Differenze tra le versioni di "Francesco Saverio Nitti"

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*Ora, ciò che noi abbiamo appreso dei Borboni non è sempre vero: e induce a grave errore attribuire ad essi colpe che non ebbero, ed è fiacchezza d'animo per noi tutti non riconoscere i lati manchevoli del nostro spirito e della nostra educazione, e voler attribuire ogni cosa a cause storiche. (p. 110)
*È un grave torto credere che il movimento unitario sia partito dalla coscienza popolare: è stata la conseguenza dei bisogni nuovi delle classi medie più colte; ed è stato più che altro la conseguenza di una grande tradizione artistica e letteraria. (p. 110)
*I Borboni temevano le classi medie e le avversavano; ma tenevano anche ad assicurare la maggiore prosperità possibile al popolo. Nella loro concezione gretta e quasi patriarcale non si preoccupavano se non di contentare il popolo, senza guardare all'avvenire, senza aver vedute prospettive. Bisogna leggere le istruzioni agli intendenti delle province, ai commissari demaniali, agli agenti del fìsco per sentire che la monarchia cercava basarsi sull'amore delle classi popolari. [...] Fra il 1848 e il 1860 si cercò di economizzare su tutto, pure di non mettere nuove imposte: si evitavano principalmente le imposte sui consumi popolari. Niente scuole, ma niente balzelli ; poche opere pubbliche, ma pochi oneri. Il Re dava il buon esempio, riducendo la sua lista civile spontaneamente di oltre il 10 per cento ; fatto questo non comune nella storia dei principi europei, in regime assoluto o in regime costituzionale. Era spesso un «paternalismo» corrompente volgare: si cercava contentare un po' tutti. Piccoli impieghi e la maggior parte di poco conto e senza diritto a pensione; ma folla enorme di impiegati. Chi sapeva leggere, se non diventava un liberale, diventava senza dubbio un [[impiegato]]. (p. 111)
*Era la vecchia Europa con tutte le sue avversioni per ogni cosa nuova, con tutte le sue debolezze. Si evitavano le concessioni industriali; si evitava che si formassero banche o società per azioni; si temeva che la speculazione penetrasse e con essa il desiderio di cose nuove. Si amava un quietismo monacale: un popolo contento per vita tranquilla, una borghesia da tenere a bada con gl'impieghi e con la cura; una nobiltà ossequente e legata alla tradizione. Si amava molto di divertirsi, di svagarsi; si temevano le grandi energie individuali: la vecchia Europa, con tutti i suoi pregiudizi. Masse di monasteri, la carriera del sacerdozio facile; il brigantaggio come minaccia perenne; una grandissima città per capitale con un gran numero di province quasi impenetrabili. Ma si voleva un'amministrazione prudente, accorta. La finanza era rigida, la banca onesta. (p. 112)
*Con un'assai più grande ricchezza il regno delle Due Sicilie rimaneva in una fase statica; il Piemonte fra il 1848 e il 1868 fu sempre in una fase dinamica. Lo squilibrio grandissimo imponeva di accelerare il movimento. (p. 113)
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