Differenze tra le versioni di "Bernardo Valli"

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*Gli Assad si sono destreggiati nei rapporti con i palestinesi. Hanno fomentato le rivalità tra le correnti. Li hanno combattuti, uccidendone più di quanti ne abbiano uccisi gli israeliani. Con Hamas, [[Bashar al-Assad|Bashar]], il figlio, va d'accordo. Ne ospita i dirigenti. Esercita inoltre un'influenza sugli hezbollah libanesi, con i quali sa essere severo quando deve placare le preoccupazioni all'interno del suo paese, dove è vivo il timore di essere trascinati da quegli alleati sciiti libanesi esaltati in disordini simili a quelli che tormentano, insanguinano il vicino Iraq. Inoltre la Siria è sempre ufficialmente in guerra con Israele, che occupa un territorio siriano sulle alture del Golan. Con il clan degli Assad hanno conti da regolare i Fratelli musulmani, che il padre Hafez massacrò nella città di Hama, poi demolita con i bulldozer. Nella rivoluzione araba che infuria, la Siria di Assad presenta la peculiarità di essere antiamericana, al contrario della Tunisia dei Ben Ali e dell'Egitto di Mubarak. La Libia di Gheddafi sfuggiva ad ogni classificazione prima di essere tragicamente isolata.
*[[Bashar al-Assad|Bashar el-Assad]] è accusato dai manifestanti di essere un falso riformatore. Laureato in medicina, e poi convertito alla politica per prendere la successione del padre, egli si prestava come un uomo aperto alla modernità, appassionato d'informatica ed esperto internauta. Ma ha fatto disperdere brutalmente le timide manifestazioni dei giovani armati di candele riunitisi la sera a Damasco per appoggiare l'insurrezione del Cairo. Il caso di Tal al-Malluhi, una ragazza di diciannove anni, autrice di blog impertinenti, arrestata, maltrattata, condotta in tribunale con gli occhi bendati e le manette, e condannata a cinque anni per spionaggio a favore degli Stati Uniti, non ha reso credibile la conversione democratica di Bashar.
 
{{Int|1=Da [http://ricerca.repubblica.it/repubblica/archivio/repubblica/2011/05/01/ultimo-bluff.html?ref=search ''L'ultimo bluff'']|2=''la Repubblica'', 1 maggio 2011}}
*[[Mu'ammar Gheddafi|Muhammar Gheddafi]] interpreta, nell'ultima apparizione televisiva, la sua reale tragedia come un attore consumato. Il burnus nero, il volto immobile, di una compostezza sofferta, lo sguardo fisso, socchiuso. Le mani nervose che tormentano i fogli sul tavolo, danno drammaticità all'intervento. Non alza mai la voce. Né si agita. Neppure quando proferisce minacce. Ad esempio: «Porteremo la guerra in Italia». Le espressioni, i gesti, non sono più caricaturali. Le tracce della paranoia, della delirante mania di grandezza, sembrano cancellate. È con toni dignitosi, dietro i quali credo di leggere una forte tensione, che recita per ottanta minuti un monologo ritmato da minaccee da inviti alla pace, molto simili a suppliche. Il discorso è scucito, confuso nella forma, ma con un preciso filo conduttore. È il bluff della disperazione, lanciato nella notte, mentre cadono i missili della Nato su Tripoli. E le esplosioni oscurano per tre volte il teleschermo. La scena si addice all'orazione un po' cupa.
*Accusa gli occidentali di mirare al petrolio libico, di essere crociati assetati di denaro, ma chiede a « Francia, Italia, Gran Bretagna e America » di negoziare. Poiché non può essere accettata, la proposta assomiglia alla supplica di uno che intravede il capestro. E tuttavia si guarda bene dal prospettare quel che quei paesi pongono come condizione per eventuali trattative: vale a dire il suo definitivo abbandono del potere, la sua uscita di scena, insomma il suo esilio in qualche terra africana, dove ha seminato dollari per decenni. È l'orgoglio del capo beduino, che per quarantadue anni ha esercitato con scarsa pietà un potere assoluto? I ribelli di Bengasi sanno che trattare con Gheddafi significherebbe ammettere la sua vittoria.
*Gli Stati Uniti non hanno grandi interessi nel paese del Maghreb, mentre una destabilizzazione della Siria, nel cuore del Mashrek, l'Oriente arabo, avrebbe serie ripercussioni in Iraq, in Libano e in Israele, dove si è riluttanti a cambiare i pur difficili interlocutori di Damasco. Un governo sunnita sarebbe molto meno graditoa Gerusalemme. Inoltre la Siria ha in comune con la Turchia, membro della Nato, un confine e una popolazione curda che potrebbe risentirne. La stessa Arabia Saudita, in preda a contestazioni interne, non gradirebbe il crollo di un altro regime arabo. E l'Iran, alleato della Siria, coglierebbe l'occasione per inserirsi in disordini interni se a Damasco dovesse succedere a quello di Assad un regime sunnita, non gradito alle minoranze sciite, e alla setta degli Alauiti, alla quale appartiene la famiglia Assad. Per questi ed altri motivi gli Stati Uniti non hanno chiesto le dimissioni di Assad, mentre esigono con insistenza quelle di Gheddafi.
*Le sanzioni hanno colpito il Servizio di intelligence siriano e le unità paramilitari iraniane (le Guardie della rivoluzione) che avrebbero fornito gas lacrimogeni ed altri strumenti utili nella repressione alle autorità di Damasco.<br>Gli Stati Uniti e gli europei non esigono tuttavia le dimissioni del presidente Bashar el-Assad, per non turbare i difficili equilibri mediorientali. E ancor meno hanno pensato a un intervento militare. Gheddafi è invece isolato. A parte il petrolio, in larga parte in mano agli insorti di Bengasi, ha poche carte da giocare nella società internazionale.
 
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