Differenze tra le versioni di "Indro Montanelli e Mario Cervi"

*Un alto magistrato finiva in galera con l'accusa d'aver ricevuto mazzette e d'essersi adoperato per sviare e adulterare il corso della giustizia a vantaggio di chi lo foraggiava. Con lui finì dentro l'avvocato Attilio Pacifico, complice, secondo [[Francesco Saverio Borrelli|Borrelli]] e i suoi sostituti, nella grande abbuffata. Ben presto si seppe che la «gola profonda» delle rivelazioni che avevano portato a Squillante era una teste – designata in codice come Omega – che per l'anagrafe si chiamava Stefania Ariosto, bionda signora quarantaseienne, assai nota nella «Milano bene» (qui vale la stessa osservazione fatta a proposito della «Roma bene») per il suo fascino elegante, per le sue frequentazioni importanti, per le sue irrequietezze, per i suoi molti debiti e per l'affettuosa amicizia – tutti sappiamo cosa s'intende con questo – che la legava all'avvocato Vittorio Dotti. (p. 40)
*L'Ulivo vinse. Di poco o niente in termini di voti: anzi a conti fatti risultò che al Polo era andata una manciata di consensi in più. Ma un sistema maggioritario – o semimaggioritario – ha meccanismi che premiano la qualità oltre che la quantità dei voti. Con i suoi 157 senatori su 315 – cui dovevano essere aggiunti i 2 della Sudtiroler Volkspartei e parte dei 10 senatori a vita – l'Ulivo ebbe una maggioranza abbastanza comoda a Palazzo Madama. I 10 senatori di Rifondazione potevano essergli utili in qualche circostanza, ma non erano necessari. Altro discorso per la Camera. I deputati dell'Ulivo erano 284 sui 630 dell'assemblea. La maggioranza poteva essere raggiunta solo con l'apporto dei 35 di Rifondazione comunista. [[Fausto Bertinotti|Bertinotti]] promise il suo appoggio a un governo Prodi, pur riservandosi libertà d'azione quando si fosse trattato d'approvare singoli provvedimenti. Il Polo gridò che l'Ulivo era prigioniero di Rifondazione e che Bertinotti avrebbe dettato la politica del governo. Era un segnale d'allarme enfatico – come si addice all'opposizione – ma non campato in aria. Proprio l'indispensabilità di Rifondazione faceva la differenza – una differenza profonda – tra la situazione del primo [[François Mitterrand|Mitterrand]] – che già abbiamo ricordata – e quella di Prodi. Mitterrand s'era potuto liberare con cinica soddisfazione del Pcf perché i deputati socialisti facevano, da soli, la maggioranza assoluta all'Assemblea Nazionale. Prodi era invece costretto a tenersi stretto Bertinotti, senza il quale gli era impossibile governare, ma con il quale governare sarebbe stato un tormento. (pp. 61-62)
*Il Ministero Prodi parve in complesso, per la qualità e la capacità delle persone, d'ottimo livello. Includeva due ex-Presidenti del Consiglio, Lamberto Dini e [[Carlo Azeglio Ciampi]]. Al primo furono assegnati gli Esteri, poltrona prestigiosa e defilata. L'abilità negoziatrice, la conoscenza degli ambienti internazionali – oltre che delle lingue – la mondanità un po' superciliosa, la moglie miliardaria facevano di Dini un perfetto titolare della Farnesina. Per di più, messo agli Esteri, non aveva voce in capitolo – nonostante la lunga esperienza bancaria – per la guida dell'economia italiana: e questo avrebbe evitato conflitti con Ciampi (cui lo legava una stagionata inimicizia) che dell'economia era, come ministro del Tesoro e del Bilancio, il supervisore e il coordinatore. Un altro esperto d'economia, Beniamino Andreatta, fu dirottato verso la Difesa. La vicepresidenza e il Ministero dei Beni culturali e ambientali (con delega per Io sport e lo spettacolo) furono assegnati a Walter Veltroni, sostenitore incondizionato di Prodi in un Pds dove molti erano, a cominciare dallo stesso D'Alema, i dubbiosi. (pp. 69-70)
*Per soddisfare i molti appetiti Prodi fu costretto ad aumentare il numero dei sottosegretari: 49, nella peggior tradizione repubblicana, contro i 42 di Dini e i 39 di Berlusconi. Merita un cenno, a titolo di curiosità, la nomina a viceministro della Difesa di [[Gianni Rivera]], ex-calciatore famoso che per la verità s'era distinto, sui campi di giuoco, più come attaccante che come difensore. (p. 73)
*Gli obbiettivi che il governo s'era proposti – o che piuttosto gli erano imposti dalla situazione del Paese e dagli impegni internazionali – apparivano d'una chiarezza abbagliante. L'Italia doveva intanto adeguarsi, entro il 1998, ai parametri di Maastricht: ossia alle regole in mancanza delle quali le sarebbe stato negato l'ingresso nel club dell'[[Euro]], la moneta unica europea. Da questo punto di vista l'Italia stava, nel 1996, non solo peggio della Germania e della Francia ma anche peggio della Spagna. Guardiamo i dati. Maastricht vuole un'inflazione al 2,6 per cento e l'Italia era al 4,7, sia pure con un andamento in rapida discesa (la Germania all'1,3, la Francia al 2,1, la Spagna al 3,8). Maastricht vuole che il deficit statale rappresenti il 3 per cento del Prodotto interno lordo, e l'Italia era al 6,6 (la Germania e la Francia al 4, la Spagna al 4,4). Infine – ed è per l'Italia il punto più dolente – Maastricht vuole che il debito pubblico sia al massimo il 60 per cento del Prodotto interno lordo, e in Italia era il 123 per cento (in Germania il 60,8, in Francia il 56,4, in Spagna il 67,8). (p. 75)
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