Differenze tra le versioni di "Niccolò Machiavelli"

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[[Immagine:Santi di Tito - Niccolo Machiavelli's portrait.jpg|thumb|Niccolò Machiavelli]]
'''Niccolò Machiavelli''' (1469 – 1527), politico, filosofo, scrittore, storico e scrittoredrammaturgo italiano.
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===Citazioni===
*''Lo strepito dell'armi e de' cavalli | non poté far, che non fosse sentita | la voce di un Cappon fra cento Galli; | tanto che il [[Carlo VIII di Francia|Re superbo]] fe' partita, |'' [...]. ([[s:Decennali/Decennale primo|Decennale primo]], vv. 34-38)
*''Ma quel ch'a molti molto più non piacque; | e vi fe' disunir, fu quella scuola | sotto 'l cui segno vostra Città giacque: | i' dico di quel gran [[Girolamo Savonarola|Savonarola]], | il quale afflato da virtù divina | vi tenne involti con la sua parola.'' ([[s:Decennali/Decennale primo|Decennale primo]], vv. 154-159)
 
==''Del modo di trattare i popoli della Valdichiana ribellati''==
*Puossi per questa deliberazione considerare, come i Romani nel giudicare di queste loro terre ribellate pensarono, che bisognasse o guadagnare la fede loro con i benefizj, o trattargli in modo, che mai più ne potessero dubitare, e per questo giudicarono dannosa ogni altra via di mezzo che si pigliasse. (p. 124)
*[...] la [[storia|istoria]] è la maestra delle azioni nostre, [...]. (p. 125)
*[...] il mondo fu sempre ad un modo abitato da uomini che hanno avuto sempre le medesime passioni, e sempre fu chi serve e chi comanda, e chi serve mal volentieri, e chi serve volentieri, e chi si ribella ed è ripreso. (p. 125)
 
 
===Citazioni===
*{{NDR|[[Regole dai libri|Regola]]}} [...] Quello che giova al [[nemico]] nuoce a te, e quel che giova a te nuoce al nemico. (Fabrizio: [[s:Dell'arte della guerra/Libro settimo|libro settimo]], p. 378)
*{{NDR|[[Regole dai libri|Regola]]}} Colui che sarà nella [[guerra]] più vigilante a osservare i disegni del nemico e più durerà fatica ad esercitare il suo [[esercito]], in minori pericoli incorrerà e più potrà sperare della vittoria. (Fabrizio: [[s:Dell'arte della guerra/Libro settimo|libro settimo]], p. 378)
*{{NDR|[[Regole dai libri|Regola]]}} Non condurre mai a giornata i tuoi [[soldato|soldati]], se prima non hai confermato l'animo loro e conosciutogli senza paura e ordinati, né mai ne farai pruova, se non quando vedi ch'egli sperano di vincere. (Fabrizio: [[s:Dell'arte della guerra/Libro settimo|libro settimo]], p. 378)
*{{NDR|[[Regole dai libri|Regola]]}} Meglio è vincere il nemico con la [[fame]] che col ferro, nella vittoria del quale può molto più la fortuna che la virtù. (Fabrizio: [[s:Dell'arte della guerra/Libro settimo|libro settimo]], p. 378)
*{{NDR|[[Regole dai libri|Regola]]}} Niuno partito è migliore che quello che sta nascoso al nemico infino che tu lo abbia eseguito. (Fabrizio: [[s:Dell'arte della guerra/Libro settimo|libro settimo]], p. 378)
*{{NDR|[[Regole dai libri|Regola]]}} Sapere nella guerra conoscere l'occasione e pigliarla, giova più che niuna altra cosa. (Fabrizio: [[s:Dell'arte della guerra/Libro settimo|libro settimo]], p. 378)
*E veramente, mai fu alcuno ordinatore di leggi straordinarie in uno popolo che non ricorresse a Dio; perché altrimente non sarebbero accettate: perché sono molti i beni conosciuti da uno prudente, i quali non hanno in sé ragioni evidenti da poterli persuadere a altrui. Però gli uomini savi, che vogliono tôrre questa difficultà, ricorrono a Dio. Così fece [[Licurgo]], così [[Solone]], così molti altri che hanno avuto il medesimo fine di loro. [...] E come la osservanza del culto divino è cagione della grandezza delle republiche, così il dispregio di quello è cagione della rovina d'esse. Perché, dove manca il timore di Dio, conviene o che quel regno rovini, o che sia sostenuto dal timore d'uno principe che sopperisca a' difetti della religione. ([[s:Discorsi sopra la prima Deca di Tito Livio/Libro primo/Capitolo 11|libro I, cap. XI]])
*La cagione è, perché la [[natura]] ha creati gli uomini in modo che possono desiderare ogni cosa, e non possono conseguire ogni cosa: talché, essendo sempre maggiore il desiderio che la potenza dello acquistare, ne risulta la mala contentezza di quello che si possiede, e la poca sodisfazione d'esso. ([[s:Discorsi sopra la prima Deca di Tito Livio/Libro primo/Capitolo 37|libro I, cap. XXXVII]])
*[...] qualunque volta è tolto agli uomini il combattere per necessità, combattono per [[ambizione]]; [...]. ([[s:Discorsi sopra la prima Deca di Tito Livio/Libro primo/Capitolo 37|libro I, cap. XXXVII]])
*Dopo il 1494, sendo stati i principi della città cacciati da Firenze, e non vi essendo alcuno governo ordinato, ma più tosto una certa licenza ambiziosa, ed andando le cose publiche di male in peggio; molti popolari, veggendo la rovina della città, e non ne intendendo altra cagione, ne accusavano la ambizione di qualche potente che nutrisse i disordini, per potere fare uno stato a suo proposito, e tôrre loro la libertà; e stavano questi tali per le logge e per le piazze, dicendo male di molti cittadini, minacciandogli che, se mai si trovassino de' Signori, scoprirebbero questo loro inganno, e gli gastigarebbero. Occorreva spesso che di simili ne ascendeva al supremo magistrato; e come egli era salito in quel luogo, e che vedeva le cose più da presso, conosceva i disordini donde nascevano, ed i pericoli che soprastavano, e la difficultà del rimediarvi. E veduto come i tempi, e non gli uomini, causavano il disordine, diventava subito d'un altro animo, e d'un'altra fatta; perché la cognizione delle cose particulari gli toglieva via quello inganno che nel considerarle generalmente si aveva presupposto. Dimodoché, quelli che lo avevano prima, quando era privato, sentito parlare, e vedutolo poi nel supremo magistrato stare quieto, credevono che nascessi, non per più vera cognizione delle cose, ma perché fusse stato aggirato e corrotto dai grandi. Ed accadendo questo a molti uomini, e molte volte, ne nacque tra loro uno proverbio che diceva: Costoro hanno uno animo in piazza, ed uno in palazzo. ([[s:Discorsi sopra la prima Deca di Tito Livio/Libro primo/Capitolo 47|libro I, cap. XLVII]])
*Il [[popolo]] molte volte desidera la rovina sua, ingannato da una falsa specie di bene: e come le grandi [[speranza|speranze]] e gagliarde [[promessa|promesse]] facilmente lo muovono. ([[s:Discorsi sopra la prima Deca di Tito Livio/Libro primo/Capitolo 53|libro I, cap. LIII]])
ITALIANA, TOSCANA, O FIORENTINA</center>
 
Semprechè io ho potuto onorare la [[patria]] mia, eziandio con mio carico e pericolo, l'ho fatto volentieri, perché l'uomo non ha maggiore obbligo nella vita sua, che con quella, dependendo prima da essa l'essere, e dipoi tutto quello che di buono la fortuna, e la natura ci hanno conceduto; e tanto viene a esser maggiore in coloro che hanno sortito patria più nobile. E veramente colui il quale con l'animo e con le opere si fa nimico della sua patria, meritamente si può chiamare parricida, ancora che da quella fosse suto offeso.
 
===Citazioni===
*[...] mi fermerò sopra di [[Dante Alighieri|Dante]], il quale in ogni parte mostrò d'essere per ingegno, per dottrina, e per giudizio uomo eccellente, eccettochè dove egli ebbe a ragionar della patria sua, la quale fuori di ogni umanità e filosofico istituto perseguitò con ogni specie d'ingiuria, e non potendo altro fare che infamarla, accusò quella di ogni vizio, dannò gli uomini, biasimò il sito, disse male de' costumi, e delle leggi di lei, e questo fece non solo in una parte della sua Cantica, ma in tutta, e diversamente, e in diversi modi; tanto l'offese l'ingiuria dell'esilio, tanta vendetta ne desiderava, e però ne fece tanta quanta egli potè; e se per sorte de' mali ch'egli le predisse, le ne fosse accaduto alcuno, Firenze arebbe più da dolersi d'aver nutrito quell'uomo, che d'alcuna altra sua rovina. (p. 119)
*[...] ma quella [[linguaggio|lingua]] si chiama d'una patria, la quale converte i vocaboli ch'ella ha accattati da altri, nell'uso suo, ed è sì potente, che i vocaboli accattati non la disordinano ma la disordina loro, perchè quello ch'ella reca da altri, lo tira a se in modo, che par suo, [...]. (p. 126)
 
==''I capitoli''==
Di tanta grazia il Ciel t'adorna e dota!
Perché non posi? Perché a' piedi hai l'ale?
Io sono l'[[Occasione]], a pochi nota;
e la cagion, che sempre mi travagli,
è, perché io tengo un piè sopra una rota.</poem>
====[[Incipit]]====
<poem>Con che rime giammai, o con che versi
canterò io del regno di [[Fortuna]],
e de' suoi casi prosperi, ed avversi?
E come ingiuriosa, ed importuna,
 
====Citazioni====
*[...] ''dove men si sa, più si [[sospetto|sospetta]].'' (v. 66)
*''Dunque, non sendo Ingratitudin morta | ciascun fuggir le Corti e' stati debbe; | che non c'è via che guidi l'uom più corta | a pianger quel che volle, poi che l'ebbe.'' (vv. 184-187)
 
 
====Citazioni====
*''Qual regione, o qual Città n'è priva? | Qual bosco, qual tugurio? In ogni lato | l'Ambizione, e l'[[Avarizia]] arriva. | Queste nel mondo, come l'uom fu nato, | nacquero ancora, e se non fusser quelle, | sarebbe assai felice il nostro stato.'' (vv. 10-15)
 
==''Il principe''==
===Citazioni===
*[...] così come coloro che disegnano e paesi si pongono bassi nel piano a considerare la natura de' monti e de' luoghi alti, e per considerare quella de' bassi si pongono alti sopra e monti, similmente, a conoscere bene la natura de' popoli bisogna essere principe, e a conoscere bene quella de' principi bisogna essere popolare. ([[s:Il Principe/Dedica|dedica]])
*[...] gli uomini si debbono o vezzeggiare o spegnere, perché si vendicano delle leggieri offese; delle gravi non possono: sicché l'offesa che si fa all'uomo, deve essere in modo, che ella non tema la vendetta.<ref>Citato in ''[[Criminal Minds]]'', stagione 6, episodio 6, La notte del diavolo: «Niccolò Machiavelli ha scritto: "L'offesa che si fa all'uomo deve essere tanto grande da non temere la vendetta".»</ref> ([[s:Il Principe/Capitolo III|cap. III]])
*[...] la [[guerra]] non si leva, ma si differisce con vantaggio d'altri; [...]. ([[s:Il Principe/Capitolo III|cap. III]])
*[...] chi è cagione che uno diventi potente, rovina; perché quella potenza è causata da colui o con industria, o con forza, e l'una e l'altra di queste due è sospetta a chi è diventato potente. ([[s:Il Principe/Capitolo III|cap. III]])
*[...] camminando gli [[uomo|uomini]] quasi sempre per le vie battute da altri, e procedendo nelle azioni loro con le imitazioni, né si potendo le vie di altri al tutto tenere, né alla [[virtù]] di quelli che tu imiti aggiugnere, debbe uno uomo prudente intrare sempre per vie battute da uomini grandi, e quelli che sono stati eccellentissimi imitare; acciò che, se la sua virtù non vi arriva, almeno ne renda qualche odore: e fare come gli arcieri prudenti, a' quali parendo el loco dove disegnano ferire troppo lontano e conoscendo fino a quanto va la virtù del loro arco, pongono la mira assai più alta che il loco destinato, non per aggiugnere con la loro freccia a tanta altezza, ma per poter con l'aiuto di sì alta mira pervenire al disegno loro. ([[s:Il Principe/Capitolo VI|cap. VI]])
*[...] e senza quella occasione la virtù dell'animo loro si saria spenta, e senza quella virtù l'occasione sarebbe venuta invano. ([[s:Il Principe/Capitolo VI|cap. VI]])
*[...] la natura de' popoli è varia, ed è facile a persuadere loro una cosa, ma è difficile fermargli in quella [[persuasione]]. ([[s:Il Principe/Capitolo VI|cap. VI]])
*A sì alti esempi io voglio aggiugnere uno esempio minore; ma bene arà qualche proporzione con quelli, e voglio mi basti per tutti li altri simili: e questo è Ierone Siracusano {{NDR|[[Gerone II]]}}. Costui di privato diventò Principe di Siracusa; nè ancor egli cognobbe altro dalla fortuna che l'occasione: perchè essendo i Siracusani oppressi l'elessono per loro capitano, donde meritò d'essere fatto loro Principe; e fu di tanta virtù ancora in privata fortuna, che chi ne scrive dice, che niente gli mancava a regnare eccetto il Regno. Costui spense la milizia vecchia, ordinò della nuova; lasciò le amicizie antiche, prese delle nuove; e come ebbe amicizie e soldati che fussino suoi, possé in su tale fondamonto edificare ogni edifizio: tanto che lui durò assai fatica in acquistare e poca in mantenere. ([[s:Il Principe/Capitolo VI|cap. VI]])
[[Immagine:Cesareborgia.jpg|thumb|Su Cesare Borgia: «Raccolte adunque tutte queste azioni del Duca, non saprei riprenderlo, anzi mi pare, come io ho fatto, di proporlo ad imitare a tutti coloro, che per fortuna e con l'armi d'altri sono saliti all'imperio. Perché egli avendo l'animo grande, e la sua intenzione alta, non si poteva governare altrimente; e solo si oppose alli suoi disegni la brevità della vita di Alessandro, e la sua infirmità.»]]
*Perché in ogni città si trovano questi duoi umori diversi, e nascono da questo, che il [[popolo]] desidera non esser comandato nè oppresso da' grandi, e i grandi desiderano comandare e opprimere il popolo; e da questi duoi appetiti diversi surge nelle città uno de' tre effetti, o Principato, o Libertà, o Licenza. ([[s:Il Principe/Capitolo IX|cap. IX]])
*[...] quello del popolo è più onesto fine che quel de' grandi, volendo questi opprimere, e quello non essere oppresso. ([[s:Il Principe/Capitolo IX|cap. IX]])
*Ma la poca [[prudenza]] degli uomini comincia una cosa, che per sapere allora di buono non manifesta il [[veleno]] che v'è sotto, [...]. ([[s:Il Principe/Capitolo XIII|cap. XIII]])
*Nasce da questo una disputa: ''s'egli è meglio essere amato che temuto, o temuto che amato''. Rispondesi, che si vorrebbe essere l'uno e l'altro; ma perché egli è difficile, che e' stiano insieme, è molto più sicuro l'esser temuto che amato, quando s'abbi a mancare dell'un de' duoi. ([[s:Il Principe/Capitolo XVII|cap. XVII]])
*Deve nondimeno il Principe farsi [[timore|temere]] in modo, che, se non acquista l'amore, e' fugga l'odio, perché può molto bene stare insieme esser temuto, e non odiato; il che farà, semprechè s'astenga dalla roba de' suoi cittadini, e de' suoi sudditi, e dalle donne loro. ([[s:Il Principe/Capitolo XVII|cap. XVII]])
*Quanto sia laudabile in un Principe mantenere la [[fiducia|fede]], e vivere con integrità, e non con astuzia, ciascuno lo intende. Nondimeno si vede per esperienzia, ne' nostri tempi, quelli Principi aver fatto gran cose, che della fede hanno tenuto poco conto, e che hanno saputo con astuzia aggirare i cervelli degli uomini, ed alla fine hanno superato quelli che si sono fondati in su la lealtà. ([[s:Il Principe/Capitolo XVIII|cap. XVIII]])
*Pertanto ad un Principe è necessario saper ben usare la bestia e l'uomo. ([[s:Il Principe/Capitolo XVIII|cap. XVIII]])
*Essendo adunque un Principe necessitato sapere bene usare la bestia, debbe di quella pigliare la [[volpe]] e il [[leone|lione]]; perchè il lione non si defende da' lacci, la volpe non si defende da' [[lupo|lupi]]. Bisogna adunque essere volpe a cognoscere i lacci, e lione a sbigottire i lupi. ([[s:Il Principe/Capitolo XVIII|cap. XVIII]])
*Non può pertanto un Signore prudente, nè debbe osservare la fede, quando tale osservanzia gli torni contro, e che sono spente le cagioni che la feciono promettere. ([[s:Il Principe/Capitolo XVIII|cap. XVIII]])
*Né mai a un Principe mancheranno cagioni legittime di colorare l'inosservanza. ([[s:Il Principe/Capitolo XVIII|cap. XVIII]])
*[...] sono tanto semplici gli uomini, e tanto ubbidiscono alle necessità presenti, che colui che inganna, troverà sempre chi si lascerà ingannare. ([[s:Il Principe/Capitolo XVIII|cap. XVIII]])
*[...] gli uomini in universale giudicano più agli occhi che alle mani, perché tocca a vedere a ciascuno, a sentire a' pochi. Ognuno vede quel che tu pari; pochi sentono quel che tu sei [...]. ([[s:Il Principe/Capitolo XVIII|cap. XVIII]])
*[...] nelle azioni di tutti gli uomini, e massime de' Principi, dove non è giudizio a chi reclamare, si guarda al [[scopo|fine]]. Facci adunque un Principe conto di vivere e mantenere lo Stato; i [[mezzo|mezzi]] saranno sempre giudicati onorevoli, e da ciascuno lodati; [...]. ([[s:Il Principe/Capitolo XVIII|cap. XVIII]])
*Nondimanco, perché il nostro [[libero arbitrio]] non sia spento, giudico potere esser vero, che la [[fortuna]] sia arbitra della metà delle azioni nostre, ma che ancora ella ne lasci governare l'altra metà, o poco meno, a noi. Ed assomiglio quella ad fiume rovinoso, che quando ei si adira, allaga i piani, rovina gli arbori e gli edifici, lieva da questa parte terreno, ponendolo a quell'altra; ciascuno gli fugge davanti, ognuno cede al suo furore, senza potervi ostare; e benché sia così fatto, non resta però che gli uomini, quando sono tempi quieti, non vi possino fare provvedimenti e con ripari, e con argini, immodoché crescendo poi, o egli andrebbe per un canale, o l'impeto suo non sarebbe sì licenzioso, né sì dannoso.<br />Similmente interviene della fortuna, la quale dimostra la sua potenzia dove non è ordinata virtù a resistere, e quivi volta i suoi impeti, dove la sa che non sono fatti gli argini, né i ripari a tenerla. ([[s:Il Principe/Capitolo XXV|cap. XXV]])
*[...] se a uno, che si governa con rispetto e pazienza, i tempi e le cose girano in modo che il [[governo]] suo sia buono, esso viene felicitando; ma se li tempi e le cose si mutano, egli rovina, perché non muta modo di procedere. ([[s:Il Principe/Capitolo XXV|cap. XXV]])
*[...] la [[Fortuna]] è donna; ed è necessario, volendola tener sotto, batterla, ed urtarla; [...]. ([[s:Il Principe/Capitolo XXV|cap. XXV]])
*[...] né può essere, dove è grande disposizione, grande difficultà; [...]. ([[s:Il Principe/Capitolo XXVI|cap. XXVI]])
 
 
==''Lettere''==
*[...] nacqui povero, ed imparai prima a stentare che a godere. (dalla [[s:Lettere (Machiavelli)/Lettera II a Francesco Vettori|lettera II a Francesco Vettori]], 18 marzo 1512)
 
{{int|''[[s:Lettere (Machiavelli)/Lettera XI a Francesco Vettori|Lettera XI a Francesco Vettori]]''|10 dicembre 1513}}
*Magnifico ambasciatore. Tarde non furon mai grazie divine. Dico questo, perché mi pareva haver perduta no, ma smarrita la grazia vostra, sendo stato voi assai tempo senza scrivermi; ed ero dubbio donde potessi nascere la cagione. E di tutte quelle mi venivono nella mente tenevo poco conto, salvo che di quella quando io dubitavo non vi havessi ritirato da scrivermi, perché vi fussi suto scritto che io non fussi buon massaio delle vostre lettere; e io sapevo che, da Filippo e Pagolo in fuora, altri per mio conto non le haveva viste.
*Quando Machiavelli scriveva queste cose, l'[[Italia]] si trastullava ne' romanzi e nelle novelle, con lo straniero in casa. Era il popolo meno serio del mondo e meno disciplinato. La tempra era rotta. Tutti volevano cacciar lo straniero, a tutti "puzzava il barbaro dominio", ma erano velleità. E si comprende come Machiavelli miri principalmente a ristorare la tempra, attaccando il male nella sua radice. ([[Francesco De Sanctis]])
*''Quel grande | che temprando lo scettro a' regnatori | gli allòr ne sfronda, ed alle genti svela | di che lagrime grondi e di che sangue.'' ([[Ugo Foscolo]])
*Un'asinina lettura del Machiavelli gli attribuisce la formula: il fine giustifica i mezzi. In realtà, per Machiavelli è il fine a imporre la sua forma ai mezzi. ([[Renato Farina]])
*Un politico che conosceva gli uomini e voleva dire la verità. ([[Antonio Genovesi]])
 
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[[Categoria:Scrittori italiani]]
[[Categoria:Storici italiani]]