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Automa: Sostituzioni normali automatiche di errori "tipografici".
 
===''L'impietratrice: panzana''===
Verseggiando a meraviglia ed anche poetando stupendamente, si può spropositare in politica, anzi non capirne un acca. Gli esempli abbondano. Fra i contemporanei il più splendido ed ovvio è quello del besanzonese Vittor Hugo, il quale divulgò un volume di giambi archilochei contro la Maestà di Napoleone III, tanto belli ed ingiusti che, resi inoffensivi dalla esagerazione stessa, venivan declamati per ischerzo ed isvago ed ispasso ed iscapricciamento dalla Imperatrice Eugenia e dagl’intimidagl'intimi della corte, durante le prosperità del magnanimo alleato nostro e benefattore. Jacopo Sannazzaro ci offre un’altraun'altra istanza più remota di valore epigrammatico unito ad insipienza politica.
 
===''Merope IV''===
 
===''XII conti pomiglianesi''===
'Na<ref>Notevole è la tendenza, che hanno i dialetti nostri, a distinguere ''uno'' ed ''una'', articoli, da ''uno'' ed ''una'', numerali. I milanesi han fatto dei primi ''on'' ed ''ona'' e de' secondi ''vun'' e ''vunna'', (''voeunna''). I napoletani adoperano come articoli <nowiki>'</nowiki>''no'' (''nu'') e <nowiki>'</nowiki>''na''; ed ''uno'' ed ''una'' per numerali).</ref> vota nce steva 'na mamma e teneva<ref>''Teneva'', alla spagnuola, per ''avere''. Ad una napolitana, che diceva: – «Tengo un gran mal di capo;» – rispondeva un fiorentino: – «O s'io non glielo veggo in mano? Me lo mostri un po' per vedere». – A Bertrando S...., che porgeva un francescone ad una cambiamoneta, dicendole: – «Tieni la moneta?» – venne risposto: – «O che me l'ho a tener davvero, la moneta?». – La prima ''e'' di ''teneva'', le due di ''veretà'' e generalmente tutte le e disaccentate non finali sono così tenui e strette, da confondersi quasi, come da alcuni effettivamente si confondono con l'''i''.</ref> 'nu figlio, ca ssi chiammava Giuseppe; e pecche nu' diceva nisciuna<ref>''Nisciuna'', nessuna. [[Giordano Bruno]] adopera spesso questo napoletanesimo.</ref> buscìa 'o<ref>'''O mettette nomme'', gli (lo) mise nome; ''Giuseppe 'a Veretà'', Giuseppe la Verità. Il De Ritis scrive ''sub'' LA: – «Spesso, nella pronunzia, la L viene totalmente abolita, e talvolta benanche nella scrittura, comunque i buoni autori se ne guardino, specialmente nella prosa; e se accade, che l'usino in poesia, a mera licenza o (a dir meglio) poltroneria, vuole attribuirsi. Pure, non mancano scrittori, che di questa aferesi si compiacciono, la quale il dialetto napoletano col comune italico potrebbe mettere a paragone, come il portoghese col castigliano; e, nella veneranda archeologia, come l'attico col comun greco. Checchè ne sia, il Del Piano non altramente elaborava le sue canzoncine spirituali, se non con questo sistema:
<center>«Chi p' 'a famme ss'allamenta,<br>Chi p' 'a sete e chi p' 'o fuoco...<br>Che seccà' ve pozza 'a lengua...</center>
«E così sempre. Egli è chiaro, che gli articoli, così attenuati alla semplice vocale, esigono uno strascico e quasi una duplicazione di pronunzia». – Il cavaliere Raffaele D'Ambra scrive poi: – «L<nowiki>'</nowiki>''a'', in luogo dell'articolo ''la'', si tollera nel dialetto parlato; ma è un errore nella scrittura, dove si ha a segnare tutto intero». – «Grecamente del la articolo, mangiasi l<nowiki>'</nowiki>''l'' nella pronunzia plebea. Esempii: ''A mamma'', la mamma; ''a scuffia'', la cuffia. Ciò sarebbe errore nella scrittura». – Sarebbe errore, è errore! perchè? Se così si dice, e non altrimenti? E che c'entra la Grecia? Ci avevamo la lingua scritta e la parlata: ora, il D'Ambra ci vuol regalare anche il dialetto scritto ed il parlato, tanto per aumentar la confusione. Questo dialetto scritto, diverso dal parlato, non altro sarebbe se non un gergo convenzionale: e tale è pur troppo; giacchè piace al più gli scrittori vernacoli di storpiar del pari la lingua aulica e lo idioma domestico. In Napolitano si dice quasi sempre <nowiki>'</nowiki>''a'' e non ''la''; <nowiki>'</nowiki>''o'' (oppure '''u'') anzichè ''lo'' e ''la'', semprechè la parola seguente cominci per consonante. Se ne' canti popolari si usasse lo e la, i versi zoppicherebbero quasi tutti. Così pure si dice <nowiki>'</nowiki>''e bacche'' e non ''le bacche'' (le vacche); <nowiki>'</nowiki>''e bitelle'' e non ''le bitelle'' (le vitelle).</ref> mettette nomme Giuseppe 'a Veretà. 'Nu juorno, ammente 'o stava chiammanno, ssi truvò a passa' 'o Re; e, verenno, ca chella mamma 'o chiammava accussì,<ref>''Accussì'', così.</ref> li spiava:<ref>''Li spiava'', le chiedeva. ''Spià''', chiedere, domandare, interrogare. Vedi ''Varie Poesie | di | Niccolò Capassi | Primario Professore di Leggi | nella R. Università di Napoli || In Napoli MDCCLXI | Nella stamperia Simoniana | Con permesso de' Superiori''. Achille dice a Grammegnone (Agamennone):
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