Differenze tra le versioni di "Francesco Saverio Nitti"

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*Da tre secoli a questa parte mai l'Italia è stata ciò che è ora: in quarant'anni di [[unità d'Italia|unità]], di questa unità che con le sue ingiustizie è sempre il nostro più grande bene, in quarant'anni di unità, noi abbiamo realizzato progressi immensi. Noi non eravamo nulla e noi siamo molto più ricchi, molto più colti, molto migliori dei nostri padri. (da ''Scritti sulla questione meridionale: Volume 1'', Laterza, Bari, 1958, p. 125)
 
*I [[politico|politici]] italiani sono in generale uomini di assai mediocre valore: non amano noie e anche i migliori fra di essi sono incapaci di affrontare i problemi di larga importanza. (Dada ''Napoli e la questione meridionale'', Guida Editori, Napoli, 2004, p. 19.)
 
*Il nazionalismo è alla nazione ciò che il bigottismo è alla religione. (Dada ''Scritti politici: La pace. La libertà. Bolscevismo, fascismo e democrazia'', Laterza, Bari, 1959, p. 255)
 
*Io non ho mai appartenuto ad alcuna massoneria in alcun momento della mia vita ed in alcun paese, per la mia invincibile avversione per ogni cosa che limiti la mia libertà di pensiero e di azione. (Dada ''La disgregazione dell'Europa'', Faro, 1946)
 
*L'[[Italia]], conquistatrice del mondo durante l'antichità romana, museo di tutte le arti del medio evo, mirabile nella civiltà moderna per i suoi sforzi di rinnovazione è, e rimane tuttavia, un paese molto povero: soprattutto essa soffre d'''impécuniosité'', deficienza di danaro, deficienza di capitali. (da ''La ricchezza dell'Italia'', Napoli, 1904, p. 8)
 
*La [[storia]] è un'alterna vicenda di vittorie e di disfatte: non vi sono popoli sempre vincitori. La civiltà consiste nel determinare fra vincitori e vinti quei rapporti che rendono la vittoria meno ingiusta e la disfatta meno insopportabile. (Dada ''La decadenza dell'Europa. Le vie della ricostruzione'', R. Bemporad & Figlio, 1922, p. 144)
 
*La vera saggezza è nel pensare da [[ottimismo e pessimismo|pessimista]], poiché la natura delle cose è ingiusta e crudele e la illusione è debolezza; ma, nella vita pratica e nella misura del possibile, agire da [[ottimismo e pessimismo|ottimista]] poiché nessuna energia, nessuno sforzo di bontà e di amore vanno mai interamente perduti. (citato in ''Francesco Saverio Nitti'', UTET, Torino, 1984, p. 561)
*Le maggiori difficoltà che ho incontrato nella mia vita, nel mondo accademico da principio e poi in misura ben maggiore nella politica, mi sono venute sempre dalla fatale avversione dei mediocri e degl'incapaci che non mi hanno mai perdonato di essere considerato uomo di talento. (da ''Meditazioni dell'esilio'', Edizioni scientifiche italiane, Napoli, 1947, p. 393)
 
*Per le plebi meridionali il brigante fu assai spesso il vendicatore e il benefattore: qualche volta fu la giustizia stessa. Le rivolte dei briganti, coscienti o incoscienti, nel maggior numero dei casi ebbero il carattere di vere e selvagge rivolte proletarie. Ciò spiega quello che ad altri e a me e accaduto tante volte di constatare; il popolo delle campagne meridionali non conosce assai spesso nemmeno i nomi dei fondatori dell'unità italiana, ma ricorda con ammirazione i nomi dell'abate Cesare e di Angelo Duca e dei loro più recenti imitatori. (Dada ''Eroi e Briganti'', Edizioni Osanna, Venosa, 1987, p. 34)
 
*{{NDR|Su [[Ferdinando II delle Due Sicilie]]}} Pochi principi italiani fecero tra il '30 e il '48 il bene che egli fece. Mandò via dalla corte una turba infinita di parassiti e di intriganti: richiamò i generali migliori, anche di parte liberale, e licenziò gli inetti; ordinò le leve militari; fece costruire, primo in Italia, una strada ferrata, istituì il telegrafo, fece sorgere molte industrie, soprattutto quelle di rifornimento dell'esercito, che era numerosissimo; ridusse notevolmente la lista civile; mitigò le imposte più gravi. Giovane, forte, scaltro, voleva fare da sé, ed era di una attività meravigliosa. Educato da preti e cattolicissimo egli stesso, osò, con grande ammirazione degli intelletti più liberi, resistere alle pretese del papato e abolire antichi usi, umilianti per la monarchia napoletana. È passato alla storia come "Re bomba" e non si ricordano di lui che il tradimento della Costituzione, le persecuzioni dei liberali, le repressioni di Sicilia, e le terribili lettere di Gladstone. Abbiamo troppo presto dimenticato che, durante quasi due terzi del suo regno, i liberali stessi lo chiamarono Tito e lo lodarono e lo esaltarono per le sue virtù e per il desiderio suo di riforme. Abbiamo troppo presto dimenticato il sollievo che le sue riforme finanziarie produssero nel popolo, e l'ardimento che egli dimostrò nel sopprimere vecchi abusi. (da ''Scritti sulla questione meridionale: Volume 1'', Laterza, Bari, 1958, p. 41)
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