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*{{NDR|Su [[Ruhollah Khomeyni]]}} Parla senza gesticolare, le mani poggiate sui braccioli della poltrona. Siede rigido, senza un movimento della testa o del corpo; di tanto in tanto aggrotta l'alta fronte e solleva le sopracciglia ma, a parte questo, non un muscolo vibra nel volto deciso e inflessibile di quest'uomo profondamente ostinato, dalla volontà ferma e irriducibile, immune da ripensamenti e forse anche da dubbi. Una faccia immutabile, scolpita una volta per tutte, che non tradisce emozioni né umori, che nulla esprime se non una continua attenzione e un'intensa concentrazione interiore. Solo gli occhi sono costantemente in movimento: il loro sguardo vivo e penetrante percorre il mare delle teste ricciute, misura la profondità della piazza e la distanza dei suoi margini, ispeziona meticolosamente lo spazio, quasi alla ricerca di una persona precisa. Parla con voce piatta e monotona, dal ritmo lento e regolare: una voce potente ma priva di note alte, aliena da ogni brillantezza e splendore. (pp. 15-16)
*{{NDR|Su [[Reza Pahlavi]]}} È profondamente convinto della sua missione e sa dove vuole arrivare (per dirla con la sua innata brutalità, vuole mettere al lavoro la folla ignorante e costruire un forte stato moderno davanti al quale - dice - tutti se la facciano addosso dalla paura). Ha la mano di ferro prussiana e la sbrigativa efficienza dell'aguzzino. Il vecchio Iran apatico e sonnolento (per ordine dello scià da questo momento in poi la Persia si chiamerà Iran) trema fin nelle fondamenta. (p. 32)
*{{NDR|Su [[Reza Pahlavi]]}} Per punire i cosiddetti disenzienti, li obbliga a presentarsi quotidianamente alla polizia. Nei ricevimenti le signore dell'aristocrazia svengono di paura quando quel colosso arcigno e inavvicinabile le squadra con occhio severo. Reza Khan conserva finché è al potere molte abitudini dell'infanzia contadina e dell'adolescenza in caserma. Vive a palazzo, ma continua a dormire per terra; indossa sempre l'uniforme, mangia nello stesso piatto con i soldati. È uno di loro, però è anche avido di terra e denaro. Approfittando del suo potere, accumula un patrimonio sconfinato. Diventa il feudatario numero uno, padrone di quasi tremila villaggi e dei duecentocinquantamila contadini a essi assegnati; detiene azioni industriali e partecipazioni bancarie, riceve tributi, calcola, addiziona; basta che l'occhio gli cada su una bella foresta, una valle verdeggiante, una piantagione fertile perché foresta, valle e piantagione diventino sue; infaticabile, insaziabile, accresce continuamente i suoi beni, accumula e moltiplica la sua pazzesca fortuna. Guai a chi si avvicina al confine delle sue terre. (pp. 33-34)
*{{NDR|Su [[Reza Pahlavi]]}} Accanto alla crudeltà, all'avidità e alle stravaganze, il vecchio scià ha anche i suoi meriti, come quello di salvare l'Iran dalla dissoluzione che minacciava lo stato dopo la Prima guerra mondiale. Inoltre ha cercato di modernizzare il paese costruendo strade e ferrovie, scuole e uffici, aeroporti e nuovi quartieri nelle città. Eppure il paese resta povero e apatico: così, alla morte di Reza Khan, il popolo esultante festeggia a lungo l'avvenimento. (p. 34)
*Il [[Mohammad Reza Pahlavi|sovrano]] adorava leggere libri che trattavano di lui e sfogliare gli album pubblicati in suo onore. Amava molto anche presenziare all'inaugurazione di statue e ritratti che lo raffiguravano. Non bisognava cercarli lontano. Bastava fermarsi a caso in un posto qualsiasi e guardarsi intorno: lo scià appariva dappertutto. (p. 36)
*Un iraniano in patria non può leggere i libri dei suoi migliori scrittori (che vengono stampati solo all'estero), non può vedere i film dei suoi migliori registi (proibiti nel paese), non può ascoltare la voce dei suoi intellettuali (condannati al silenzio). Lo scià lascia i sudditi liberi di scegliere tra [[SAVAK|Savak]] e mullah, e quelli ovviamene scelgono i mullah.</br>Quando si parla della caduta di una dittatura (e il regime dello scià è stato una dittatura particolarmente brutale ed efferata) c'è poco da illudersi che con essa svanisca di colpo, come un brutto sogno, anche l'intero sistema. Finisce di esistere fisicamente, ma le sue conseguenze psicologiche e sociali permangono per anni, sopravvivendo in comportamenti inconsapevoli. Una dittatura che annienta intellighenzia e cultura lacia dietro di sé terre incolte, dove l'albero del pensiero faticherà molto a rinascere. (p. 79)
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