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==Citazioni di Bernardo Valli==
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*Acclamato nei comizi al grido di "Arik, re d'Israele", [[Ariel Sharon|Sharon]] pensa probabilmente a se stesso come a un Churchill o a un De Gaulle destinato a salvare il paese dal disastro e dal disonore. Ma alla sua indubbia popolarità non corrisponde un eguale peso politico.<ref name="muscoliperes">Da [http://ricerca.repubblica.it/repubblica/archivio/repubblica/1985/11/16/muscoli-di-peres.html?ref=search ''I muscoli di Peres''], ''la Repubblica'', 16 novembre 1985.</ref>
*[[Ariel Sharon|Sharon]] è un uomo politico che suscita applausi, approvazioni, ma che ottiene per fortuna, almeno per ora, pochi voti. E questo atteggiamento è forse rivelatore di quel che si agita negli animi di molti israeliani: da un lato l'intransigenza che spinge a rifiutare la minima concessione ai palestinesi, a non abbandonare un solo brandello della Cisgiordania occupata, dall'altro una certa esitazione ad affidare la gestione di quella intransigenza a uomini come Sharon, che la sbandierano con tracotanza e domani l'amministrerebbero pericolosamente.<ref name="muscoliperes"/>
*L'amministrazione Bush puntava su [[Benazir Bhutto]] per ricondurre il paese a una decente democrazia, dopo lo strappo autoritario di [[Pervez Musharraf]]. L'ideale sarebbe stata un'intesa, un compromesso tra i due. Il compromesso, che avrebbe meritato l'aggettivo di storico, è stato cancellato dal kamikaze. Ora i sostenitori della Bhutto vedono in Musharraf l'istigatore dell'assassinio. Non sarà facile disinnescare le passioni.
*Dopo la morte di Benazir Bhutto, agli americani resta un solo personaggio su cui puntare: il discreditato Musharraf. Hamid Karzai, il presidente afghano, contava su Benazir Bhutto per migliorare le relazioni con il Pakistan. Con Pervez Musharraf il dialogo non è mai stato disteso. È stato spesso appesantito dai reciproci sospetti. Insomma un rapporto avvelenato dalla diffidenza.
 
{{Int|1=Da [http://ricerca.repubblica.it/repubblica/archivio/repubblica/2009/01/07/la-rivoluzione-che-caccio-lo-scia.html?ref=search ''La rivoluzione che cacciò lo Scià'']|2=''la Repubblica'', 7 gennaio 2009}}
*Lo scià era stato un despota a tratti illuminato e innovatore, a tratti incline alla repressione e ignaro della rivolta che covava tra i sudditi. Aveva regnato trentasette anni e anche lui aveva fatto la sua Rivoluzione bianca. In particolare una riforma agraria che non aveva colpito troppo i latifondisti. A restituirgli il trono travolto da un'insurrezione popolare, nel 1953, era stata la Cia. Non gli erano poi mancati gli ossequi di mezzo mondo. Ossequi di un'intensità proporzionata alla produzione petrolifera della Persia. Persia era il nome che lo scià preferiva per il suo paese. Lo voleva storicamente collegato all'epoca preislamica. La protezione della superpotenza americana gli era garantita. Migliaia di esperti militari venuti dagli Stati Uniti erano la prova concreta che per questi ultimi la Persia di Pahlevi era il migliore alleato nella regione, insieme a Israele. L'idea di poter essere scalzato dai religiosi non l' aveva forse mai sfiorato. Lui aveva seguito le orme del padre, umiliandoli in più occasioni. Reza scià, il genitore, aveva destituito la vecchia dinasta Qajar e si era proclamato imperatore nel 1925, quando era un semplice ufficiale venuto dalla gavetta. Imitando il turco Ataturk, suo grande ispiratore, entrava a cavallo nelle moschee per dimostrare in quale conto tenesse la religione e i religiosi. Cosi aveva fondato una nuova dinastia, quella dei Pahlevi, giudicati dei parvenus da chi poteva vantare un antico sangue reale.
*La rivoluzione all'inizio sconcertò i politici e gli storici. Era proprio una rivoluzione? Il significato attribuito all' espressione dal 1789 francese non sembrava calzare. Si disse che era la prima rivoluzione «a ritroso». Ossia la prima a infrangere l'idea, la certezza quasi dogmatica, che una rivoluzione equivalga a un' accelerazione dei tempi, a una spinta in avanti, che esprima in concreto, per la sua stessa natura, il concetto opposto di conservazione. Dopo tre decenni nessuno mette più in dubbio che si sia trattato di una rivoluzione, sia pure «alla rovescia», tesa a ricreare in un certo modo il passato e non a disegnare un futuro inedito. Essa ha rivoluzionato in tutti i casi l'islam sciita al suo interno, e influenzato l'assai più esteso, preponderante, Islam sunnita, che fino allora aveva tenuto in scarsa considerazione, o addirittura ignorato, la corrente minoritaria sciita (appena il 12% del mondo musulmano). Nella storia del '900, pur ricca di guerre e di rivoluzioni, l'avvento al potere dei religiosi a Teheran occupa senz'altro un capitolo importante. Nel nuovo millennio rappresenta uno dei principali problemi. Chi si trova nel mezzo di eventi tanto precipitosi riesce di rado a decifrarne il significato.
*La repressione di ogni tipo di dissenso risultò subito più severa di quella del periodo imperiale. La Costituzione approvata nel dicembre dello stesso anno conferì a Khomeini poteri assoluti a vita, in quanto guida politico-religiosa. Venne respinta qualsiasi influenza proveniente dal mondo occidentale ed ogni possibile opposizione interna al nuovo governo di stampo teocratico.
*La rivoluzione islamica del '79 ha continuato a manifestare le tendenze repressive dello Stato modernizzatore dello scià, ma in versione teocratica (il Vélayat Faqih, ossia la sovranità del giurista teologico). Versione che ha implicato subito l'abolizione del divorzio, la proibizione dell'aborto, e, sulla base della sharia, la pena di morte per l'adulterio e per la bestemmia. Come durante il periodo imperiale l'apertura politica è stata considerata una minaccia all'unità nazionale.
 
{{Int|1=Da [http://ricerca.repubblica.it/repubblica/archivio/repubblica/2009/02/18/processo-ai-khmer.html?ref=search ''Processo ai Khmer'']|2=''la Repubblica'', 18 febbraio 2009}}
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