Differenze tra le versioni di "Milovan Gilas"

*A diferenza della maggior parte dei capi comunisti, in particolare Stalin, che con l'ausilio della sua inavvicinabilità dentro le mura del Cremlino sottolineava l'enigmaticità della sua onniscienza e onnipotenza, Tito partecipava con frequenza a comizi, visitava cantieri, godeva delle manifestazioni popolari. (p. 88)
*Esteriormente, per via delle decorazioni e di molti altri aspetti, i dittatori comunisti somigliano ai [[Fascismo|fascisti]]. Probabilmente, nella loro psiche e nella loro mentalità è all'opera lo stesso impulso irresistibile all'autoaffermazione e al dominio personale. Ma la differenza va cercata nella maniera con cui quest'impulso viene soddisfatto. Movimenti e capi comunisti sorgono dalle rovine dei vecchie strutture e di sogni primordiali: da essi trae alimento la loro forza, permettendo il ringiovanimento e la trasformazione delle forme.<br>Col comunismo si sono manifestate nuove forme e nuovi imperi: il comunismo lascerà tracce profonde e sopravvivrà ai vari stati comunisti, persino all'Unione Sovietica. Ben diversamente stanno le cose col fascismo. Tralasciando qui le differenze sostanziali tra fascismo italiano e nazionalsocialismo tedesco, mi limito a notare come a tutti i fascismi sia comune il proposito di mutare i rapporti politici ma di conservare intatti quelli sociali. Lo «stile di vita» del fascismo è quello del caos e delle frenesia, lo stile di vita del comunismo è contesto di coercizione e proibizione; il primo ha carattere temporaneo, il secondo duraturo. I dittatori fascisti sono scomparsi con il crollo delle grandi potenze fasciste, Italia e Germania: gli attuali dittatori dell'America Latina, dell'Africa e di altrove, sono semplicemente i capi di apparati militari corrotti, che invano si sforzano di «edificare» un'ideologia e un movimento di massa a difesa dei loro privilegi oligarchici e di forme superate. (p. 92)
*In quanto comunista, Tito era ateo; ma non lo era come qualsiasi altro comunista. Voglio dire che il suo ateismo non è mai stato militante, che in lui non assumeva l'espressione di una convinzione meditata e implacabile, che mai appariva bellicoso, mobilitatorio. L'ateismo era per lui una faccia dell'ideologia, e quando capitava che Tito lo traducesse in pratica non si spingeva al di là di una regolamentazione dei rapporti con la Chiesa tale per cui lo stato conservasse il predominio o per lo meno non ne venisse minacciato e leso. Tito non credeva in nessun Dio, in nessun messia. (p. 171)
 
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