Differenze tra le versioni di "Laurence Olivier"

*Poi si piegò verso di me e mi disse: “La tua debolezza sta… qui” e mise la punta del mignolo sulla mia fronte, alla base dell’attaccatura dei capelli e la fece scivolare giù per fermarsi nel profondo incavo tra le sopracciglia e l’inizio del naso. Capii immediatamente la saggezza di quella dichiarazione. C’era ovviamene un po’ di timidezza nel mio sguardo. Capii questa cosa così a fondo che oscurò i miei primi anni da attore. Non sto imputando a Elsie Fogerty la responsabilità di un blocco psicologico, non è così, sapevo che era vero, che c’era una debolezza lì. Durò finché scoprii il protettivo riparo di un naso finto e provavo un piacevole senso di relax e di sollievo quando una parte richiedeva l’aggiunta di qualche posticcio alla mia faccia, il che mi permetteva di nascondermi dietro un personaggio estraneo e mi evitava una cosa imbarazzante come la rappresentazione di se stessi. (p. 29)
*Spesso la gente mi chiede quali sono i miei hobbies, cosa faccio per divertimento. Non riesco mai a pensare a nulla. Mi prendono dei grossi sensi di colpa all"idea di fare una vacanza; e mi sento molto a disagio se sto facendo qualcosa che non sia il mio lavoro. Il lavoro è vita per me, è l"unica ragione di vita; e in più ho anche la fede quasi religiosa che essere utili è tutto. Mi capita qualche volta di trovarmi a contatto con gente triste che mi chiede: "Per cosa vivo, quale è la mia ragione di vita?". La risposta "Lavoro" non va sempre bene. E allora rispondo prontamente, anche se un po" sentenziosamente: "Essere utili; se tu soltanto potessi credere in quest"ideale, se tutti potessero, allora nessuno, dalla regina alla più umile donna di fatica, avrebbe mai la sensazione di vivere per nulla". (p. 31)
*Mentre scendevamo mi disse: “Oh, deve stare attento, l’entrata è un po’ scomoda”. “Lo so, grazie,” risposi. Questa storia cominciava ad annoiarmi. […] Diedi un colpo alla porta di pesante tela e mi lanciai attraverso con decisione. Naturalmente inciampai sul gradino, volai per aria e, prima di rendermi conto di cosa fosse successo, mi ritrovai con i denti ben conficcati tra una lampadina rossa e una blu in mezzo alle luci della ribalta. Stavo recitando in un teatro molto capiente, il che significa che qualunque sia la reazione degli spettatori arriva con la forza di un tuono a chi sta davanti a loro sul palcoscenico. Il volume di quella reazione specifica mi rintronò per un secondo o due. Mi rimisi in piedi in qualche modo, spolverandomi un po’ i vestiti e stetti fermo per un attimo a scrutare il pubblico; poi mi girai e gettai uno sguardo a Ruby Miller che era sufficientemente professionista da non muovere un capello. Tornai a guardare il pubblico con aria supplichevole, ma non sembrava intenzionato a rinunciare così facilmente alla più grande risata del secolo. Nei molti anni trascorsi da allora a oggi ho recitato con gioia in numerose commedie […] Mi sono illuso di poter generalmente conquistare il livello di risate che io o la situazione comica meritavamo, ma ho sospirato invano; mai, proprio mai, nella mia vita ho sentito un suono così esplosivo e alto come il gioioso clamore sollevato da quel pubblico. Tutte le volte che ho pensato di avere motivo per essere soddisfatto di me stesso, il ricordo della mia prima entrata su un palcoscenico professionale ha immediatamente ristabilito il mio senso di equilibrio. Avanzai con aria miserevole sul palcoscenico verso Ruby e sedetti al suo fianco sul divano, lasciando che lei, con il suo fantastico senso della sincronizzazione, da grande esperta, facesse smettere quelle risate. […] Finalmente la mia parte sulla scena si concluse, mi alzai, mi chinai a baciare la mano a Ruby e uscii, questa volta evitando il gradino, piacevolmente accompagnato da un breve, allegro scoppiettio di applausi da parte di quel generosissimo pubblico. Al che mi montai la testa, in un allarmante risorgere di presunzione. (ppp. 36-37)
*Il mio solo dispiacere durante la tournée di The farmer's wife fu quello di non essermi innamorato e sposato. Morivo dalla voglia di sposarmi così, con la benedizione di Dio, avrei potuto godermi il sesso, dal cui pensiero cominciavo a essere ossessionato ininterrottamente. Potreste forse pensare, e con ragione, che ciò ostacolasse il mio lavoro; non fu così, perlomeno non in modo pregiudizievole. Non ci furono avventure romantiche, oh no, no certamente - senza matrimonio sarebbe stato un peccato più che mortale e io ero molto religioso, e lo ero sinceramente. La fede religiosa avrebbe dovuto avere la meglio sui "cattivi pensieri" e scacciarli. Ma, evidentemente, non avevo la stoffa del martire e quasi sempre i pensieri sessuali vincevano. Travagliato da questo compromesso continuai nelle mie convinzioni e abitudini religiose fino all'età di ventitré anni, fino al giorno in cui, di fatto, mi sposai; pensatela come vi pare. (p.48)
*Aveva annusato fin dall'inizio che io ero un tipo dalla risata facile. Potevo a stento controllarmi alle risate del pubblico, anche se erano le stesse tutte le sere. Un giorno Noel mi prese in disparte e mi disse: "Senti un po', Larry mio, tu sei uno che ha la risata facile, vero?". "Si," risposi. "Allora ascoltami: ho intenzione, ho deliberatamente intenzione, di tormentare questa tua debolezza. Abbiamo davanti a noi tre mesi a Londra e poi quattro a New York. Ecco quello che farò. Farò tutto quello che potrò per farti ridacchiare fino a farti morire a ogni spettacolo [...] e se nove mesi di questo trattamento non cancelleranno questa macchia da dilettante nel tuo per altro brillante giovane talento, allora farai davvero meglio a incominciare a vedere di rimediarti un altro lavoro." (p.51)
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