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*Il piacere che si prova attraverso le orecchie si chiama «[[incantesimo]]», quello che si prova con gli occhi «[[fascino]]» [...]. Cervi e cavalli vengono incantati con [[flauto di Pan|flauti di Pan]] e auli e anche i [[granchio|granchi]] si riescono a stanare grazie al suono del flauto di Pan. Dicono poi che l'[[alosa]], al suono del canto, emerge dall'acqua e si avvicina. (III; 2015, p. 384)
*[...] il [[ragionamento]] in sé si ingenera naturalmente, ma la sua forma eccellente e perfetta si acquisisce con la cura e con l'apprendimento. (III; 2015, p. 385)
*A tutte le scuse di coloro che ammettono di fatto che si mangi carne per piacere ed intemperanza, e adducono invece sfacciatamente come pretesto di fare ciò per una necessità che attribuiscono, più di quanto convenga, alla nostra natura, mi sembra, Castrico, di essermi opposto a sufficienza con i libri precedenti. (III; 1994, p. 379)
*[...] il companatico di [[Pitagora]] è più saporito di quello di [[Socrate]]. Quest'ultimo affermava infatti che il companatico del cibo è la fame, mentre Pitagora lo fa consistere nel non ledere nessuno e lo addolcisce con il senso di giustizia. Evitare il cibo carneo significherebbe infatti evitare di commettere un'ingiustizia per procurarsi il nutrimento. (III; 2015, p. 389)
*È verosimile peraltro che chi ha ritenuto di far derivare la giustizia dalla parentela tra gli esseri umani, ne ignori il carattere peculiare. Intesa in tal modo, essa si risolverebbe infatti in una sorta di filantropia, mentre la giustizia consiste nel trattenersi e nell'evitare di nuocere a qualunque essere vivente che a sua volta è innocuo, a prescindere dalla specie cui esso appartiene. È così che la pensa l'uomo giusto, non in quell'altro modo, ed è per questa ragione che la giustizia, che consiste nel non ledere nessuno, va estesa fino agli animali. (III; 2015, pp. 389-390)
*Fin quando uno commette [[ingiustizia]], anche se possiede tutte le ricchezze e tutte le terre di questo mondo, continua a restare povero [...]. (III; 2015, p. 391)
*«Che faremo allora?», mi chiedi tu, oh uomo. Imiteremo la stirpe [[età dell'oro|aurea]], imiteremo gli schiavi affrancati. Gli uomini di quel tempo avevano familiarità con Pudore, Rispetto e Giustizia, poiché si facevano bastare il frutto della terra. (III; 2015, p. 392)
*A tutte le scuse di coloro che ammettono di fatto che si mangi carne per piacere ed intemperanza, e adducono invece sfacciatamente come pretesto di fare ciò per una necessità che attribuiscono, più di quanto convenga, alla nostra natura, mi sembra, Castrico, di essermi opposto a sufficienza con i libri precedenti. (IIIIV; 1994, p. 379) <!--2015, p. 393-->
*Nell'illustrare il modo di vita della Grecia primitiva, egli {{NDR|[[Dicearco]]}} afferma che gli uomini nati nell'età antica e perciò vicina agli dèi – uomini di natura eccelsa i quali conducevano una vita meravigliosa tanto che, paragonati ai contemporanei, costituiti di materia adulterata e scadente, sono considerati «stirpe aurea» – non uccidevano gli esseri animati. (IV; 2015, p. 393)
*{{NDR|Gli [[Antico Egitto|egizi]]}} seppero bene che dio era passato non solo attraverso l'uomo e che l'anima non aveva posto il suo tabernacolo solamente nell'uomo, ma che essa era penetrata quasi in tutti gli animali. Perciò, nel costruire immagini degli dèi, presero assieme all'uomo ogni tipo di animale e mescolarono in qualche modo il corpo dell'uomo con quello di animali o di uccelli. [...] Indicano chiaramente con queste raffigurazioni che gli animali sono uniti fra di loro per volere divino, e che, sia domestici che selvatici, ci sono affini non senza un volere divino. (IV<!--, 9-->; 1994, p. 387)