnia vincit'' nel vederci assassinare da le sue mariolarie, le quali ci giurano che la zappa e la vanga ce lo caverà de la brachetta. Per la qual cosa, avendo voi qualche bella tinta da far nere le [[barbe]], ''me vobis comendo''; ma guardate di non me la far turchina, che per Dio simigliarei i due gentil'uomini che stettero per cotal novella murati in casa un anno. (da ''A messer Luigi Anichini'', p. 307)
*O turba errante, io ti dico e ridico che la [[poesia]] è un ghiribizzo de la natura ne le sue allegrezze, il qual si sta nel furor proprio, e mancandone, il cantar poetico diventa un cimbalo senza sonagli e un campanel senza campane. (da ''A messer Lodovico Dolce'', p. 193)
*Quanto seria meglio per un Gran Maestro il tener in casa uomini fedeli, gente libera e persone di buona volontà, senza infreggiarsi de la volpina modestia de i [[pedanteria|pedanti]] asini de gli altrui libri, i quali, poi che hanno assassinato i morti e con le lor fatiche imparato a gracchiare, non riposano fino a tanto che non crocifiggano i vivi. (da ''Al cardinal di Ravenna'', p. 223)
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