Differenze tra le versioni di "Reggio Calabria"

Uniformità con voce biografica
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*La ricostruzione ha reso Reggio pulita e piacevole. (George Gissing) {{NDR|il romanziere britannico visitò la città nel 1897}}
*''Laddove l'Apsias, il più sacro dei fiumi, si getta nel mare, laddove, mentre sbarchi una femmina si unisce ad un maschio, là fonda una città; il Dio ti concede la terra ausone.'' (Diodoro, XIII, 23) {{NDR|l'autore riporta il mitologico responso dell'Oracolo di Delfi sulla fondazione della città.}}
*Luminosità e mitezza di cielo, spirare leggiadro dei venti, insieme a moderato regime di piogge hanno reso privilegiata questa città ed i suoi "giardini", questa città che, tra l'altro, è tra le più antiche d'Italia ed è la più popolosa ed importante della Calabria. I "giardini" di Reggio sono una piccola regione, una delle regioni minori che formano il mosaico della più grande regione calabrese. ([[LuigiGino Lacquaniti]])
*Mi spostavo velocemente attraverso viottoli interminabili delimitati da fichi d'India e aloe, inoltrandomi in profumati aranceti, incontrando via via tanti alberi di dolcissimi fichi. Reggio è davvero un immenso giardino e, senza dubbio, un luogo di tali delizie, come credo ne esistano pochi altri sulla terra. Un castello mezzo diroccato, ma suggestivo per i pittoreschi colori, domina l'intera città e, all'orizzonte, si scorge al di là dell'ampio stretto, il Mongibello, maestoso e incoronato di neve. Sotto le mura del castello si estendono le ampie coltivazioni di aranci, limoni, cedri, bergamotto, ed ogni genere di frutta che gli italiani chiamano agrumi. La fitta vegetazione si allunga dalle alture alla spiaggia – finché l'occhio può abbracciare l'una e l'altra parte – interrotta soltanto dalle linee bianche dei tetti mutevoli dei torrenti.<br>([[Edward Lear]] – Diario di un viaggio a piedi, 1852)
*''Questo mare è pieno di voci e questo cielo è pieno di visioni. Ululano ancora le Nereidi obliate in questo mare, e in questo cielo spesso ondeggiano pensili le città morte.<br>Questo è un luogo sacro, dove le onde greche vengono a cercare le latine; e qui si fondono formando nella serenità del mattino un immenso bagno di purissimi metalli scintillanti nel liquefarsi, e qui si adagiano rendendo, tra i vapori della sera, imagine di grandi porpore cangianti di tutte le sfumature delle conchiglie. È un luogo sacro questo. Tra Scilla e Messina, in fondo al mare, sotto il cobalto azzurrissimo, sotto i metalli scintillanti dell'aurora, sotto le porpore iridescenti dell'occaso, è appiattata, dicono, la morte; non quella, per dir così, che coglie dalle piante umane ora il fiore ora il frutto, lasciando i rami liberi di fiorire ancora e di fruttare; ma quella che secca le piante stesse; non quella che pota, ma quella che sradica; non quella che lascia dietro sé lacrime, ma quella cui segue l'oblio. Tale potenza nascosta donde s'irradia la rovina e lo stritolio, ha annullato qui tanta storia, tanta bellezza, tanta grandezza. Ma ne è rimasta come l'orma nel cielo, come l'eco nel mare. Qui dove è quasi distrutta la storia, resta la poesia.'' ([[Giovanni Pascoli]] – "Un poeta di lingua morta" del 1898, contenuta nella raccolta "Pensieri e discorsi" del 1914) {{NDR|ricordando il latinista reggino Diego Vitrioli, il Pascoli descrive così il mare di Reggio, un monumento sul lungomare riporta questi versi}}