Suso Cecchi D'Amico: differenze tra le versioni

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*{{NDR|Sulla regia}} Non tutti possono fare quel lavoro, anche se ne hanno la preparazione. È il motivo per cui io non ho mai accettato di passare alla regia. Non ho il carattere giusto, non ho l'autorità di comando. (p. 73)
*{{NDR|[[Cesare Zavattini]]}} Era una persona fuori dal comune, certo. La personificazione dell'autodidatta. [...] Fu un grande peccato dividerci, per me come per lui, perché ci completavamo bene. O meglio, io potevo essere un buon aiuto per lui: una coppia eccellente di sceneggiatori è sempre formata da due personalità antitetiche. (pp. 76-77)
*Come me, [[Mario Monicelli|Monicelli]] è nato a Roma per caso, e ciò esaspera la nostra rivendicazione alla toscanità. I nostri padri si conoscevano bene, facevano lo stesso mestiere, hanno vissuto la stessa epoca. I suoi fratelli, come i miei, hanno razzolato nell'ambiente letterario e affini. Saranno forse queste cose che abbiamo in comune a facilitare l'intesa fra noi. Sta di fatto che sono poche le persone al mondo con cui mi trovo così a mio agio, e con lui mi accompagnerei in qualsiasi circostanza, fino alla convivenza. [...] Non vorrei però che [...] ti facessi l'idea di un Monicelli dal carattere rassicurante, perché tra i miei amici presenti e passati Monicelli è senza dubbio il più segreto e il più pericoloso, capace di gesti clamorosi rigorosamente in contrasto con i suoi interessi, se non addirittura con i suoi sentimenti. È il re dell' ''understatement'', che io chiamo pudore, e nessun regista-autore al mondo ne ha mai avuto tanto nel proprio lavoro. Monicelli si farebbe impiccare piuttosto che parlare di «ispirazione», di «anima», di «creatività». Non direbbe «noi artisti» neppure sotto tortura, né farebbe mai un capriccio per ottenere il dovuto da ununa produzione, ma lo farà per ottenere l'inutile, e tutto a suo danno. (p. 78)
*Nelle sedute di sceneggiatura con [[Ennio Flaiano|Flaiano]], tra chiacchiere, critiche e divagazioni sul soggetto, c'era da ricavare materia per condire dieci film; e sarebbe andato tutto perduto se fosse toccato a lui di cavarne il succo. Ho fatto centinaia di riunioni di sceneggiatura con Flaiano [...] ma di pagine scritte da lui ne ho viste ben poche. Lo scrittore vero non può compiacersi nel lavoro di sceneggiatura, che deve trovare il modo di tradurre in immagini e battute dei concetti, oltre che dei fatti. [...] Flaiano scrisse parecchi soggettini, ma di sceneggiature sue ne conosco due sole: quella del ''Melampo'' di cui voleva fare la regia, e che non è bella, e quella tratta dalla ''Recherche'' di Proust per René Clement, un compito del quale era molto scontento. (p. 79)
*Ho fatto anche delle sceneggiature da sola, e direi con onore. Ma il ricordo di quei lavori non mi è caro come quello delle lunghe sedute con i colleghi, con le confidenze, le complicità, lo scambio di letture, il perdersi e il ritrovarsi, il momento del «dividemose i pezzi», che è quello in cui – esaurite le discussioni sul soggetto e messa faticosamente a punto la scaletta – si passa alla stesura di un trattamento, cui è affidato il compito di affascinare produttore e attori, ma che va scritto in modo da fornire tutti gli elementi necessari al direttore di produzione per fare, al centesimo, il preventivo dei costi. (p. 80)
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