Differenze tra le versioni di "Gilbert Keith Chesterton"

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*Se desumiamo dalla nostra esperienza che la guerra paralizzava la civiltà, dobbiamo ammettere che quelle cittadine guerriere diedero un buon numero di paralitici che rispondono ai nomi di Dante, Michelangelo, Ariosto e Tiziano, Leonardo e Colombo, per non parlare di Caterina da Siena e del soggetto di questa storia. (cap. III)
*L'adorazione di [[Cristo]] era già parte dell'appassionata natura umana da lunghissimo tempo. Ma l'imitazione di Cristo, come determinato sistema di vita, può dirsi che cominci qui. (cap. IV)
*[[Dante Gabriel Rossetti|Rossetti]] sottolinea — con amarezza ma con grande verità — che il peggior momento per un [[ateo]] è quando gli viene espressa estrema [[gratitudine]] ed egli non ha nessuno cui mostrare riconoscenza. L'inverso di questa affermazione è altrettanto vero; come è vero che tale gratitudine produceva, in uomini simili a quelli che stiamo qui considerando, i momenti più puramente gioiosi che l'uomo abbia mai conosciuto. (cap. V, [https://books.google.it/books?id=d9h8h4tmFdUC&pg=PA58&lpg=PA58&dq=chesterton+francesco+d+assisi+rossetti&source=bl&ots=L9tB8ezGWy&sig=FIWvGoS_70fYQnTFoNuVBd0cAH4&hl=it&sa=X&ved=0ahUKEwiwvuqlhIvOAhXIOBQKHVR5CoMQ6AEIQTAF#v=onepage&q=chesterton%20francesco%20d%20assisi%20rossetti&f=false p. 58])
*Ancora ogni generazione cerca per istinto il suo santo. Ed egli è non ciò che la gente vuole, ma piuttosto colui del quale la gente ha bisogno. [...] Da ciò il paradosso della storia che ciascuna generazione è convertita dal santo che la contraddice maggiormente.
*Dobbiamo asserire [...] che [San Francesco] fu un poeta. [...] Ma egli ebbe un privilegio negato a molti poeti; poté infatti chiamarsi il solo poeta felice fra i tanti poeti infelici del mondo. Tutta la sua vita fu una poesia, ed egli non fu tanto un menestrello che cantava semplicemente le proprie canzoni, quanto un drammaturgo capace di recitare per intero il suo dramma. [...] Parlare dell'arte di vivere suona oggi artificiale più che artistico. Ma San Francesco rese in ogni senso la vita arte, per quanto un'arte involontaria. [...] [A età avanzata, poiché stava per diventare cieco, gli prospettarono un rimedio orribile, che] consisteva nel cauterizzare l'occhio senza alcun anestetico. In altre parole, si dovevano bruciare i bulbi degli occhi con un ferro rovente. [...] Quando fu preso il ferro dalla fornace, egli si levò con atteggiamento educato, e parlò come se si rivolgesse ad un essere invisibile: "Fratello fuoco, Dio ti ha creato bellissimo e forte e utile; ti prego d'essere cortese con me." Se c'è qualcosa che possa dirsi arte di vivere, a me pare che un simile momento sia uno dei suoi capolavori. Non a molti poeti è stato concesso di ricordare la propria poesia in un simile momento, ancor meno di vivere uno dei propri poemi. Perfino [[William Blake]] sarebbe stato sconvolto se, leggendo i nobili versi: "Tigre! Tigre! che splendente bruci!" un'enorme tigre viva del Bengala fosse apparsa alla finesta del suo cottage in Felpham, con la evidente intenzione di asportargli la testa. (cap. VI)
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