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'''Ryszard Kapuściński''' (1932 – 2007), giornalista polacco.
 
==Citazioni di Ryszard Kapuściński==
*Quando si raggiunge una [[crisi]]? Quando sorgono delle domande a cui non si può dare risposta. (da ''A Warsaw Diary'', ''Granta'', 15, primavera 1985)
 
*Il nostro mondo, in apparenza globale, in fin dei conti non è che un pianeta con migliaia e migliaia delle più svariate province che non si incontrano mai. Girare il mondo significa passare da una provincia all'altra, ognuna delle quali è una solitaria stella che brilla per conto proprio. Per la maggior parte delle persone che vi abitano il mondo reale finisce sulla soglia di casa, al limite del villaggio, tutt'al più al confine della vallata. Il mondo che sta oltre è irreale, insignificante e addirittura inutile, mentre quello che hanno sottomano e sotto gli occhi assurge alle dimensioni di un grande cosmo oscurante tutto il resto. Spesso gli abitanti di un luogo e chi viene da lontano hanno difficoltà a trovare un linguaggio comune, poiché ognuno di loro guarda il posto da un'ottica diversa: chi viene da fuori usa un grandangolare, che rimpicciolisce l'immagine ma allarga l'orizzonte, mentre la persona del posto ha sempre usato il teleobiettivo, se non addirittura il telescopio, che ingigantisce i minimi dettagli.
*La [[storia]] è spesso il risultato di una mancanza di riflessione. È il frutto bastardo della stupidità umana, parto dello smarrimento, dell'idiozia e della pazzia.
* Il dramma delle culture, infatti – compresa quella europea-, è consistito in passato nel fatto che i loro primi contatti reciproci sono stati quai sempre appannaggio di gente della peggior risma: predoni, soldataglie, avventurieri, criminali, mercanti di schiavi e via dicendo. Talvolta, ma di rado, capitava anche gente diversa, come missionari in gamba, viaggiatori e studiosi appassionati. Ma il tono, lo standard, il clima fu conferito e creato per secoli dall'internazionale della marmaglia predatrice che non badava certo a conoscere altre culture, a cercare un linguaggio comune o a mostrare rispetto nei loro confronti. Nella maggior parte dei casi si trattava di mercenari rozzi e ottusi, privi di riguardi e di sensibilità, spesso analfabeti, il cui unico interesse consisteva nell'assaltare, razziare, uccidere. Per effetto di queste esperienze le culture, invece di conoscersi a vicenda, diventavano nemiche o, nel migliore dei casi, indifferenti. I loro rappresentanti, a parte i mascalzoni di cui sopra, si tenevano alla larga, si evitavano, si temevano. Questa manipolizzazione dei rapporti interculturali da parte di una classe rozza e ignorante ha determinato la pessima qualità dei rapporti reciproci. Le relazioni interpersonali cominciarono a venir classificate in base al criterio più primitivo: quello del colore della pelle. Il razzismo divenne un'ideologia per definire il posto della gente nell'ordinamento del mondo. Da una parte i Bianchi, dall'altra i Neri: una contrapposizione dove spesso entrambe le parti si sentivano a disagio.
*Viaggiare sulle strade d'[[Etiopia]] è duro e spesso pericoloso. Nella stagione secca, la macchina slitta sul pietrisco degli stretti percorsi scavati nelle pareti di montagne a picco, lungo precipizi profondi centinaia di metri. Nella stagione delle piogge, le strade di montagna vengono addirittura chiuse, mentre quelle di pianura si trasformano in acquitrini melmosi dove si rischia di restare impantanati per giorni e giorni. (p. 117)
*Nel paese c'era cibo a sufficienza, ma la siccità aveva fatto salire i prezzi e i contadini poveri non potevano più comprarlo. Naturalmente il governo sarebbe potuto intervenire e anche i paesi stranieri avrebbero potuto fare qualcosa. Ma, per motivi di prestigio, il governo si rifiutava di riconoscere che nel paese regnasse la fame, respingendo le offerte d'aiuto. In quel periodo in [[Etiopia]] c'era stato un milione di morti, una realtà tenuta nascosta prima dall'imperatore [[Haile Selassie|Hailè Selassiè]] e poi da colui che doveva privarlo del trono e della vita, il maggiore [[Menghistu Hailè Mariàm|Menghistu]]. Divisi dalla lotta per il potere, erano uniti dalla menzogna. (p. 120)
*L'[[Eritrea]] è il più giovane stato africano, un piccolo stato di tre milioni di abitanti. Mai indipendente, l'Eritrea fu prima una colonia della Turchia, poi dell'Egitto e, nel XX secolo, successivamente dell'[[Italia]], dell'Inghilterra e dell'Etiopia. Nel 1962 quest'ultima, che già da dieci anni occupava militarmente l'Eritrea, la dichiarò sua provincia. Gli eritrei risposero con una guerra di liberazione, la più lunga nella storia del continente, in quanto durata trent'anni. Quando ad Addis Abeba regnava [[Haile Selassie|Hailè Selassiè]], gli americani l'aiutarono a combattere gli eritrei. Ma quando [[Menghistu Hailè Mariàm|Menghistu]] rovesciò l'imperatore, assumendo personalmente il potere, ad aiutarlo furono i russi. (pp. 264-265)
*Le forze etiopi impiegavano comunemente il napalm. Per salvarsi, gli eritrei cominciarono a scavare rifugi, corridoi e nascondigli mometizzati. Nel corso degli anni costruirono un secondo stato sotterraneo, nel senso letterale del termine: un'Eritrea nascosta e segreta, inaccessibile agli estranei, che potevano percorrere in lungo e in largo senza essere visti dal nemico. La guerra eritrea non fu, come gli eritrei stessi sottolineano con orgoglio, una ''bush war'', l'uragano banditesco e sterminatore dei ''warlords''. Nel loro stato sotterraneo avevano scuole e ospedali, tribunali e orfanotrofi, officine e fabbriche di armi. In quel paese di analfabeti, ogni combattente doveva saper leggere e scrivere. (p. 266)
*Questo piccolo paese, tra i più poveri del mondo, possiede un esercito di centomila giovani, relativamente colti, dei quali non sa che fare. Il paese non ha industrie, l'agricoltura è in abbandono, le città in rovina, le strade distrutte. Centomila soldati si svegliano ogni mattina senza saper che fare, e soprattutto senza niente da mangiare. Ma la sorte dei loro colleghi e fratelli in borghese non è molto diversa. Basta girare per Asmara all'ora di pranzo. I funzionari delle poche istituzioni esistenti in uno stato così giovane vanno a mangiare un boccone nei bar e nei ristoranti del quartiere. Ma le folle dei giovani non sanno dove andare: non lavorano, non hanno un soldo. Girano, guardano le vetrine, sostano agli angoli delle strade, siedendo sulle panchine oziosi e affamati. (pp. 266-67267)
 
==''Il negus''==
*Khomeini conduce una vita ascetica: si nutre di riso, yogurt e frutta, abitando in una sola stanza spoglia e senza mobili, eccetto un giaciglio sul pavimento e una pila di libri. (p. 15)
*{{NDR|Su [[Ruhollah Khomeyni]]}} Parla senza gesticolare, le mani poggiate sui braccioli della poltrona. Siede rigido, senza un movimento della testa o del corpo; di tanto in tanto aggrotta l'alta fronte e solleva le sopracciglia ma, a parte questo, non un muscolo vibra nel volto deciso e inflessibile di quest'uomo profondamente ostinato, dalla volontà ferma e irriducibile, immune da ripensamenti e forse anche da dubbi. Una faccia immutabile, scolpita una volta per tutte, che non tradisce emozioni né umori, che nulla esprime se non una continua attenzione e un'intensa concentrazione interiore. Solo gli occhi sono costantemente in movimento: il loro sguardo vivo e penetrante percorre il mare delle teste ricciute, misura la profondità della piazza e la distanza dei suoi margini, ispeziona meticolosamente lo spazio, quasi alla ricerca di una persona precisa. Parla con voce piatta e monotona, dal ritmo lento e regolare: una voce potente ma priva di note alte, aliena da ogni brillantezza e splendore. (pp. 15-16)
*{{NDR|Su [[Reza Pahlavi]]}} È profondamente convinto della sua missione e sa dove vuole arrivare (per dirla con la sua innata brutalità, vuole mettere al lavoro la folla ignorante e costruire un forte stato moderno davanti al quale - dice - tutti se la facciano addosso dalla paura). Ha la mano di ferro prussiana e la sbrigativa efficienza dell'aguzzino. Il vecchio Iran apatico e sonnolento (per ordine dello scià da questo momento in poi la Persia si chiamerà Iran) trema fin nelle fondamenta. (p. 32)
*{{NDR|Su [[Reza Pahlavi]]}} Per punire i cosiddetti disenzienti, li obbliga a presentarsi quotidianamente alla polizia. Nei ricevimenti le signore dell'aristocrazia svengono di paura quando quel colosso arcigno e inavvicinabile le squadra con occhio severo. Reza Khan conserva finché è al potere molte abitudini dell'infanzia contadina e dell'adolescenza in caserma. Vive a palazzo, ma continua a dormire per terra; indossa sempre l'uniforme, mangia nello stesso piatto con i soldati. È uno di loro, però è anche avido di terra e denaro. Approfittando del suo potere, accumula un patrimonio sconfinato. Diventa il feudatario numero uno, padrone di quasi tremila villaggi e dei duecentocinquantamila contadini a essi assegnati; detiene azioni industriali e partecipazioni bancarie, riceve tributi, calcola, addiziona; basta che l'occhio gli cada su una bella foresta, una valle verdeggiante, una piantagione fertile perché foresta, valle e piantagione diventino sue; infaticabile, insaziabile, accresce continuamente i suoi beni, accumula e moltiplica la sua pazzesca fortuna. Guai a chi si avvicina al confine delle sue terre. (pp. 33-34)
*{{NDR|Su [[Reza Pahlavi]]}} Accanto alla crudeltà, all'avidità e alle stravaganze, il vecchio scià ha anche i suoi meriti, come quello di salvare l'Iran dalla dissoluzione che minacciava lo stato dopo la Prima guerra mondiale. Inoltre ha cercato di modernizzare il paese costruendo strade e ferrovie, scuole e uffici, aeroporti e nuovi quartieri nelle città. Eppure il paese resta povero e apatico: così, alla morte di Reza Khan, il popolo esultante festeggia a lungo l'avvenimento. (p. 34)
==Bibliografia==
*Ryszard Kapuściński, ''Ebano'', traduzione di Vera Verdiani, Feltrinelli, Milano, 2009. ISBN 978-88-07-81706-9
*Ryszard Kapuściński, ''Il negus: splendori e miserie di un autocrate'', traduzione di Vera Verdiani, Feltrinelli, Milano, 2008. ISBN 9788807817427978-88-07-81742-7
*Ryszard Kapuściński, ''La prima guerra del football e altre guerre di poveri'', traduzione di Vera Verdiani, Feltrinelli, Milano, 2014. ISBN 9788807884948978-88-07-88494-8
*Ryszard Kapuściński, ''Shah-in-Shah'', traduzione di Vera Verdiani, Feltrinelli, Milano, 2004. ISBN 880781778088-07-81778-0
*Ryszard Kapuściński, ''Stelle nere'', traduzione di Vera Verdiani, Feltrinelli, Milano, 2015. ISBN 9788807031328978-88-07-03132-8
 
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