Differenze tra le versioni di "Bodhidharma"

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==Citazioni di Bodhidharma==
*Amici senza speranza, usano la testa per cercare la testa!<ref>Citato in Lin-chi, ''Non puoi piantare un chiodo nel cielo'', a cura di Fabrizio Rondolino, Oscar Mondadori, 2012, p. 47.</ref>
*Non perseguendo oggetti esteriormente, con la mente che non si affanna interiormente, se la mente è come una parete, si può entrare nella Via.<ref>Citato in [[Musō Soseki]], ''Buddismo e Zen'', a cura di Thomas Cleary, traduzione di Roberto Sorgo, Gruppo Editoriale Armenia, Milano, 1996, p. ISBN 978-88-344-0735-658.</ref>
*Quei buddhisti che si esercitano nella dottrina dell'assoluta buddhità, dovrebbero rendere la loro [[mente]] simile a un pezzo di roccia, essere oscuramente ignoranti, rimanere inconsapevoli (di tutte le cose), non aver discriminazione, mostrare disinteresse per tutte le cose, rassomigliare a un idiota. E perché? Perché il [[Dharma]] non ha consapevolezza né intelligenza; perché non dà intrepidità; esso è l'ultimo rifugio ove riposare. È come un uomo che ha commesso un delitto capitale ma che, graziato dal re, viene liberato dalla paura della morte. Così è per tutti gli esseri. Essi commettono i dieci atti malvagi e le cinque offese gravi che li porteranno sicuramente all'inferno. Ma il Dharma, come un re, ha il potere supremo di perdonare tutti i peccati, in modo da liberare i colpevoli dalla punizione. Vi è un uomo che è in amicizia col re. Egli viene a trovarsi in un luogo lontano dalla terra ove è nato, e uccide uomini e donne. Catturato, sta per essere punito dei suoi misfatti. Non sa cosa fare, non ha alcun aiuto, quando inaspettatamente vede il suo re e viene così liberato. Anche quando un uomo viola i precetti, commettendo omicidio, adulterio, furto, ed è terrorizzato all'idea di sprofondare nell'inferno, egli è risvegliato alla purezza del suo Dharma-re interiore e così compie la propria emancipazione.<ref>Citato in [[Daisetsu Teitarō Suzuki|Daisetz T. Suzuki]], ''La dottrina Zen del Vuoto Mentale'', Ubaldini Editore, 1968, pp. 95-96.</ref>
 
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