Differenze tra le versioni di "Pietro Aretino"

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==''Lettere''==
*Certo, io stupisco come i poeti non si sbrachino per cantar le virtù de l'[[insalata]]. E si fa un gran torto a i frati e a le moniche a non lodarla, perché essi rubbano l'ore e le orazioni per ispenderle in nettarla da i sassolini, ed esse quasi balie sue gittano il tempo dietro a quel tempo che suda, in adacquarla e in curarla. (da ''A messer Girolamo Sarra'', p. 271)
*Essendo, signor mio, maggior la felicità del [[dono|donare]] che quella del ricevere, io ho caro fuor di modo che dal presente de gli scudi de la impresa e del saio di raso bianco che mi fate, nasca in voi il sommo grado de la consolazione. Ed è vostra gran ventura che tanto possa la vertù de la cortesia; perché facendo voi l'essercizio de la liberalità nel donar continuo, continuamente siete felice. Per la qual cosa farei ingiuria a la Signoria Vostra prolungandomi in ringraziarla di quello che, per avere accettato i suoi doni, merito di esser ringraziato io. (da ''Al conte Guido Rangone'', p. 14)
*Che così non si po far de i [[funghi]], a i quali fa bisogno bollir con due fette di medolla di pane e poi frigergli ne l'olio. E anco non si mangiano volentieri se non la mattina, per sospetto del veleno che di notte malamente si po riparare, bontà del sonno che sganghera l'eccellenza de i medici. (da ''Al signor Luigi Gonzaga'', p. 259)
*Chi non dubita de le promesse de i principi, non sa ciò che sia [[dubbio]]. (da ''Al conte Massimo Stampa'', p. 108)
*Egli, onorando gentil'uomo, mi parrebbe peccare ne la ingratitudine, se io non pagassi con le lodi una parte di quel che son tenuto a la divinità del sito dove è fondata la vostra casa, la quale abito con sommo piacere de la mia vita, per ciò che ella è posta in luogo che né 'l più giuso, né 'l più suso, né 'l più qua, né 'l più in là ci trova menda. Onde temo entrando ne i suoi meriti, come si teme a entrare in quegli de l'imperadore. Certo, chi la fabricò le diede la perminenza del più degno lato ch'abbia il [[Venezia|Canal grande]]. E per esser egli il patriarca d'ogni altro rio, e [[Venezia]] la papessa d'ogni altra cittade, posso dir con verità ch'io godo de la più bella strada e de la più gioconda veduta del mondo. Io non mi faccio mai a le finestre ch'io non vegga mille persone e altrettante gondole su l'ora de i mercatanti. Le piazze del mio occhio deritto sono le Beccarie e la Pescaria; e il campo del mancino, il Ponte e il Fondaco de i tedeschi; a l'incontro ho il Rialto, calcato da uomini da faccende. Hocci le vigne ne i burchi, le caccie e l'uccellagione ne le botteghe, gli orti ne lo spazzo. (da ''A messer Domenico Bolani, pp. 262-265)
*Essendo, signor mio, maggior la felicità del [[dono|donare]] che quella del ricevere, io ho caro fuor di modo che dal presente de gli scudi de la impresa e del saio di raso bianco che mi fate, nasca in voi il sommo grado de la consolazione. Ed è vostra gran ventura che tanto possa la vertù de la cortesia; perché facendo voi l'essercizio de la liberalità nel donar continuo, continuamente siete felice. Per la qual cosa farei ingiuria a la Signoria Vostra prolungandomi in ringraziarla di quello che, per avere accettato i suoi doni, merito di esser ringraziato io. (da ''Al conte Guido Rangone'', p. 14)
*Il dono de i [[tartufi]] è suto di piacere e di maraviglia. Mi son compiaciuto ne la lor bellezza e maravigliato del vedergli ne la stagione che gli riarde. Certo, non si vantino quegli di Norcia né de l'Aquila di esser migliori. Ma s'io vi dicesse come mi hanno onorato una cenetta che a punto la sera che me gli mandaste dava a non so che Signoria, vi verrebbe voglia di essermi largo d'altrettanti acciò che invitandola una altra volta, io mi acquistassi nome di gran maestro. (da ''Al capitan Adrian da Perugia'', p. 519)
*Io, per dono de la [[cortesia]] che mi ha legato con le catene de la gentilezza, dico che sete quella che mi pareva impossibile che voi foste; né mi curo più che mi si faccia fede de le grazie che celestemente vi fregiano, perché dove è la cortesia sono tutti i tesori e le stelle, e senza lei è nulla qualunque grado di vertù in donna o uomo sia. (da ''A la signora Flaminia'', pp. 127-128)
*[...] la mia stizza si dilegua col fume de le parole e fornisco di adirarmi come ho fornito di parlare; onde mi è forza poi (bontà de la natura benigna che mi ha in preda) di chieder perdono fino a chi mi offende, e ogni piccola somessione che usino i miei crocifissori mi trae le lagrime dal core non che da gli occhi. Ecco Antonio Brocardo che mi muore nimico, e io scrivo sonetti per onorar de la sua memoria. (da ''A messer Giulio Tancredi'', p. 325)
*Ma Dio lo perdoni a chi assassina me, che do a ognuno quel che io ho! Per ciò mai niente ho né aver, se non cambio vezzo. La qual cosa non è possibile, perch'io ebbi la [[prodigalità]] per dota, come la maggior parte de gli uomini ha l'[[avarizia]]; ed è chiaro che i prodighi spendano ogni cosa in un tratto, come avessero a vivere un dì, e gli avari non ispendano mai cosa alcuna, come avessero a viver sempre. (da ''Al signor Giambattista Castaldo'', pp. 128-129)
*Ma voi sete giovane, e stavi bene ogni male. Ma il Sansovino e io, vecchi alleluia, rineghiamo l'''Omnia vincit'' nel vederci assassinare da le sue mariolarie, le quali ci giurano che la zappa e la vanga ce lo caverà de la brachetta. Per la qual cosa, avendo voi qualche bella tinta da far nere le [[barbe]], ''me vobis comendo''; ma guardate di non me la far turchina, che per Dio simigliarei i due gentil'uomini che stettero per cotal novella murati in casa un anno. (da ''A messer Luigi Anichini'', p. 307)
*[...] veramente ch'io ho più [[compassione]] a chi [[amore|pate amando]] che a chi si muor di fame o a chi va a la giustizia a torto: perché il morirsi di fame procede da la dapocaggine, e l'esser giustiziato a torto nasce da la mala sorte; ma la crudeltà che cade sopra uno innamorato è un assassinamento fattogli da la fede, da la sollecitudine e da la servitù de la bontà propria. (da ''Al conte di San Secondo'', pp. 190-191)
*O turba errante, io ti dico e ridico che la [[poesia]] è un ghiribizzo de la natura ne le sue allegrezze, il qual si sta nel furor proprio, e mancandone, il cantar poetico diventa un cimbalo senza sonagli e un campanel senza campane. (da ''A messer Lodovico Dolce'', p. 193)
*Quanto seria meglio per un Gran Maestro il tener in casa uomini fedeli, gente libera e persone di buona volontà, senza infreggiarsi de la volpina modestia de i [[pedanteria|pedanti]] asini de gli altrui libri, i quali, poi che hanno assassinato i morti e con le lor fatiche imparato a gracchiare, non riposano fino a tanto che non crocifiggano i vivi. (da ''Al cardinal di Ravenna'', p. 223)
*Che così non si po far de i [[funghi]], a i quali fa bisogno bollir con due fette di medolla di pane e poi frigergli ne l'olio. E anco non si mangiano volentieri se non la mattina, per sospetto del veleno che di notte malamente si po riparare, bontà del sonno che sganghera l'eccellenza de i medici. (da ''Al signor Luigi Gonzaga'', p. 259)
*Egli, onorando gentil'uomo, mi parrebbe peccare ne la ingratitudine, se io non pagassi con le lodi una parte di quel che son tenuto a la divinità del sito dove è fondata la vostra casa, la quale abito con sommo piacere de la mia vita, per ciò che ella è posta in luogo che né 'l più giuso, né 'l più suso, né 'l più qua, né 'l più in là ci trova menda. Onde temo entrando ne i suoi meriti, come si teme a entrare in quegli de l'imperadore. Certo, chi la fabricò le diede la perminenza del più degno lato ch'abbia il [[Venezia|Canal grande]]. E per esser egli il patriarca d'ogni altro rio, e [[Venezia]] la papessa d'ogni altra cittade, posso dir con verità ch'io godo de la più bella strada e de la più gioconda veduta del mondo. Io non mi faccio mai a le finestre ch'io non vegga mille persone e altrettante gondole su l'ora de i mercatanti. Le piazze del mio occhio deritto sono le Beccarie e la Pescaria; e il campo del mancino, il Ponte e il Fondaco de i tedeschi; a l'incontro ho il Rialto, calcato da uomini da faccende. Hocci le vigne ne i burchi, le caccie e l'uccellagione ne le botteghe, gli orti ne lo spazzo. (da ''A messer Domenico Bolani, pp. 262-265)
*Certo, io stupisco come i poeti non si sbrachino per cantar le virtù de l'[[insalata]]. E si fa un gran torto a i frati e a le moniche a non lodarla, perché essi rubbano l'ore e le orazioni per ispenderle in nettarla da i sassolini, ed esse quasi balie sue gittano il tempo dietro a quel tempo che suda, in adacquarla e in curarla. (da ''A messer Girolamo Sarra'', p. 271)
*[...] la mia stizza si dilegua col fume de le parole e fornisco di adirarmi come ho fornito di parlare; onde mi è forza poi (bontà de la natura benigna che mi ha in preda) di chieder perdono fino a chi mi offende, e ogni piccola somessione che usino i miei crocifissori mi trae le lagrime dal core non che da gli occhi. Ecco Antonio Brocardo che mi muore nimico, e io scrivo sonetti per onorar de la sua memoria. (da ''A messer Giulio Tancredi'', p. 325)
*{{NDR|Sul gioco del [[lotto]]}} Saria una comedia da far crepar de le risa il pianto, chi facesse un libro de i pensieri che si fan verbigrazia ne i sei millia zecchini del [[lotto]] che dee venire. Chi para camere, chi ricama drappi, chi compra cavalli, chi gli pone in banco, chi ne marita sorelle, chi gli investisce in poderi. Il servitore ch'io dico scrisse al padre che facesse mercato d'un palazzo col giardino d'un che voleva riuscirne, e che non guardasse a la favola di cento più o meno. Ma tutto è burla, eccetto il dar via le buone e tenersi le triste. (da ''A messer Giovanni Manenti'', p. 335)
*[...] veramente ch'io ho più [[compassione]] a chi [[amore|pate amando]] che a chi si muor di fame o a chi va a la giustizia a torto: perché il morirsi di fame procede da la dapocaggine, e l'esser giustiziato a torto nasce da la mala sorte; ma la crudeltà che cade sopra uno innamorato è un assassinamento fattogli da la fede, da la sollecitudine e da la servitù de la bontà propria. (da ''Al conte di San Secondo'', pp. 190-191)
 
==''Orlandino''==
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