Differenze tra le versioni di "Camillo Benso, conte di Cavour"

*Cavour aveva una conoscenza imperfetta dell'italiano e preferiva scrivere in francese. I suoi collaboratori dovevano rivedere gli articoli che scriveva per i giornali, e il suo segretario soffriva a sentirlo parlare in pubblico in italiano. Fino a molto tardi la lingua italiana non fu accettata nella buona società torinese, e Cavour, che conosceva meglio la letteratura francese e la storia inglese di quella italiana, non costituiva un'eccezione. ([[Denis Mack Smith]])
*«Cavour, aggiungono i suoi detrattori, avrebbe dovuto rifiutare schiettamente la proposta di alleanza, non già ''mostrare'' di accettarla, e di celato usare tutti gli artifizi della sua volpina politica per mandarli a monte.»<br>Ma anche qui ci sia lecito ripetere: siamo sinceri e imparziali tanto verso una parte, quanto verso un'altra. Come si può, invero, pretendere Cavour che agisse schiettamente, e non pretendere nel tempo stesso che il [[Francesco II delle Due Sicilie|Borbone]] agisse del pari?<br>In sostanza, niuno potrebbe negarlo, l'alleanza era tanto uggiosa al Borbone, quanto al conte di Cavour. Era fra essi una lotta di astuzia, di abilità, in cui la vittoria sarebbe toccata al più abile, al più valente, o, se vuolsi, al più fortunato dei due.<br>Ora, come in un duello, una finta che metta l'avversario fuori di guardia, e lo scopra per più facilmente ucciderlo, è ammessa dalle leggi della cavalleria, mentre nel corso ordinario della vita ogni finzione sarebbe rigorosamente bandita dalla condotta d'un uomo onesto, così non si può far carico al conte di Cavour, come non deve farsi carico al Borbone, se, nelle condizioni in che si trovarono l'uno rimpetto all'altro, usarono l'astuzia e l'inganno.<br> Cavour, s'è visto, aveva fatto tutti gli sforzi immaginabili per schermirsi di entrare in negoziati col Borbone; non riuscitovi, perché, tranne l'Inghilterra, tutta l'Europa lo richiedeva in termini più che imperiosi, cedette.<br>In altre parole, egli scese sul terreno, sul quale il Borbone lo sfidava. È in condizioni come queste che il Conte avrebbe dovuto rifiutare decisamente la partita? Quale uomo di senno, quale patriota avrebbe osato dargli un simile consiglio? Non credasi, del resto, che il conte di Cavour si trovasse nel suo elemento, seguendo una politica, come quella che abbiamo sin qui tratteggiata. Sappiamo dai suoi intimi che egli trattava questi negozi con vivo senso di repulsione. Ma dacché non si era sentito tanto forte da impedire l'imbarco della spedizione dei Mille, che anzi aveva dovuto agevolarlo e proteggerlo, Cavour sentiva il peso della tremenda responsabilità che si era assunta, e il dovere di salvare – ''ad ogni costo'' – gli interessi della Monarchia. Non potendo ritirarsi, malgrado il desiderio vivissimo che ne avrebbe avuto – perché in quelle congiunture il ritiro sarebbe stata viltà – Cavour, diremo col [[Pasquale Villari|Villari]], non poteva seguire altra norma di morale, che la sola possibile in quei tempi eccezionali; bisognava che egli sapesse essere a un tempo volpe e leone. Pretendere di poter essere in queste condizioni leale, significa volere, sin dai primi passi, affogare nel ridicolo, e procurare a sé stesso una certa rovina, senza giovare ad alcuno. ([[Luigi Chiala]])
*Cavour era portato agli studi sociali e politici, ma non ebbe né tempo né occasione di elaborare una propria riflessione sulla società italiana e sulle forme del suo divenire. Per lui i modelli politici ed economici a cui ispirarsi erano altrove, a Parigi e a Londra. Occorreva creare le premesse politiche affinché l'Italia potesse finalmente adottarli; il resto sarebbe venuto da sé. Quale Italia? Pragmatico e sottile, Cavour lasciava spazio agli avvenimenti ed era pronto a coglierne il senso, la direzione. Ma l'obiettivo iniziale era certamente la costituzione d'uno Stato omogeneo, limitato alle regioni settentrionali. L'Italia centro-meridionale, dal Lazio alla Sicilia, gli appariva lontana e indecifrabile. ([[Sergio Romano]])
*Cavour non fu un patriota del tipo [[Silvio Pellico|Pellico]] ed [[Inno di Mameli]], ma un uomo dinamico, certamente colto, ma non di una cultura umanistica all'italiana, tipo Alfieri, Balbo, Gioberti... Era uno che amava rischiare. Come tutti i torinesi ricchi aveva una formazione francese e un solido parentado elvetico. È noto che essendo di madrelingua francese, per mettersi in politica, l'italiano lo dovette imparare. È anche noto che era il comproprietario di un feudo-tenuta che si scrive e si legge in francese. Molto ricco, curioso, intraprendente, sicuro di sé, conosceva di Parigi i luoghi che contavano, non certo le ''banlieu'', e a Parigi si fermò a giocare in Borsa. Perdendo, purtroppo. Perché, se avesse vinto, l'Italia di oggi avrebbe una diversa classe dirigente. Visitò Londra e anche Edimburgo, capitale della massoneria. Non girò l'Italia come [[Massimo d'Azeglio]]. Anzi, non la conosceva affatto. Non fu mai a Palermo e a Napoli, non vide mai Roma, che voleva come capitale d'Italia al solo scopo di non lasciare spazi all'azione di [[Giuseppe Mazzini|Mazzini]] e dei repubblicani; non andò mai a Venezia, che pure cercò arditamente di portare nei confini sabaudi. Solo una volta fu a Firenze, per sbrigare un affare di governo, e forse due volte a Milano, per lo stesso motivo. ([[Nicola Zitara]])
*Come andrebbero diversamente le cose in Germania se i nostri amici politici berlinesi potessero essere rimpiazzati da Cavour e d’Azeglio! Ma verranno anche i nostri tempi. [[Max Duncker]] <ref> Paolo Mieli ''I conti con la storia: Per capire il nostro tempo''</ref>
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