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{{Int|Riportate in [[Rainer Maria Rilke]], ''Poesie''|Traduzioni di [[Giaime Pintor]]}}
*''Elis, se il merlo chiama da nere foreste, | allora è il tuo tramonto. | Bevono le tue labbra il fresco di azzurre sorgenti. || Lascia, se la tua fronte piano sanguina, | le remote leggende | e il presagio oscuro del volo. || Tu che vai con passi taciti nella notte | carica di grappoli purpurei | levi più belle nell'azzurro le braccia. || Batte un cespo di rovi | dove i tuoi occhi guardano, lunari. | Elis da quanto tempo tu sei morto. || Il tuo corpo è un giacinto | in cui fruga con ceree dita un monaco. | Il silenzio è una nera grotta; sbuca || di tanto in tanto timida una fiera, | abbassa lenta le palpebre gravi. | Nera rugiada cola alle tue tempie, || ultimo oro di stelle cadute.'' (''Al ragazzo Elis'', p. 111)
*''Colmo di frutti il sambuco; tranquilla era l'infanzia | nella grotta celeste. Su percorsi sentieri, | dove rossiccia stride ora l'erba selvatica, | medita il calmo intrico di rami; un frusciare di foglie. || Simile quando suona l'acqua azzurra sul sasso. | Mite è il lamento del merlo. Un pastore | tacito segue il sole, scende dai colli autunnali. || L'anima non è più che uno sguardo celeste. | Al limite del bosco viene una timida fiera, | posano in fondo le antiche campane e i villaggi di tenebra. || Ma tu meglio conosci il senso degli anni oscuri, | freddo e autunno nelle camere nude; | fuori sul sacro azzurro suonano passi di luce. || Una finestra cigola piano; commuove | la vista del cadente cimitero sul colle, | narrate leggende; ma spesso l'anima schiara | pensiero di uomini lieti, di primavere d'oro.'' (''Infanzia'', p. 113)
*''Nessuno è in casa. L'autunno alle camere; | sonate chiare di luna | e risvegliarsi al confine di una foresta in penombra. || Sempre tu pensi al bianco viso dell'uomo | lontano i clamori del tempo; | sopra il dormente si curva facile il verde dei rami, || una croce e la sera. | Stringe il suo canto con braccia di porpora un astro | che sorge al segno di finestre vuote. | Così nel buio trema l'ignaro | quando sommesso leva gli occhi a creature | ora distanti; una argentea voce dà il vento nell'atrio. '' (''Hohenburg'', p. 115)
*''La sera, se andiamo per oscure vie, | smorte ci incontrano le nostre ombre. || Ora chi ha sete | beva le bianche acque dello stagno, | dolci i lamenti della nostra infanzia. || Morti in riposo sotto il folto sambuco | guardiamo grigi gabbiani. || Nubi primaverili coprono la città buia | che tace i tempi di monaci eletti. || Quando io presi la tua mano esile | battesti piano gli occhi rotondi: | ora è perduto. | Ma se una buia armonia penetra l'anima | appari tu bianca ai paesi autunnali del cuore.'' (''Canto serale'', p. 117)