Differenze tra le versioni di "Indro Montanelli e Mario Cervi"

===''L'Italia dell'Ulivo''===
====Citazioni====
*L'Ulivo era un contenitore, più che un vero schieramento, i «Popolari» in cui [[Romano Prodi|Prodi]] ideologicamente si riconosceva erano un partito minore cui la discendenza diretta dalla Dc di sinistra non dava un gran titolo di nobiltà. Nell'era d'un governissimo il personaggio Prodi avrebbe portato sulla scena politica, come certi simpatici caratteristi, un ''tocco'' di bonomia emiliana, ma poco d'altro. Per di più, come moderato disponibile per un'esperienza interlocutoria, [[Lamberto Dini|Dini]] era più sperimentato di Prodi, tecnico quanto Prodi, meno boiardo di Prodi. Inoltre il suo accento era ''yankee'', non bolognese. L'Ulivo di Prodi era in grado di affrontare la prova delle urne, e di superarla vittoriosamente, se alle urne si andava presto: un'armata composita si decompone, se resta troppo a lungo nei bivacchi. (p. 20)
*Il 12 marzo 1996, quando mancava poco più d'un mese alle elezioni, il pool di «mani pulite» ordinò l'arresto a Roma di Renato Squillante, settantenne capo dei Gip (i giudici per le indagini preliminari) romani, magistrato legato da una fitta rete di conoscenze - alcune delle quali si traducevano, secondo gli inquirenti, in favori – a gente della cosiddetta «Roma bene» (che spesso e volentieri è «Roma male»). La cattura e la «traduzione» dell'anziano giudice da Roma a Milano avvennero con l'apparato scenografico che in queste operazioni, sempreché si svolgano sotto gli occhi delle telecamere, non manca mai. Gli italiani videro in televisione un carosello di auto rombanti e un nugolo di uomini in divisa, mentre sarebbe bastato un agente, e un viaggio (seppur non privo d'incognite alla luce d'un successivo disastro ferroviario) con il Pendolino. Ma al di là dell'enfasi spettacolare, l'arresto era sensazionale. (pp. 39-40)
*Un alto magistrato finiva in galera con l'accusa d'aver ricevuto mazzette e d'essersi adoperato per sviare e adulterare il corso della giustizia a vantaggio di chi lo foraggiava. Con lui finì dentro l'avvocato Attilio Pacifico, complice, secondo [[Francesco Saverio Borrelli|Borrelli]] e i suoi sostituti, nella grande abbuffata. Ben presto si seppe che la «gola profonda» delle rivelazioni che avevano portato a Squillante era una teste – designata in codice come Omega – che per l'anagrafe si chiamava Stefania Ariosto, bionda signora quarantaseienne, assai nota nella «Milano bene» (qui vale la stessa osservazione fatta a proposito della «Roma bene») per il suo fascino elegante, per le sue frequentazioni importanti, per le sue irrequietezze, per i suoi molti debiti e per l'affettuosa amicizia – tutti sappiamo cosa s'intende con questo – che la legava all'avvocato Vittorio Dotti. (p. 40)
*L'Ulivo era un contenitore, più che un vero schieramento, i «Popolari» in cui [[Romano Prodi|Prodi]] ideologicamente si riconosceva erano un partito minore cui la discendenza diretta dalla Dc di sinistra non dava un gran titolo di nobiltà. Nell'era d'un governissimo il personaggio Prodi avrebbe portato sulla scena politica, come certi simpatici caratteristi, un ''tocco'' di bonomia emiliana, ma poco d'altro. Per di più, come moderato disponibile per un'esperienza interlocutoria, [[Lamberto Dini|Dini]] era più sperimentato di Prodi, tecnico quanto Prodi, meno boiardo di Prodi. Inoltre il suo accento era ''yankee'', non bolognese. L'Ulivo di Prodi era in grado di affrontare la prova delle urne, e di superarla vittoriosamente, se alle urne si andava presto: un'armata composita si decompone, se resta troppo a lungo nei bivacchi.
*L'Ulivo vinse. Di poco o niente in termini di voti: anzi a conti fatti risultò che al Polo era andata una manciata di consensi in più. Ma un sistema maggioritario – o semimaggioritario – ha meccanismi che premiano la qualità oltre che la quantità dei voti. Con i suoi 157 senatori su 315 – cui dovevano essere aggiunti i 2 della Sudtiroler Volkspartei e parte dei 10 senatori a vita – l'Ulivo ebbe una maggioranza abbastanza comoda a Palazzo Madama. I 10 senatori di Rifondazione potevano essergli utili in qualche circostanza, ma non erano necessari. Altro discorso per la Camera. I deputati dell'Ulivo erano 284 sui 630 dell'assemblea. La maggioranza poteva essere raggiunta solo con l'apporto dei 35 di Rifondazione comunista. [[Fausto Bertinotti|Bertinotti]] promise il suo appoggio a un governo Prodi, pur riservandosi libertà d'azione quando si fosse trattato d'approvare singoli provvedimenti. Il Polo gridò che l'Ulivo era prigioniero di Rifondazione e che Bertinotti avrebbe dettato la politica del governo. Era un segnale d'allarme enfatico – come si addice all'opposizione – ma non campato in aria. Proprio l'indispensabilità di Rifondazione faceva la differenza – una differenza profonda – tra la situazione del primo [[François Mitterrand|Mitterrand]] – che già abbiamo ricordata – e quella di Prodi. Mitterrand s'era potuto liberare con cinica soddisfazione del Pcf perché i deputati socialisti facevano, da soli, la maggioranza assoluta all'Assemblea Nazionale. Prodi era invece costretto a tenersi stretto Bertinotti, senza il quale gli era impossibile governare, ma con il quale governare sarebbe stato un tormento. (pp. 61-62)
*Il Ministero Prodi parve in complesso, per la qualità e la capacità delle persone, d'ottimo livello. Includeva due ex-Presidenti del Consiglio, Lamberto Dini e Carlo Azeglio Ciampi. Al primo furono assegnati gli Esteri, poltrona prestigiosa e defilata. L'abilità negoziatrice, la conoscenza degli ambienti internazionali - oltre che delle lingue - la mondanità un po' superciliosa, la moglie miliardaria facevano di Dini un perfetto titolare della Farnesina. Per di più, messo agli Esteri, non aveva voce in capitolo - nonostante la lunga esperienza bancaria - per la guida dell'economia italiana: e questo avrebbe evitato conflitti con Ciampi (cui lo legava una stagionata inimicizia) che dell'economia era, come ministro del Tesoro e del Bilancio, il supervisore e il coordinatore. Un altro esperto d'economia, Beniamino Andreatta, fu dirottato verso la Difesa. La vicepresidenza e il Ministero dei Beni culturali e ambientali (con delega per Io sport e lo spettacolo) furono assegnati a Walter Veltroni, sostenitore incondizionato di Prodi in un Pds dove molti erano, a cominciare dallo stesso D'Alema, i dubbiosi. (pp. 69-70)
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