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*Appena uno stato africano comincia a vacillare, possiamo stare certi che ben presto appariranno i ''warlords''. In Angola, in Sudan, in Somalia, nel Ciad: sono ovunque, spadroneggiano ovunque. Che cosa fa un ''warlord''? In teoria combatte contro altri ''warlords''. Ma non è sempre così. Il più delle volte il signore della guerra depreda la popolazione inerme del proprio paese. Il ''warlord'' è l'esatto contrario di Robin Hood. Robin Hood toglieva ai ricchi per dare ai poveri. Il ''warlord'' toglie ai poveri per arricchirsi e nutrire la sua banda. Ci troviamo in un mondo dove la miseria condanna gli uni a morte e trasforma gli altri in mostri. I primi sono le vittime, i secondi i carnefici. Non ci sono vie di mezzo. (p. 221)
*L'[[Eritrea]] è il più giovane stato africano, un piccolo stato di tre milioni di abitanti. Mai indipendente, l'Eritrea fu prima una colonia della Turchia, poi dell'Egitto e, nel XX secolo, successivamente dell'[[Italia]], dell'Inghilterra e dell'Etiopia. Nel 1962 quest'ultima, che già da dieci anni occupava militarmente l'Eritrea, la dichiarò sua provincia. Gli eritrei risposero con una guerra di liberazione, la più lunga nella storia del continente, in quanto durata trent'anni. Quando ad Addis Abeba regnava [[Haile Selassie|Hailè Selassiè]], gli americani l'aiutarono a combattere gli eritrei. Ma quando [[Menghistu Hailè Mariàm|Menghistu]] rovesciò l'imperatore, assumendo personalmente il potere, ad aiutarlo furono i russi. (pp. 264-265)
*Le forze etiopi impiegavano comunemente il napalm. Per salvarsi, gli eritrei cominciarono a scavare rifugi, corridoi e nascondigli mometizzatimimetizzati. Nel corso degli anni costruirono un secondo stato sotterraneo, nel senso letterale del termine: un'Eritrea nascosta e segreta, inaccessibile agli estranei, che potevano percorrere in lungo e in largo senza essere visti dal nemico. La guerra eritrea non fu, come gli eritrei stessi sottolineano con orgoglio, una ''bush war'', l'uragano banditesco e sterminatore dei ''warlords''. Nel loro stato sotterraneo avevano scuole e ospedali, tribunali e orfanotrofi, officine e fabbriche di armi. In quel paese di analfabeti, ogni combattente doveva saper leggere e scrivere. (p. 266)
*Questo piccolo paese, tra i più poveri del mondo, possiede un esercito di centomila giovani, relativamente colti, dei quali non sa che fare. Il paese non ha industrie, l'agricoltura è in abbandono, le città in rovina, le strade distrutte. Centomila soldati si svegliano ogni mattina senza saper che fare, e soprattutto senza niente da mangiare. Ma la sorte dei loro colleghi e fratelli in borghese non è molto diversa. Basta girare per Asmara all'ora di pranzo. I funzionari delle poche istituzioni esistenti in uno stato così giovane vanno a mangiare un boccone nei bar e nei ristoranti del quartiere. Ma le folle dei giovani non sanno dove andare: non lavorano, non hanno un soldo. Girano, guardano le vetrine, sostano agli angoli delle strade, siedendo sulle panchine oziosi e affamati. (pp. 266-267)
 
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