Differenze tra le versioni di "Bernardo Valli"

2 458 byte aggiunti ,  1 anno fa
*Si sa che l'Iraq è un paese mosaico assai complicato. I Curdi sono di origine indo-europea come i vicini Iraniani, ma mentre quest'ultimi sono sciiti loro sono sunniti. Ci sono pure dei Curdi cristiani. Gli Arabi, semiti, sono in maggioranza sciiti, ma sono i sunniti che sono tradizionalmente al potere. Saddam è uno di loro. Poi ci sono i cristiani, ortodossi e cattolici, che sono semiti se Caldei o Assiriani, oppure indo-europei se Armeni. Da non dimenticare i Turcomanni e gli Yezidi che si dice adorino il diavolo. La lista è senz'altro incompleta.
*Anche [[Hafiz al-Asad|Assad]] è laico e moderno, è un esponente del [[Partito Ba'th|partito Baas]], una volta interarabo ma da tempo frantumato in correnti nazionali, e anche Assad ha i riflessi pronti nell'eliminare gli avversari virtuali prima che diventino reali. Assad è simile a Saddam perché la Siria è come l'Iraq un mosaico di clan. Nel grande Egitto o nella piccola Tunisia i rais sono o sono stati di un altro stampo perché quei due paesi sono più omogenei. E attorno alle monarchie più note (in particolare la marocchina e la saudita) si sono creati consensi abbastanza ampi. Nonostante abbia ormai vent'anni, per il regime di Assad il consenso è invece spesso sulle punte delle spade o meglio sulle bocche dei cannoni dei suoi carri armati. Il clan di Assad è la setta alauita, scisma dell'Islam con vaghi elementi cristiani e alcuni dogmi segreti, considerata la maggioranza sunnita siriana un'eresia o un intollerabile groviglio di laici. Gli alauiti rappresentano poco più di un decimo della popolazione, sono all'incirca un milione e mezzo. Per imporsi Assad ha sparso molto sangue, in particolare a Hama, dove i suoi mezzi blindati hanno schiacciato nell'82 il movimento dei Fratelli Musulmani che in nome dell'Islam sunnita avevano aperto le ostilità contro il regime laico e moderno del Baas siriano, guidato da Assad, come quello iracheno è guidato da Saddam.
 
{{Int|1=Da [https://ricerca.repubblica.it/repubblica/archivio/repubblica/1995/08/31/la-violenza-della-ragione.html?ref=search ''La violenza della ragione'']|2=''la Repubblica'', 31 agosto 1995}}
*Sulla soglia del quarto inverno d'assedio, quella città, simbolo insanguinato del nostro secolo, comincia a intravedere uno spiraglio. Non ci si può stupire e ancor meno ci si può indignare se la breccia viene aperta, scavata con il ferro e il fuoco. Per spegnere la violenza insensata degli assedianti era ed è indispensabile la violenza della ragione. La coscienza l'invocava da un pezzo, ma c'è voluto un bel po' di tempo perché si creassero le condizioni per un impiego razionale, giusto della forza vera. L'Europa incerta, divisa, non ne aveva i mezzi. L'America li aveva ma non era disposta a correre rischi. Sarajevo ha pagato duramente il prezzo della lunga esitazione dell'Occidente, sorpreso dalla crisi nell'ex Jugoslavia mentre era nel mezzo del guado tra la guerra fredda e il postcomunismo. Sarebbe meglio, sarebbe più nobile poter dire che il sangue delle vittime del mercato coperto di Sarajevo, schizzato sui nostri teleschermi lunedì, ha fatto traboccare il vaso del sopportabile, e che per questo sono decollati i bombardieri della Nato.
*Sarajevo era il principale ostaggio dei Serbi. La città era demoralizzata, sfiancata, angosciata dall'idea di affrontare un nuovo inverno senza luce, senza nafta, sotto il tiro dei cecchini e degli artiglieri serbi, appostati sulle montagne come sulle scalinate di un anfiteatro.
*Per loro le incursioni della Nato sono la mano tesa dell'Occidente a lungo disperatamente aspettata. Sono la promessa di una vita normale, anche se le bombe serbe continuano a piovere sulla città. Ma al di là della tragedia umana, Sarajevo ha assunto negli ultimi tre anni e mezzo un grande valore. È stata il simbolo concreto di una società in cui convivevano musulmani, cattolici (croati) e ortodossi (serbi). Nella tempesta alimentata dai due grandi nazionalismi balcanici, i cui epicentri sono Zagabria e Belgrado, la città assediata ha saputo restare sostanzialmente fedele ai suoi principi, malgrado le passioni e gli imperativi militari. Il presidente [[Alija Izetbegović|Alija Izetbegovic]], che ha spesso nobilmente incarnato la resistenza, non sfugge del tutto alle tentazioni autoritarie di un nazionalismo musulmano (da non confondere con l'integralismo religioso, che praticamente non esiste).
 
{{Int|1=Da [http://ricerca.repubblica.it/repubblica/archivio/repubblica/1996/11/02/stragi-odio-razziale-cosi-affonda-africa.html?ref=search ''Stragi e odio razziale così affonda l'Africa nera'']|2=''la Repubblica'', 2 novembre 1996}}
15 034

contributi