Differenze tra le versioni di "Utente:George Kaplan 21/prova"

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*La ragazza indossava una vecchia camicia a scacchi di cotone liso con i bottoni automatici color perla e le maniche lunghe abbassate e aveva sempre un buonissimo odore di pulito, quello di chi merita tutta la tua fiducia e il tuo affetto anche se non ne sei innamorato. (p. 47, cap. 6)
 
*Ho una soglia di tolleranza al dolore straordinariamente alta. (p. 148, cap. 14)
 
*Il fatto è che qui le dichiarazioni dei [[reddito|redditi]] non si esauriscono mai. Ce n'è sempre un'altra da fare. In realtà non finisci mai. Ma del resto col prato era lo stesso, ha presente? Almeno quando pioveva a sufficienza. Appena portato a termine l'ultimo pezzettino che aveva ritagliato, era già ora di falciare di nuovo la prima parte. Gli piaceva il prato corto e curato. Ci passava tantissimo tempo, ora che ci penso. Tantissimo tempo. (p. 149, cap. 14)
 
*Il cane odiava quella catena. Ma aveva una sua dignità. Quello che faceva era non tendere mai la catena del tutto. Non si allontanava mai nemmeno quel tanto da sentire che tirava. Nemmeno se arrivava il postino, o un rappresentante. Per dignità, il cane fingeva di aver scelto di stare entro quello spazio che guarda caso rientrava nella lunghezza della catena. Niente al di fuori di quello spazio lo interessava. Interesse zero. Perciò non si accorgeva mai della catena. Non la odiava. La catena. L'aveva privata della sua importanza. Forse non fingeva, forse aveva davvero scelto di restringere il suo mondo a quel piccolo cerchio. Aveva un potere tutto suo. Una vita intera legato a quella catena. Quanto volevo bene a quel maledetto cane. (p. 152, cap. 14)
 
*«La nostra piccolezza, la nostra insignificanza e natura mortale, mia e vostra, la cosa a cui per tutto il tempo cerchiamo di non pensare direttamente, che siamo minuscoli e alla mercé di grandi forze e che il tempo passa incessantemente e che ogni giorno abbiamo perso un altro giorno che non tornerà più e la nostra infanzia è finita e con lei l'adolescenza e il vigore della gioventù e presto anche l'età adulta, che tutto quello che vediamo intorno a noi non fa che decadere e andarsene, tutto se ne va e anche noi, anch'io, da come sono sfrecciati via questi primi quarantadue anni tra non molto me ne andrò anch'io, chi avrebbe mai immaginato che esistesse un modo più veritiero di dire "morire", "andarsene", il solo suono mi fa sentire come mi sento al crepuscolo di una domenica d'inverno...». (p. 184, cap. 19)
 
*In sostanza, ero uno di quelli che hanno il terrore di essere in ritardo ma non si sa come sono sempre in ritardo. (p. 243, cap. 22)
 
*Anche se a un certo punto devi fare buon viso e giocare le carte che ti hanno servito e continuare a vivere, seconde me. (p. 270, cap. 22)
 
*I consigli - anche quelli saggio - in realtà non servono a niente a chi li riceve, non gli cambiano niente dentro, e anzi possono confonderli le idee se gli fanno sentire il grande divario tra la relativa semplicità del consiglio e la complessità incasinatissima della sua situazione e del suo percorso. (p. 270, cap. 22)
 
*A differenza della ragazza cristiana, si direbbe che io non riconosca mai i momenti importanti quando capitano, sembrano sempre distrazioni da quello che dovrei fare. (p. 283, cap. 22)
 
*Signori, benvenuti nel mondo della realtà: non c'è pubblico. Nessuno che applauda, che ammiri. Nessuno che vi veda. Capite? Ecco la verità: il vero [[eroismo]] non riceve ovazioni, non intrattiene nessuno. Nessuno fa la fila per vederlo. Nessuno se ne interessa. (p. 299, cap. 22)
 
*Quello che i colleghi come Fogle non hanno capito è che esistono verità diversissime, alcune incompatibili tra loro. (p. 337, cap. 24)
 
*A rendere una verità significativa, meritevole &cc. è la sua pertinenza, che a sua volta richiede estremo discernimento e sensibilità al contesto, alle questioni di valore e al punto generale. (p. 337, cap. 24)
 
*L'idea che la gente provi una sola emozione per volta è l'ennesimo artificio dei ricordi. (p. 391, cap. 24)
 
*Dire la verità è molto più insidioso di quanto la maggior parte delle persone normali non creda. (p. 392, cap. 24)
 
*I diavoli in realtà sono angeli. (p. 403, cap. 25)
 
*Ogni storia d'amore è una storia di fantasmi. (p. 404, cap. 25)
 
*{{NDR|Riferito a Blumquist}} I brulicanti lo considerano socievole. Ma nessuno gli rivolge mai la parola. (p. 409, cap. 26)
 
*Prestare attenzione a qualcosa che non fosse la paura era come sollevare un oggetto pesante con una puleggia e una corda: si poteva fare, ma richiedeva sforzo, ti stancavi, e al minimo cedimento ecco che la tua attenzione tornava dove non avresti mai voluto. (p. 411, cap. 27)
 
* -Non dovrete passare ogni singola dichiarazione dei redditi al microscopio.<br>-Dovrete essere arguiti e veloci. [...]<br>-È questo il criterio: un accertamento produrrà un incremento massimale una volta sottratto il costo dell'accertamento?<br>-Ecco una cosa da eliminare: l'idea che voi siate i guardiani della virtù civica. (p.440, cap. 27)
 
* -Dimenticate l'dea che le informazioni siano un bene.<br>-Solo certe informazioni sono un bene.<br>-''Certe'' nel senso di poche, non nel senso di confermate al cento per cento. (p.441, cap. 27)
 
*E a un tratto gli venne in mente che in realtà gli uccelli, i cui cinguettii e canti ripetuti risultavano tanto graziosi nell'esaltare la natura e l'arrivo del giorno, forse dicevano, in un codice noto solo agli altri uccelli:«Vattene!» oppure:«Questo ramo è mio!» oppure:«Questo albero è mio! Ti uccido! Uccido, uccido!» O cose cupe, brutali e autoprotettive d'ogni genere: forse quelle che si sentivano erano urla di guerra. Il pensiero sorse dal nulla e chissà perché lo mise di pessimo umore. (p. 483, cap. 31)
 
*Immaginò che la seconda lancetta dell'orologio fosse dotata di consapevolezza e sapesse di essere una lancetta e che il suo compito era girare e rigirare all'infinito dentro un cerchio di numeri con la stessa andatura lenta e invariata di una macchina, senza mai andare da nessuna parte se non dove era già stata un milione di volte, e immaginare la seconda lancetta fu così orribile che il fiato gli rimase strozzato in gola [...]. (p. 495, cap. 33)
 
*Quando l'esperienza di cui hai un assaggio a misura d'uomo diventa possibile, la parole si inventa da sola. Il termine. (p. 499, cap. 33)
 
*Ho imparato che il mondo degli uomini così com'è oggi è una burocrazia. È una verità ovvia, certo, per quanto ignorarla provochi grandi sofferenze. Ma ho anche scoperto, nell'unico modo in cui un uomo impara sul serio le cose importanti, la vera dote richiesta per fare strada in una burocrazia. Per fare strada sul serio, dico: fai bene, distinguiti, servi. Ho scoperto la chiave. La chiave non è l'efficienza, o la rettitudine, o l'intuizione, o la saggezza. Non è l'astuzia politica, la capacità di relazione, la pura intelligenza, la lealtà, la lungimiranza o una qualsiasi delle qualità che il mondo burocratico chiama virtù e mette alla prova. La chiave è una certa capacità alla base di tutte queste qualità, più o meno come la capacità di respirare e pompare il sangue sta alla base di tutti i pensieri e le azioni. La chiave burocratica alla base di tutto è la capacità di avere a che fare con la noia. Di operare efficacemente in un ambiente che preclude tutto quanto è vitale e umano. Di respirare, per così dire, senz'aria. La chiave è la capacità, innata o acquisita, di trovare l'altra faccia della ripetizione meccanica, dell'inezia, dell'insignificante, del ripetitivo, dell'inutilmente complesso. Essere, in una parola, inannoiabile. Ho conosciuto, tra il 1984 e l'85, due uomini così. È la chiave della vita moderna. Se sei immune alla noia, non c'è letteralmente nulla che tu non possa fare. (p. 566-567, cap. 44)
 
*La bellezza, almeno quando hai quell'età, è una specie di trappola. A una parte avida di te in realtà piace quell'attenzione. Sei speciale, sei desiderabile. Ci metti un attimo a identificarti con la bellezza, come se non avessi altro, è la cosa che ti rende speciale. [...] Il rovescio della medaglia è che cominci anche a capire che in realtà sei un pezzo di carne. Ecco cosa sei. Carne estremamente desiderabile, ma nessuno ti prenderà mai sul serio e non diventerai mai, che so, presidente di una banca perché nessuno guarderà mai al di là della bellezza, la bellezza è ciò che colpisce gli altri e ottunde la sensibilità, a loro interessa solo quella, ed è difficile non farti risucchiare e non cominciare, che so, ad adattarti e a vederti nello stesso modo. (p. 623, cap. 46)
 
*È la sensazione, che per gli adolescenti è veramente terribile, di sentire che nessuno è veramente in grado di conoscerti o di amarti per quello che sei perché non è capace di vederti né tu glielo permetti anche se ti sembra di volere che lo faccia. Ma allo stesso tempo è anche la sensazione di sapere che è un problema noioso e immaturo da brutto film:«Ohi ohi, nessuno sa amarmi per quello che sono», perciò sei consapevole che il tuo senso di solitudine è stupido e banale anche se lo provi, il senso di solitudine, perciò non hai nemmeno un briciolo di comprensione per te stessa. (p. 625, cap. 46)
 
*E per la prima volta ho pensato alle cicatrici e ai tagli come a un modo per far venire fuori la verità interiore tutt'altro che bella, per farla diventare esteriore. (p. 626, cap. 46)
 
*Come se sapendo perché lo facevi potessi come per incanto non farlo più. E questo secondo lui era una grossa balla che si bevevano tutti e che rendeva i dottori e la terapia standard un'enorme perdita di tempo per quelli come noi: secondo loro diagnosi e cura erano la stessa cosa. Se sapevi il perché avresti smesso. Che è una stronzata. [...] Smetti soltanto se smetti. (p. 626-627, cap. 46)
 
*-Non guardavano oltre la superficie [...]. Ma in realtà era tutto superficie.<br>-La tua superficie?<br>-Sì, perché sotto la superficie c'erano solo le sensazioni e i conflitti relativi alla superficie, e la rabbia, per il mio aspetto fisico e l'effetto che provocavo sugli altri, e in realtà dentro ero sempre imbestialita. (p. 644, cap. 46)
 
*{{NDR|Riferito ad alcune canzoni country}} Capisci che quei cantanti parlano di perdere una parte di sé o di tradire continuamente se stessi in nome di quello che secondo loro gli altri vogliono finché muoiono dentro e non sanno nemmeno più cosa significhi ''io''. (p. 655, cap. 46)
 
*Avevo diciassette anni, per la miseria. Facevo una tempesta in un bicchier d'acqua. (p. 656, cap. 46)
 
*L'idea che tutti siano come te. Che tu sia il mondo. La malattia del capitalismo consumista. Il solipsismo compiaciuto. (p. 662, cap. 47)
 
*Sono nudo, sapete. Sotto tutta questa roba. (p. 678, cap. 48)
 
*Siccome respiriamo tutti, tutto il tempo, è sbalorditivo quando qualcuno ti indica come e quando devi respirare. E con quale chiarezza uno totalmente privo di immaginazione veda una certa cosa se gli dicono che ce l'ha davanti, corredata di ringhiera e guide di gomma, che curva a destra sul fondo inoltrandosi in un'oscurità che si ritrae davanti a te. Non è come dormire. Né la sua voce si modifica o sembra ritirarsi. Lei è lì, parla con calma, e anche tu. (p. 695, cap. 50)
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