Differenze tra le versioni di "Leonardo Sciascia"

+4, sistemo libro
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*L'aspetto peggiore della morte non è tanto il non esserci quanto il fatto che altri daranno una interpretazione delle tue parole e della tua opera.<ref>Citato in ''[http://www.siciliainformazioni.com/66250/bbc-a-palermo-nuove-indagini-sul-furto-del-caravaggio BBC a Palermo, nuove indagini sul furto del Caravaggio]'', ''Siciliainformazioni.com'', 7 gennaio 2014.</ref>
*La contraddizione definisce [[Palermo]]. Pena antica e dolore nuovo, le pietre dei falansteri impastate di sangue ma anche di sudore onesto. La [[Cosa nostra|Mafia]] che distribuisce equamente lavoro e morte, soperchierìa e protezione. (citato in ''Specchio'' n. 341, ''La Stampa'', Torino)
*{{NDR|Parlando di opere di esordio come La fuga dall'Etna, accostate, in chiave narrativa e poetica, a Verga}} La poetica è per entrambi quella di «semplificare le umane passioni»; ma quella di Verga prende avvio da un ritorno, quella di Guttuso da una fuga. La differenza non è trascurabile. Si potrebbe dire, con una battuta, che c'è di mezzo tutta la scala zoologica: dall'ostrica all'uomo in rivolta. E tuttavia l'ostrica di Verga, l'uomo attaccato allo scoglio della miseria e degli affetti, soffre come e quanto l'uomo in fuga, l'uomo in rivolta di Guttuso. Il sistema della sofferenza, il sistema della passione. (''La semplificazione delle passioni'', in ''Catalogo della Mostra antologica dell'opera di Renato Guttuso'', Palermo, Palazzo dei Normanni, 1971.)
*Che cosa è la fotografia se non verità momentanea, verità di un momento che contraddice altre verità di altri momenti? (da ''Cruciverba'')
*La sicurezza del [[potere]] si fonda sull'insicurezza dei cittadini. (da ''Il cavaliere e la morte'')
*La tua preoccupazione e il tuo sgomento non vengono dallo scoprirmi in contraddizione: sono un modo e del tuo modo di vivere il comunismo, e del tuo modo di intendere l'amicizia. Tu dici "La notizia della tua candidatura nel PR mi ha fatto riflettere sulla misura e qualità della mia amicizia per te". Al contrario, il tuo essere comunista negli anni del realismo socialista, durante la polemica Vittorini-Togliatti, di fronte ai fatti d'Ungheria e di Cecoslovacchia, in questi anni di compromesso storico, non mi hanno mai fatto riflettere sull'amicizia che sentivo per te anche prima di conoscerti e che poi ha trovato conferma nel conoscerti [...] Un mio concittadino usava chiudere le discussioni con questa frase: "Siamo d'accordo, ma la pensiamo diversamente". Anche noi, caro Renato, siamo d'accordo su tante cose: ma la pensiamo diversamente. Contentiamoci dell'essere d'accordo su qualche punto. E continuiamo, finché si può, a pensarla diversamente. (dalla Lettera di Leonardo Sciascia a Renato Guttuso, pubblicata su la Repubblica, maggio 1979.)
*Per un artista vero – qual è per esempio Guttuso – il "[[realismo socialista]]" non esiste. Guttuso è un grande pittore più quando fa ''I tetti di Sicilia'' che quando dipinge i ''Funerali di Togliatti''. Le etichette esistono in senso deteriore, e per la parte deteriore. (Leonardo Sciascia, intervista su ''Critica Sociale'', gennaio 1978, p. 17)
*Poiché nulla di sé e del mondo sa la generalità degli uomini, se la letteratura non glielo apprende. (da ''La strega e il capitano'', Adelphi)
*Un libro, dunque, è come riscritto in ogni epoca in cui lo si legge e ogni volta che lo si legge. E sarebbe allora il rileggere un leggere: ma un leggere inconsapevolmente carico di tutto ciò che tra una lettura e l'altra è passato su quel libro e attraverso quel libro, nella storia umana e dentro di noi. (da ''Cruciverba'', Einaudi)
*{{NDR| In risposta al concetto di [[Otto Weininger]] sulla città di Siracusa}} Niente di meno vero: [[Siracusa]] non solo è una città in cui si può vivere, ma da vivere: nessun'altra città al tempo stesso che come città si nega, si dissimula, si fa segreta e visionaria; da scoprire. (''Opere, 1984.1989'', p. 664)
*In ''Rome, Naples, et Florence en 1817'' dice di trovarsi ad Ancona il 27 maggio e a Loreto il 30. In ''Rome, Naples, et Florence en 1817'' del 1826, alla data 29 maggio 1817, dice di trovarsi a Reggio Calabria. La verità è che dai primi di maggio alla fine di luglio di quel 1817 se ne stette a Parigi. A Reggio Calabria non andò quell'anno, né mai andrà. La sua visione, dalle finestre dell'albergo di Reggio, delle case di Messina; il suo desiderio di attraversare quel braccio di mare e di arrivare in Sicilia – l'ottica, insomma, e lo stato d'animo, sembrano provenire da una lettera, che probabilmente non gli era ignota, di [[Paul Louis Courier]] (del 15 aprile 1806, appunto da Reggio): "Noi la vediamo come dalle Tuileries voi vedete il faubourg Saint-Germain; il canale non è, in fede mia, più largo; e tuttavia abbiamo difficoltà ad attraversarlo. Lo credereste? Se soltanto mancasse il vento, noi faremmo come Agamennone: sacrificheremmo una fanciulla. Grazie a Dio, ne abbiamo in abbondanza. Ma non abbiamo una sola barca, ecco il guaio. Ci dicono che arriveranno; e fino a quando avrò questa speranza, credetemi, signora, che non volgerò lo sguardo indietro, verso i luoghi dove voi abitate, anche se tanto mi piacciono. Voglio vedere la patria di Proserpina, e sapere perché il diavolo ha preso moglie proprio in quel paese". (''[[Stendhal]] e la Sicilia'' in ''Fatti diversi di storia letteraria e civile'', Opere 1984.1989, p. 696, Bompiani)
* Paolo Luigi Courier, vignaiuolo della Turenna e membro della Legion d'onore, sapeva dare colpi di penna che erano come colpi di spada; mi piacerebbe avere il polso di Paolo Luigi per dare qualche buon colpo di penna: una "petizione alle due Camere" per i salinari di Regalpetra per i braccianti per i vecchi senza pensione per i bambini che vanno a servizio. (''Le parrocchie di Regalpetra'', Opere 1956.1971, p. 10, Bompiani)
*[...] ricordando una frase che è nella voce «letterati» del dizionario di [[Voltaire]] – «la più grande sventura dell'uomo di lettere forse non è quella di essere oggetto della gelosia dei colleghi, vittima dell'intrigo, disprezzato dai potenti; ma quella di essere giudicato dagli imbecilli» – possiamo aggiungere, ricordando questa frase, che [[Giuseppe Antonio Borgese|Borgese]] ebbe, davvero in questo senso, «tutto»: tanti altri scrittori lo invidiarono, qualche intrigo fu ordito a suo danno, qualche potente lo disprezzò al punto di volerlo perdonare. Ma sopratutto ebbe quella che, secondo Voltaire, è la sventura maggiore: che molti imbecilli lo giudicarono e forse ancora, senza conoscerlo, continuano a giudicarlo. (Nota ''di Leonardo Sciascia'' a ''Le belle'', p. 176)
*Se come marxista non ignora che il mondo non deve essere soltanto contemplato, ma mutato, la sua sicilianità di fondo lo condanna a sentire, da artista, solo il lirico disordine degli oltraggi, da ciò, possiamo anticipare, il suo incontro col più lirico – anche nel senso del melodramma – degli oltraggi che siano stati consumati in Sicilia: quello che diede esca al Vespro. Il suo sentimento e giudizio del Vespro, in queste immagini, è quello stesso che trascorre nei versi di Dante, nella Storia di Amari, nell'opera di Verdi. (''Il Vespro Siciliano'', presentazione della mostra di Guttuso, Galleria "La Tavolozza", Palermo 1975-1976.)
*''La Stampa'', 6 agosto 1988 [...] Voglio quel che non c'è mai stato e che evidentemente non c'è; e che continuando si fa meta sempre più lontana. Il che mi fa ancora e sempre apparire come un [[pessimismo|pessimista]]: e pare non sia permesso esserlo neppure di fronte al pessimo. Allegria, allegria. (p. 153)
 
== ''Candido ovvero un sogno fatto in Sicilia'' ==
===[[Incipit]]===
''Del luogo e della notte in cui nacque Candido Munafò; e della ragione per cui si ebbe il nome di Candido.''
===[[Explicit]]===
Passarono davanti alle statue di Maillol: don Antonio vagheggiò di dormire accanto ad una di quelle donne di bronzo. «Di dormire» disse «di dormire castamente: il più casto sonno della mia vita». Lungamente parlò della castità, e col latino dei santi padri.<br />Passarono il ponte Saint-Michele don Antonio, quasi predicando, cominciò: «Qui, nel 1968, nel mese di maggio...».<br />«Erano i nostri nonni o i nostri nipoti?» lo interruppe Candido.<br />«Domanda inquietante» disse don Antonio. E si zittì. Pensava, borbottava.<br />Dal quai, imboccarono rue de Seine. Davanti alla statua di Voltaire don Antonio si fermò, si afferrò al palo della segnaletica, chinò la testa. Pareva si fosse messo a pregare. «Questo è il nostro padre» gridò poi «questo è il nostro vero padre».<br />Dolcemente ma con forza Candido lo staccò dal palo, lo sorresse, lo trascinò. «Non ricominciamo coi padri» disse. Si sentiva figlio della fortuna; e felice.
 
==''Cruciverba''==
*[[Antonello da Messina|Antonello]], dunque: e il suo essere siciliano, come personaggio e come artista; come uomo insomma la cui vita, la cui visione della vita, il cui modo di esprimere nell'arte la vita, sono irreversibilmente condizionati dai luoghi dagli ambienti dalle persone tra cui si trova a nascere e a passare l'infanzia, l'adolescenza. (p. 35)
*I ritratti di Antonello «somigliano»; sono l'idea stessa, l'archè, della somiglianza. (p. 36)
*E di fronte all'[[Annunciata di Palermo]], si noti la piega della mantellina che scende al centro della fronte : che per il pittore, al momento, avrà avuto un valore soltanto compositivo, ma a noi dice di un capo conservato nella cassapanca tra gli altri del corredo, e tirato fuori nei giorni solenni, nelle feste grandi; e si noti anche l'incongruenza, peraltro stupenda, della destra sospesa nel gesto ieratico (mentre è del tutto naturale al soggetto — diciamo alla donna contadina — il gesto della sinistra a chiudere i lembi della mantellina); e l'altra incongruenza di quel libro aperto, sul quale si ha il dubbio che mai gli occhi della giovane donna potrebbero posarsi a cogliere le parole e il senso; e poi il mistero del sorriso e dello sguardo, in cui aleggia carnale consapevolezza e nessun rapimento, nessuno stupore (se non si vuole, nel sorriso che appena affiora, scorgere magari un'ombra di malizia). (pp. 37-38)
*E questa può essere la più ovvia conclusione su Antonello: che un uomo straordinariamente «oggettivo» si è trovato a vivere e ad esprimere compiutamente, impareggiabilmente, il momento più «oggettivo» che la storia della pittura abbia mai toccato. (p. 39)
*Che[...] che cosa è la fotografia se non verità momentanea, verità di un momento che contraddice altre verità di altri momenti? (dap. ''Cruciverba''188)
*Un libro, dunque, è come riscritto in ogni epoca in cui lo si legge e ogni volta che lo si legge. E sarebbe allora il rileggere un leggere: ma un leggere inconsapevolmente carico di tutto ciò che tra una lettura e l'altra è passato su quel libro e attraverso quel libro, nella storia umana e dentro di noi. (dap. ''Cruciverba'', Einaudi291)
 
==''Gli zii di Sicilia''==
===Citazioni===
*Il 18 aprile del 1948, nel sonno dell'alba, Calogero Schirò vide [[Stalin]]. Era un sogno dentro un sogno, Calogero stava sognando un gran mucchio di schede elettorali, ne aveva firmate un migliaio la sera prima poiché il partito l'aveva designato scrutinatore; vedeva tutte quelle schede e a un certo punto sulle schede una mano pesante che usciva dalla manica di una giubba militare di quelle all'antica. Nel sogno pensò 'ora sto sognando, questo è Stalin' e alzo gli occhi a guardare Stalin in faccia. Aveva una faccia scura, Calogero pensò 'è incazzato, c'è qualcosa che va per traverso' e subito fece un esame di coscienza per sé e per la sezione di Regalpetra, trovò piccole macule, il vice che in municipio aveva fregato un po' di zucchero Unrra e non era stato espulso, il segretario dei minatori che prendeva soldi per il disbrigo di certe pratiche: cominciò a sentirsi inquieto. Stalin parlò con marcato accento napoletano, disse "Calì, in queste elezioni abbiamo da perdere, non c'è niente da fare, i preti hanno la prima mano". (Incipit del racconto ''La morte di Stalin'', ''Opere – 1956.1971'', p. 225)
*"D'accordo su Carini" disse [[Giuseppe Garibaldi|Garibaldi]]. "Ma non capisco perché all'altro estremo mettiate questo povero barone: che ci apre, sì, il palazzo e le cantine, ed è già molto…molto... ma non credo abbia a farsi perdonare, e che nasconda odio per noi."<br />"Perché" disse [[Ippolito Nievo|Nievo]] "io credo nei siciliani che parlano poco, nei siciliani che non si agitano, nei siciliani che si rodono dentro e soffrono: i poveri che ci salutano con un gesto stanco, come da una lontananza di secoli; e il colonnello Carini sempre così silenzioso e lontano, impastato di malinconia e di noia ma ad ogni momento pronto all'azione: un uomo che pare non abbia molte speranze, eppure è il cuore stesso della speranza, la silenziosa fragile speranza dei siciliani migliori…migliori... una speranza, vorrei dire, che teme se stessa, che ha paura delle parole ed ha invece vicina e famigliare la morte…morte... Questo popolo ha bisogno di essere conosciuto ed amato in ciò che tace, nelle parole che nutre nel cuore e non dice…dice..."<br />"Questa è poesia" disse [[Giuseppe Sirtori|Sirtori]].<br />"Oh, certamente" disse Nievo. "Ma per far prosa vi dirò, e il generale vorrà perdonarmi, che non mi piace questo barone; e non mi piacciono i siciliani come [[Francesco Crispi|Cri…Cri...]]"<br />Garibaldi fece un gesto reciso "torniamo alla poesia" disse. (dal racconto ''Il Quarantotto'', ''Opere – 1956.1971'', p. 321)
*Ma il socialismo cosa era? Certo era una buona bandiera, mio padre diceva: "giustizia, uguaglianza" ma non ci può essere uguaglianza se Dio non c'è, non si può fare il regno dell'uguaglianza davanti a un notaro, solo davanti a Dio si può fare. O davanti alla morte: se tutti ad ogni momento, nella morte ci specchiassimo. Sarebbe così ingiusto il mondo dell'uguaglianza che solo in nome di Dio, o specchiandoci nella morte, potremmo viverlo. Senza Dio si può però fare giustizia, non ho mai pensato che Dio fosse giustizia, dalla nostra speranza di giustizia è lontano. Mio padre non si contentava della giustizia, voleva l'uguaglianza: credeva che quei grandi avvocati con cappello largo e cravatta a fiocco stessero al posto di Dio, l'avvocato Ferri e l'avvocato Cigna al posto di Dio. (dal racconto ''L'antimonio'', ''Opere – 1956.1971'', p. 342)
*Io non sarei riuscito a fare amicizia con un uomo spagnuolo come lei pieno d'odio; con una donna era cosa diversa, il suo odio diventava per me un fatto d'amore; e non perché dall'odio per gli altri le nascesse amore per me, ma proprio perché odiava mi piaceva, per quel suo fare magia dell'odio, per quel suo essere un po' strega. Il piacere dell'amore è molto complicato: ed è più grande quando c'è nella donna oscura dannazione, un centro di maligno mistero nel suo essere; dico il piacere, ché l'amore è un fatto più semplice e chiaro. (dal racconto ''L'antimonio'', ''Opere – 1956.1971'', p. 353)
==''Il Consiglio d'Egitto''==
===[[Incipit]]===
* Il benedettino passò un mazzetto di penne vario­pinte sul taglio del libro, dal faccione tondo soffiò co­me il dio dei venti delle carte nautiche a disperdere la nera polvere, lo aprì con un ribrezzo che nella circo­stanza apparve delicatezza, trepidazione. Per la luce che cadeva obliqua dall'alta finestra, sul foglio color sabbia i caratteri presero rilievo: un grottesco drap­pello di formiche nere spiaccicato, secco. Sua eccel­lenza Abdallah Mohamed ben Olman si chinò su quei segni, il suo occhio abitualmente languido, stracco, an­noiato era diventato vivo ed acuto. Si rialzò un mo­mento dopo, a frugarsi con la destra sotto la giamber­ga: tirò fuori una lente montata, oro e pietre verdi, a fingerla fiore o frutto su esile tralcio.
 
===Citazioni===
*Perché questo poteva ora con più coscienza affermare, dopo aver subito per cinque volte la corda, per quarantotto ore la veglia, per sette volte il fuoco: che coloro che avevano concepito la [[tortura]] e coloro che la sostenevano erano degli stolti; gente che aveva del uomo, e della propria umanità, la nozione che ne può avere il coniglio selvatico, la lepre. Braccati dall'uomo, dalla loro stessa umanità, stoltamente ne facevano vendetta nella ''questione'': il giurista, il giudice, il [[boia]]. "Forse il boia no, forse per il boia è che, considerato immondizia, dall'esercizio della crudeltà ottiene almeno, di umano, la coscienza di essere veramente immondo." (''Opere – 1956.1971'', p. 620)
*Il barone Fisichella, che tra monsignor Airoldi e l'abate Vella faceva la spola, arrivò in casa dell'abate di prima mattina: a sorpresa, ché di solito compariva nel pomeriggio; e trafelato, sudato, confuso. Disse subito che aveva brutte nuove, ma ce ne volle prima che arrivasse a dire chiaro e tondo "Vi arresteranno, prima di sera vi arresteranno."<br/>L'abate restò Impassibile.<br/>"Monsignore è dispiaciuto, amareggiato…amareggiato... Proprio non se l'aspettava."<br/>"Io me l'aspettavo" disse l'abate.<br/>"Ma santo cristiano, e non potevate difilarvi da qualche parte, nascondervi?"<br/>"Non ho voglia di muovermi, sono stanco…stanco... E poi, chiamatemi pazzo, ma ho il desiderio di vedere dove si va a finire."<br/>"Ma questo posso dirlo io che ne sono fuori: vediamo come finisce quest'imbroglio, stiamo a vedere come se la cava l'abate Vella…Vella... Ma voi ci siete infilato così" portò la mano di taglio al disotto della bocca, ad indicare il livello d'acqua in cui l'abate stava per affogare.<br/>L'abate scrollò di noncuranza le spalle.<br/>"Non vi capisco" disse il barone "parola mia d'onore, non vi capisco."<br/>"Nemmeno io" disse l'abate.<br/>"Ma, dico: il carcere…carcere... Non vi impressiona, non vi spaventa?"<br/>"Mi mancava a provarlo."<br/>"A me manca di provare…provare... Scusatemi, stavo per dirla grossa…grossa... Beh sì, mi manca di provare…provare... Voi mi capite…capite... E che, mi faccio…faccio...?"<br/>"Quello che a voi manca di provare non appartiene all'uomo: ché capisco quello che volete dire…dire... Ma il carcere sì, il carcere è dell'uomo; direi anzi che è nell'uomo." (''Opere – 1956.1971'', pp. 623-624)
 
==''Il giorno della civetta''==
*Nelle statistiche criminali relative alla Sicilia e nelle combinazioni del giuoco del lotto, tra corna e morti ammazzati si è istituito un più frequente rapporto. L'omicidio passionale si scopre subito: ed entra dunque nell'indice attivo della polizia; l'omicidio passionale si paga poco: ed entra perciò nell'indice attivo della mafia.
*«Il popolo» sogghignò il vecchio «il popolo... Il popolo [[mettere le corna|cornuto]] era e cornuto resta: la differenza è che il fascismo appendeva una bandiera sola alle corna del popolo e la democrazia lascia che ognuno se l'appenda da sé, del colore che gli piace, alle proprie corna... [...]»
* Nel '35, ricordo, c'era qui un brigadiere che aveva il fiuto di un bracco, e anche la faccia aveva da cane. Succedeva un fatto: e quello si metteva sulle peste, ti prendeva come si prende una lepre appena smammata. Che fiuto aveva, figlio di...: era nato sbirro così come si nasce preti o cornuti. Non credere che uno è [[mettere le corna|cornuto]] perché le corna gliele mettono in testa le donne, o si fa prete perché ad un certo punto gli viene la vocazione: ci si nasce. Ed uno non si fa sbirro perché ad un certo punto ha bisogno di buscare qualcosa, o perché legge un bando d'arruolamento: si fa sbirro perché sbirro era nato.
*Una eccezionale sospensione delle garanzie costituzionali, in Sicilia e per qualche mese: e il male sarebbe stato estirpato per sempre. Ma gli vennero alla memoria le repressioni di Mori, il fascismo: e ritrovò la misura delle proprie idee, dei propri sentimenti. Ma durava la collera, la sua collera di uomo del nord che investiva la Sicilia intera: questa regione che, sola in Italia, dalla dittatura fascista aveva avuto in effetti libertà, la libertà che è nella sicurezza della vita e dei beni. [...] "È questa forse la ragione per cui in Sicilia" pensava il capitano "ci sono tanti fascisti: non è che loro abbiano visto il fascismo solo come una pagliacciata e noi, dopo l'otto settembre, l'abbiamo sofferto come una tragedia, non è soltanto questo; è che nello stato in cui si trovavano una sola libertà gli bastava, e delle altre non sapevano che farsene." Ma non era ancora sereno giudizio.
*E non è che avesse torto, pensava il capitano: da secoli i bargelli mordevano gli uomini come lui, magari la facevano assicurare, come diceva il vecchio, e poi mordevano. Che cosa erano stati i bargelli se non strumenti della usurpazione e dell'arbitrio?
* «La verità è nel fondo di un [[pozzo]]: lei guarda in un pozzo e vede il sole o la luna; ma se si butta giù non c'è più né sole né luna, c'è la verità».
* «E lei, è uomo da sentire rimorso?». «Né rimorso né paura; mai».
*Avrebbero dovuto darlo come precetto alla polizia, in Sicilia, pensava il capitano, bisognava non cercare la donna: perché si finiva sempre col trovarla, e a danno della giustizia.
*E ciò discendeva dal fatto, pensava il capitano, che la famiglia è l'unico istituto veramente vivo nella coscienza del siciliano: ma vivo più come drammatico nodo contrattuale, giuridico, che come aggregato naturale e sentimentale. La famiglia è lo Stato del siciliano. Lo Stato, quello che per noi è lo Stato, è fuori: entità di fatto realizzata dalla forza; e impone le tasse, il servizio militare, le guerre, il carabiniere. Dentro quell'istituto che è la famiglia, il siciliano valica il confine della propria naturale e tragica solitudine e si adatta, come in una sofisticata contrattualità di rapporti, alla convivenza. Sarebbe troppo chiedergli di valicare il confine tra la famiglia e lo Stato. Magari si infiammerà dell'idea dello Stato o salirà a dirigerne il governo: ma la forma precisa e definitiva del suo diritto e del suo dovere sarà la famiglia, che consente più breve il passo verso la vittoriosa solitudine.
*«Io» proseguì don Mariano «ho una certa pratica del mondo; e quella che diciamo l'umanità, e ci riempiamo la bocca a dire umanità, bella parola piena di vento, la [[Gli uomini si dividono in due categorie|divido in cinque categorie]]: gli uomini, i mezz'uomini, gli ominicchi, i (con rispetto parlando) pigliainculo e i quaquaraquà... Pochissimi gli uomini; i mezz'uomini pochi, ché mi contenterei l'umanità si fermasse ai mezz'uomini... E invece no, scende ancora più in giù, agli ominicchi: che sono come i bambini che si credono grandi, scimmie che fanno le stesse mosse dei grandi... E ancora di più: i pigliainculo, che vanno diventando un esercito... E infine i quaquaraquà: che dovrebbero vivere come le anatre nelle pozzanghere, ché la loro vita non ha più senso e più espressione di quella delle anatre... [...]»
* "Questo è il punto su cui bisognerebbe far leva. È inutile tentare di incastrare nel penale un uomo come costui: non ci saranno mai prove sufficienti, il silenzio degli onesti e dei disonesti lo proteggerà sempre. Ed è inutile, oltre che pericoloso, vagheggiare una sospensione di diritti costituzionali. Un nuovo Mori diventerebbe subito strumento politico- elettoralistico, braccio non del regime, ma di una porzione del regime. Qui bisognerebbe sorprendere la gente nel covo dell'inadempienza fiscale come in America. Ma non soltanto le persone come Mariano Arena e non soltanto qui in Sicilia. Bisognerebbe di colpo piombare sulle banche; mettere mani esperte nelle contabilità, generalmente a doppio fondo, delle grandi e delle piccole aziende. E tutte quelle volpi, vecchie e nuove, che stanno a sprecare il loro fiuto dietro le idee politiche, sarebbe meglio si mettessero ad annusare intorno alle ville, le automobili fuoriserie, le mogli, le amanti di certi funzionari: e confrontare quei segni di ricchezza agli stipendi e tirarne il giusto senso. Soltanto così ad uomini come don Mariano comincerebbe a mancare il terreno sotto i piedi. In ogni altro paese del mondo, una [[evasione fiscale]] come quella che sto constatando, sarebbe duramente punita. Qui con Mariano se ne ride, sa che non gli ci vorrà molto ad imbrogliare le carte." (Capitano Bellodi)
* «La Chiesa è grande perché ognuno ci sta dentro a modo proprio» (Don Mariano)
* «Belle parole: la Chiesa è tutta una bellezza» (Don Mariano)
 
*"Forse tutta l'Italia va diventando Sicilia…Sicilia... A me è venuta una fantasia, leggendo sui giornali gli scandali di quel governo regionale: gli scienziati dicono che la linea della palma, cioè il clima che è propizio alla vegetazione della palma, viene su, verso nord, di cinquecento metri, mi pare, ogni anno…anno... La linea della palma…palma... Io invece dico: la linea del caffè ristretto, del caffè concentrato…concentrato... E sale come l'ago di mercurio di un termometro, questa linea della palma, del caffè forte, degli scandali: su su per l'Italia, ed è già oltre Roma…Roma..." (''Opere – 1956.1971'', p. 479)
 
===[[Explicit]]===
==''La corda pazza – Scrittori e cose della Sicilia''==
====''Lombardia siciliana''====
*[...] la Lombardia siciliana, i paesi lombardi della Sicilia…Sicilia... Città belle sono [[Aidone]], [[Piazza Armerina]], [[Nicosia (Italia)|Nicosia]]: e sono quelle in cui è avvenuto un coagulo di [[Lombardi di Sicilia|gruppi etnici lombardi]]. Ma sono belle anche [[Enna]], [[Caltagirone]], [[Scicli]]: Enna col suo castello di Lombardia, Caltagirone che segna il suo municipio con lo stemma di [[Genova]]; Scicli che venera san Guglielmo, città, insomma, alla cui storia diedero apporto uomini del nord. (1970, p. 168)
* E sarà magari una suggestione che viene in parte dal dialetto (irto di consonanti e con due, tre o addirittura quattro vocali di seguito, e ciascuna con un suono distinto): ma i poeti di San Fratello o di Nicosia più fanno pensare al [[Carlo Porta|Porta]] che al [[Giovanni Meli|Meli]]. (1970, p. 170)
* Un canto come quello che un poeta di [[San Fratello]] scrisse in morte di un mafioso, è impossibile trovarlo nella poesia siciliana. Bisogna arrivare a [[Ignazio Buttitta]], cioè a un poeta dei giorni nostri, per trovare tanto coraggio civile. Il poeta di San Fratello ne aveva già nel secolo scorso: e non si creda che attaccare un mafioso morto comportasse meno rischio che attaccarlo da vivo. (1970, p. 170)
 
====''Feste religiose in Sicilia''====
====''Sicilia e sicilitudine''====
*Sotto il titolo di ''Avvertimenti a Marco Antonio Colonna quando andò viceré in Sicilia'' vanno certune acutissime considerazioni sulla storia di Sicilia e sul carattere dei siciliani di Scipio Di Castro, messinese, poeta e scrittore di cose politiche che tra la Sicilia e il continente trascinò vita avventurata, tribolata e torbida nella seconda metà del secolo XVI. (''Opere – 1956.1971'', 2004, p. 961)
*I siciliani – dice il [[Scipio di Castro|Di Castro]] – generalmente sono più astuti che prudenti, più acuti che sinceri, amano le novità, sono litigiosi, adulatori e per natura invidiosi; sottili critici delle azioni dei governanti, ritengono sia facile realizzare tutto quello che loro dicono farebbero se fossero al posto dei governanti. D'altra parte, sono obbedienti alla Giustizia, fedeli al Re e sempre pronti ad aiutarlo, affezionati ai forestieri e pieni di riguardi nello stabilirsi delle amicizie. La loro natura è fatta di due estremi: sono sommamente timidi e sommamente temerari. Timidi quando trattano i loro affari, poiché sono molto attaccati ai propri interessi e per portarli a buon fine si trasformano come tanti Protei, si sottomettono a chiunque può agevolarli e diventano a tal punto servili che sembrano nati per servire. Ma sono di incredibile temerarietà quando maneggiano la cosa pubblica e allora agiscono in tutt'altro modo…modo... E prima aveva avvertito: la Sicilia è stata fatale a tutti i suoi governanti; e la maggior parte di essi ha lasciato sepolta in quel Regno la reputazione in modo tale che nemmeno nella posterità ha potuto mai più risorgere. (''Opere – 1956.1971'', 2004, pp. 961-962)
*[...] di [[Salvatore Quasimodo]] nella cui poesia il tema dell'esilio (l'esilio che generazioni di siciliani, per sfuggire alla povertà dell'isola, hanno sofferto e soffrono) si lega amaro e dolente, ma splendido nella memoria dei luoghi perduti, a quello del poeta arabo [[Ibn Hamdis]], siciliano di Noto. E questa può anche essere una chiave per capire la Sicilia: che alla distanza di più di otto secoli un poeta di lingua araba e un poeta di lingua italiana hanno cantato la loro pena d'esilio con gli stessi accenti: "vuote le mani, – dice Ibn Hamdis, – ma pieni gli occhi del ricordo di lei". (''Opere – 1956.1971'', 2004, p. 967)
 
==''Nero su nero''==
===Citazioni===
*Automaticamente, il colonnello vide, invece, il caso molto complicato, e comunque da non sbrigarsene al più presto. Scattava subito, pregiudizialmente quali che fossero le persone che le rappresentavano, una irriducibile disparità di punti di vista tra le due istituzioni: l'arma dei carabinieri, il corpo di polizia. Un lungo, storico contenzioso li divideva: e tutti i cittadini che ci cadevano in mezzo finivano per dibattervisi drammaticamente.<br /> Il brigadiere disse: «Signorsì», usci a ritrovare la macchina di pattuglia con cui era venuto e che era ritornata. Ma poiché il questore lo aveva indispettito, ed essendo quasi del tutto sprovvisto di quel si suol chiamare spirito di corpo – cioè del considerare parte maggiore del tutto il corpo a cui apparteneva, di ritenerlo infallibile e, nella eventuale fattibilità, intoccabile, traboccante di ragione soprattutto quando aveva torto – ebbe una beffarda idea. (pag. 24)
*Il magistrato si era intanto alzato ad accogliere il suo vecchio professore. «Con quale piacere la rivedo, dopo tanti anni!».<br />«Tanti: e mi pesano» convenne il professore.<br />«Ma che ne dice? Lei non è mutato per nulla, nell'aspetto».<br />«Lei sì» disse il professore con la solita franchezza.<br />«Questo maledetto lavoro…lavoro... Ma perché mi dà del lei?».<br />«Come allora» disse il professore.<br />«Ma ormai…ormai...».<br />«No».<br />«Ma si ricorda di me?».<br />«Certo che mi ricordo».<br />«Posso permettermi di farle una domanda?... Poi gliene farò altre, di altre natura…natura... Nei componimenti di [[Lingua italiana|italiano]] lei mi assegnava sempre un tre, perché copiavo. Ma una volta mi ha dato un cinque: perché?».<br />«Perché aveva copiato da un autore più intelligente».<br />Il magistrato scoppiò a ridere. «L'italiano: ero piuttosto debole in italiano. Ma, come vede, non è poi stato un gran guaio: sono qui, procuratore della Repubblica…Repubblica...».<br />«L'italiano non è l'italiano: è il ragionare» disse il professore. «Con meno italiano, lei sarebbe forse ancora più in alto».<br />La battuta era feroce. Il magistrato impallidì. E passò a un duro interrogatorio. (pagg. 43-44)
* A prendere il professore da casa andò il brigadiere. Fecero il breve viaggio loro due soli, con grande contentezza da parte del brigadiere cui parlare con persone che avevano fama di intelligenza e cultura dava una specie di ebrezza. Ma il professore parlò dei propri mali, lasciando memorabile al brigadiere (ma non condivisibile nell'energia dei suoi trent'anni) la frase che a un certo punto della vita non è la speranza l'ultima a morire, ma il morire l'ultima speranza. (pag. 51)
 
===[[Explicit]]===
*Leonardo Sciascia, ''L'ordine delle somiglianze'', Rizzoli, Milano, 1967.
*Leonardo Sciascia, ''Il cavaliere e la morte'', Adelphi, 1988.
*Leonardo Sciascia, ''Cruciverba'', Adelphi, 1998. ISBN 88-459-1369-4
*Leonardo Sciascia, ''Nero su nero'', Adelphi.
*Leonardo Sciascia, ''Morte dell'Inquisitore'', Laterza, Bari 1964 / Adelphi, Milano 1999.