Maurizio Costanzo: differenze tra le versioni

*Auguro sempre e di cuore a chi [[abbandono degli animali|abbandona]] un cane, un gatto o un qualsiasi animale domestico sul ciglio della strada, di patire un'eguale disavventura. Anzi, peggiore. Perché c'è un'aggravante in tutto ciò: un cane, un gatto, o anche una tartaruga, non hanno chiesto spontaneamente asilo in casa nostra, non hanno scelto di vivere con noi ma, al contrario, siamo noi che li abbiamo ''costretti'' a stare a casa nostra. L'animale, essendo dotato di buoni sentimenti, si è adattato e ha anche dimostrato di essere lieto di stare con noi, addirittura ci ha considerato suoi padroni e quindi amici, sempre pronti a stabilire un rapporto d'affetto. Noi questo rapporto lo mandiamo per aria abbandonandolo in un campo, oppure lungo una via molto trafficata, con il rischio molto concreto che vada subito sotto una macchina. (p. 69)
*Occorre prestare attenzione al sacrificio che, spesso inconsapevolmente, richiediamo agli animali per sfamarci. Voi direte: è la catena alimentare. Io vi dico che è una catena alimentare non alla pari: un formichiere può mangiare solo formiche, un uomo può scegliere. La possibilità di scelta fa la differenza.<br />Basterebbe ascoltare anche una volta sola come si lamentano le [[aragosta|aragoste]], per non aver più voglia di mangiarne nemmeno un boccone. Ho letto con apprensione il saggio di uno scrittore americano, [[David Foster Wallace]], dal titolo ''Considera l'aragosta''. L'autore dedica decine di pagine al consumo del famoso crostaceo raccontando con dovizia scientifica, dati alla mano, che la prelibata bestiola dei fondali marini, quando viene immersa viva nell'acqua bollente non solo soffre, ma soffre lentamente perché non muore di colpo. Motivo in più per lasciar perdere, e lasciar vivere.<br />Io, da quando mi sono imbattuto in quella lettura, non le mangio. Evito i ristoranti con l'acquario in bella mostra, quelle specie di galere acquatiche in cui l'aragosta è segregata con le chele bloccate da un lacciolo, fino a quando un cliente non la sceglie, decretando la sua fine. Unica consolazione mi proviene dal conto sicuramente salato che quel commensale si troverà a fine pasto. Ma è una magra consolazione. (p. 77)
*L'[[allevamento]] è un altro modo di mortificare la natura. (p. 79)
*Il [[bradipo]] [...] è il più pigro dell'ecosistema ed è capace di rimanere ore e ore immobile, tenendosi con una zampa al fusto dell'albero, indifferente come una statua verso gli insetti che lo attraversano. Scende dall'albero solo se deve procacciarsi del cibo, persino i bisogni li fa rimanendo lì appeso. Esercita su di me un gran fascino l'oziosità di questo animale che non si scuote per nessun motivo al mondo. (pp. 82-83)
*In un parco protetto del Centro Italia vidi delle immagini di bradipi estremamente solerti nel muoversi, e mi parvero traditori della specie. Un etologo mi spiegò poi che quei bradipi, data la realtà che li circondava, potevano permettersi di muoversi con maggior disinvoltura.<br />Come dire che in quel luogo sapevano di non correre pericolo alcuno e potevano spostarsi e uscire dall'immobilismo di tradizione. Questo mi ha fatto capire che il bradipo, volendo, si muoverebbe anche di più, ma ha capito che non gli conviene: più si sposta, più corre rischi. (p. 83)