Raimon Panikkar: differenze tra le versioni

*L'uomo vedico è essenzialmente un uomo che celebra; egli però non celebra le proprie vittorie, e neppure una festa della natura in compagnia dei suoi simili; piuttosto concelebra con l'intero universo, assumendo il suo posto nel sacrificio cosmico in cui tutti gli [[Dei]] sono impegnati. (p. 39)
*[I ''Veda''] sono cantati, parlati e anche scritti nell'antica lingua indoaria conosciuta come vedico, un linguaggio anteriore al sanscrito letterario che venne formalizzato dal grammatico Pāṇini intorno alla metà del primo millennio a.C. (p. 42)
*Le ''[[Saṃhitā]]'' o ''mantra'', sono gli inni che appartengono alla fase più antica. Come implica la parola ''Saṃhitā'', essi rappresentano la collezione base di inni e come tali sono il corpo più antico di ogni scuola. Il più antico e importante è la ''[[Ṛgvedasaṃhitā|Ṛg-veda-saṃhitā]]'', che contiene oltre 10.000 versi nella forma di poco più di 1000 inni, scritti in vari metri. (p. 42)
*I ''[[Brāhmaṇa]]'' formano la seconda fase, unita alle diverse ramificazioni delle ''Saṃhitā'', Chiaramente appartenenti a un periodo successivo, come rivela il loro linguaggio, sono scritti per la maggior parte in prosa e danno spiegazioni esaurienti e descrizioni dei rituali e delle preghiere relativi al sacrificio. Contengono qualcosa di più che semplici istruzioni per i rituali e molto del materiale esplicativo ha un carattere simbolico. (p. 43)
*Gli ''[[Āraṇyaka]]'', o “trattati della foresta”, sono in un certo senso una continuazione dei ''Brāhmaṇa'' perché trattano delle speculazioni e della spiritualità degli abitatori della foresta (''vānaprastha''), coloro che hanno rinunciato al mondo. Essi rappresentano un passo verso l'interiorizzazione, poiché l'eremita nella foresta non potrebbe realizzare il complesso rituale richiesto al padrone di casa. (p. 43)
*L'[[Monismo|Uno]] rappresenta la vetta della coscienza mistica, che l'India ha sviluppato in seguito nella filosofia dell'''advaita'' (non-dualità) e l'occidente nella teologia della [[Trinità]]. (p. 74)
*Nei ''Brāhmaṇa'' troviamo, nel complesso, le stesse idee base dei ''Veda'' relative alle origini, ma qui il preludio dell'Essere viene sviluppato ed evidenziato dal punto di vista del sacrificio cosmico e del suo significato liturgico. Prajāpati procrea facendo appello alla sua energia creativa, attuando quella concentrazione ardente nota come ''tapas''. Non avendo nulla da cui creare il mondo, egli deve ricorrere a se stesso, smembrandosi, offrendo se stesso come sacrificio, dividendosi in pezzi in modo che da lui defluisca la vita. Le creature che egli ha generato sono non solo la sua interezza, così che quando le creature sono, non c'è più spazio per lui, anzi esse lo abbandonano – perché egli non è più! (p. 104)
*Le ''Upaniṣad'' narrano dell'alba della coscienza umana. L'uomo prende coscienza di se stesso e tramite questo atto diventa cosciente della sua solitudine e del modo di superarla. Il suo non è semplicemente il desiderio dell'altro, nemmeno di un altro simile a sé o a una parte di sé, ma un dinamismo verso la pienezza del Sé, l'integrazione del Sé con l'intero [[universo]]. (pp. 108-109)
 
==Bibliografia==
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