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*Si parla molto di più del cinquantenario dell'indipendenza indiana a Londra che a Nuova Delhi o a Bombay. Là si ricorda l'inizio della ritirata imperiale, cominciata nell'agosto del '47 a Nuova Delhi e conclusasi neppure due mesi fa, il 1 luglio del '97, mezzo secolo dopo, a Hong Kong. Una lunga cavalcata nostalgica a ritroso. La Gran Bretagna ha la rievocazione facile. Non deve fare bilanci. Li ha già fatti. Se qualcuno, a Londra, vuol proprio tirare le somme, non gli riesce certo difficile sottolineare i risultati negativi di questi cinquant'anni postcoloniali dell'India. Così facendo, si può implicitamente rivalutare il tempo del [[Impero anglo-indiano|Britsh Raj]]. È però un esercizio rischioso: è ridicolo giocare con la storia. La storia consente invece qualche considerazione su ciò che accadde realmente nell'estate del '47. Si può ricordare che l'impero britannico, seguendo un'abitudine (non solo) coloniale consolidata, si prodigò nell'accentuare l'ostilità tra indù e musulmani. Divise per governare. Si può altresì rammentare che gli inglesi se ne andarono (in anticipo sulla data prevista) come da una nave che affonda. Fu esemplare la decisione di decolonizzare, ma non certo il calendario precipitoso, dopo due secoli di dominio. Il 15 agosto '47 resta una data importante non solo perché ha visto nascere la 'più grande democrazia del mondo', ma perché ha dato il via al processo di decolonizzazione, che ha cambiato la faccia del mondo. [[Winston Churchill]] detestava l'India e gli indiani, e non lo nascondeva.
*Il rispetto di varie culture, tradizioni e religioni (l'India conta più musulmani del Pakistan, nato come paese islamico) è stata la principale virtù del governo laico di [[Jawaharlal Nehru|Jahawarlal Nehru]] e dei suoi successori.
 
{{Int|1=Da [https://ricerca.repubblica.it/repubblica/archivio/repubblica/2000/03/24/kosovo-la-guerra-non-mai-finita.html?ref=search ''Kosovo la guerra non è mai finita'']|2=''la Repubblica'', 24 marzo 2000}}
*Il Kosovo è ancora formalmente una provincia serba, sotto il protettorato dell'Onu, ma con un destino incerto. Un ritorno dell'autorità serba, sia pure nell'ambito di una vasta autonomia, è oggi impensabile. Ma l'indipendenza non è prevista. Anche Slobodan Milosevic, come l'odio tra serbi e albanesi, esisteva prima della guerra. E non era affatto scontato che scomparisse, insieme al regime, in seguito alla sconfitta militare.
*Il rapporto di forze tra i due schieramenti era simile a quello tra elefanti e formiche. Queste ultime sono state sovrastate ma non schiacciate. Slobodan Milosevic si è ritrovato con un esercito quasi intatto, per non parlare della polizia, che è in realtà un altro esercito, più malleabile per il regime, che può usarlo per controbilanciare il primo in caso di necessità.
*La sopravvivenza politica di Milosevic è un grave ostacolo ad ogni soluzione. Egli controlla la Serbia, paese chiave dei Balcani, ma non può essere un interlocutore. Non si frequenta un ricercato. Del resto, anche quando era al centro dei negoziati, nell'ormai decennale agonia jugoslava, è sempre stato più un fautore di crisi che di pace. E tale rimane. La normalità sarebbe la sua fine. Soltanto altri drammi, altre mischie, altre disgrazie possono restituirgli il vecchio ruolo di interlocutore obbligato. Non ha altre vie di scampo.
 
{{Int|1=Da [http://ricerca.repubblica.it/repubblica/archivio/repubblica/2000/10/07/il-nazionalismo-mite.html?ref=search ''Il nazionalismo mite'']|2=''la Repubblica'', 7 ottobre 2000}}
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