Differenze tra le versioni di "Angelo Del Boca"

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{{Int|Da ''[https://archivio.unita.news/assets/main/2010/08/14/page_040.pdf Menghistu l'uomo che uccise il suo Paese]''|''L'Unità'', 14 agosto 2010}}
*Tra il 1974 e il 1991 l'Etiopia conobbe il suo periodo più infausto, tanto da far impallidire le sanguinose scorrerie di Gragne, detto il Mancino, e la stessa brutale aggressione dell'Italia fascista. Il colpo di Stato, operato dai militari del Derg, che avrebbe dovuto far crollare l'antico impero di Hailè Selassié, giudicato troppo lento nel realizzare le necessarie riforme, in realtà non generava affatto libertà e democrazia, ma soltanto un nuovo ordine contrassegnato dalle peggiori brutalità e da una [[Guerra civilie in Etiopia|guerra civile]] che avrebbe spento intere generazioni.
*Dapprincipio il suo solo scopo è quello di far ricadere l'intera responsabilità dell'atroce carestia che ha devastato il paese sull'imperatore Hailè Selassiè, e quando si accorge che è impossibile demolire l'immagine del Negus, lo sopprime soffocandolo con un cuscino.
*Di recente, ad Addis Abeba, lo hanno condannato a morte, in contumacia, ma questa sentenza non sana alcuna piaga. Ha soltanto il sapore di un'assurda ed atroce beffa.
 
===[[Explicit]]===
[[Haile Selassie|Hailè Selassiè]] ha sicuramente commesso molti errori durante il suo lunghissimo regno, prima fra tutti quello di essere stato sempre in bilico tra riforma e conservazione, senza mai operare una scelta risolutiva. Ma la rivoluzione che lo ha travolto nel nome della libertà e del progresso, si è rivelata cento volte più infausta del suo regime; ha causato all'Etiopia danni irreparabili; l'ha sprofondata in quella [[Guerra civilie in Etiopia|guerra civile]] che Hailè Selassiè aveva sempre cercato di scongiurare; ha accelerato, anziché bloccare, il processo di disintegrazione del paese. [...] Qualunque sia il giudizio definitivo su Hailè Selassiè, la sua figura merita rispetto e considerazione. È impossibile non provare un sentimento di grande ammirazione e di riconoscenza verso l'uomo che il 30 giugno 1936, dalla tribuna ginevrina della Società delle Nazioni, denunciava al mondo i crimini del fascismo e avvertiva che l'Etiopia non sarebbe stata che la prima vittima di quella funesta ideologia. Per questo suo messaggio, malauguratamente non ascoltato, gli siamo un po' tutti debitori. (p. 336)
 
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