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'''Vittorio Imbriani''' (1840 – 1886), scrittore italiano.
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*S'era nell'agosto; ed in Iscaricabarilopoli, città moscosissima, nessuno rimembrava di aver mai visto negli agosti precedenti tanta copia di [[Mosca (zoologia)|mosche]], tal quantità di mosconi, tanti stuoli di moscerini, tali turbe di mosconcini, tal novero di mosconacci, tal moltitudine di mosconcelli, tanta folla di moschette, tanta adunanza di moscini, tanto popolo di moschettone, tanta frequenza di moscherelli, tanto spesseggiar di moscherini, tanto concorso di moschini, tanto esercito di mosciolini e tanta folta di moscioni. Scaricabarilopoli era tutta un moscaio. I signori salariavano persone apposta per moscare con gli scacciamosche, le ventole, le roste, i ventagli, i paramosche: per ogni stanza si tenevan tre o quattro piattelli con carta moschicida, cinque o sei acchiappamosche prussiani; ed il suolo era bruno per gl'innumerevoli cadaveri moscherecci. Ma non pareva, che quello sterminio le diminuisse: e le moscaiuole e i guardavivande non bastavano a riparare i cibi e le provviste. La povera gente pappava mosche in ogni pietanza. Anzi, il dottissimo Dummkopf, professore a Gottinga, nella ''Filosofia e Storia comparata della culinaria e della gastronomia'', volume quarto, capitolo sessagesimoquinto, pagina seicentonovantotto della settima edizione, annotata dall'egregio Zeitverlust, racconta, che, abituandovisi, le trovarono finalmente gustose; e che gli Scaricabarilesi son tuttora moschivori ed educano ed ingrassano apposta in certi loro moschili sciami, o gregge di insetti. Cosa, della quale non può dubitarsi, vedendola affermata da due tali rappresentanti della scienza tedesca! (da ''Mastr'Impicca'')
 
==''La bella bionda''==
===[[Incipit]]===
Bell'uso il nostro di dir bianco quando pensiamo nero, e nero quando pensiamo rosso; di mentire tutti, sempre, da mane a sera, imperturbatamente, su qualunque proposito, per diletto od abitudine, anche se le bugie nulla giovano! Per lo più, senza mala fede; anzi, come notò quell'arguto francese, ci persuadiamo delle nostre menzogne per intolleranza di mentite, ed infinocchiamo noi stessi, per infinocchiar poi meglio gli altri. Somigliamo tutti al Duca di Bassano, del quale il Talleyrand diceva, praticar egli così male la massima diplomatica di ''sempre ingannare senza mai mentire'', che invece ''mentiva sempre senza ingannar mai''.
 
===Citazioni===
*I rimorsi, gli scrupoli di coscienza sono amarissimi per tutti, ma doppiamente per l'uomo irreligioso. Chi crede in un'altra vita, in un dio rimuneratore o castigatore, in un inferno ed in un paradiso, ricava conforto da queste credenze stesse, e finisce per acquetarsi.
*Se per un presupposto assurdo, gli uomini, snaturandosi, diventassero sinceri, realizzerebbero la favola della torre di Babele: non ci s'intenderebbe più, proseguendo tuttavia nell'interpretare a rovescio le chiacchiere de' nostri cari simili.
*Chi notoriamente è l'informista del quartiere, viene riverito e temuto dal popolino.
 
==[[Incipit]] di ''Dioalcune ne scampi dagli Orsenigo''opere==
===''Dio ne scampi dagli Orsenigo''===
Non presumo sputar fuori ned un paradosso, ned una novità; credo, anzi, ripeter cosa, ormai, consentita, da chiunque s'intenda, alcun po', della partita, dicendo "che una relazione è, quasi sempre, più pesante del matrimonio". Sicuro! Impone obblighi maggiori, senza diritti corrispettivi: e la parte piacevole tocca, non di rado, al marito; e la gravosa all'amante. Questo perché l'amore non è da tutte: bensì, da pochissime, arcipochissime. L'amore, anch'esso, è manifestazione della fantasia; la facoltà d'amare è cognata alla virtù poetica. Se una femmina non ha il cervelluzzo congegnato in quel dato modo, ben potrà civetteggiare, condiscendere, eccitare, lusingare, promettere, deludere, crucciare e crucciarsi, bisticciarsi, rappattumarsi, come chiunque sa contar fino a undici può scandire endecasillabi; ma i versi, per sé soli, non fanno poesia, né le condiscendenze, da sole, costituiscono l'amore.
 
===''Il vivicomburio e altre novelle''===
====''Mastr'Impicca''====
C'era una volta un Re di Scaricabarili, vedovo e padre di figliuola unigenita, bella quanto il sole. E, dicendo bella quanto il sole, par che si dica quel più che può dirsi. La Rosmunda, ereda presunta del trono scaricabarilese, portava due grandi occhi bruni in fronte, che innamoravano; ed in capo una chioma lunga e folta tanto, che avrebbe potuto vestirsene. La voce di lei sembrava una musica, ammaliava. Sebbene andasse appena pe' sedici anni, le sue movenze eran tutta grazia e disinvoltura, non aveva il solito fare impacciato delle giovanette. Né poteva rinvergarsi od immaginarsi la più colta ed assennata principessina in tutto l'universo mondo.
 
====''Le tre maruzze (Novella troiana da non mostrarsi alle signore)''====
C'era una volta un Re, che possedeva il più bel giardino del mondo. Non s'è mai visto e non si vedrà mai un giardino simile. Tutte le piante della terra raccolte insieme vi facevano bella mostra di sé: ed anche quanti vegetali allignan solo nella flora fantastica dei poeti e de' novellatori, tranne uno, cioè quella varietà di cedro dal cui frutto tagliato esce una bella donna ignuda (''Citrus virginifera pentameronalis Johannis Alexii Abbattutis''. Vedi: ''Lo cunto de li cunti, Trattenemiento de li peccerille'').
 
====''Guglielmo Tell e Federigo Schiller''====
La razza germanica parmi senza dubbio, checché dicano i tedescomani odierni, la più
vendereccia e servile tra le schiatte europee. Giova al tedesco farsi volontariamente schiavo, darsi a nolo, trafficar di sé. In Francia ed in Italia abbiamo ora ne' postriboli una immigrazione continua di meretrici della Magna: lì nascon femmine, che riescono esimie nel mestiere; che l'esercitano con disinvoltura, con virtuosità, alla quale le altre non aggiungono; che si profferiscono spontanee a turpitudini, cui rado prestansi le puttane indigene, sebben tentate con molt'oro; buggerone, fellatrici e peggio, se peggio è possibile.
 
====''La novella del vivicomburio''====
A' tempi del calavrese abate Gioacchino, campava in Guascogna una poncella a nome Scolastica, ereditiera del Marchesato d'Isolagiordana, donna di grandi aderenze ed attinenze, e, giunta, ricchissima, bellissima e castissima, se credo a' cronicografi comprovinciali contemporanei. ''Relato rotolo''. Veramente, un proverbio c'insegna: ''Denari e santità, metà della metà''; ed il ruffiano Lúcramo della ''Cassaria'' il parafrasa così:
<poem>Quando si sente lodar troppo e mettere,
Come si dice, in ciel, beltà di femina;
O liberalitade d'alcun Principe;
O santità di frate; o gran pecunia
Di mercatante; o bello e buono vivere,
Che sia 'n una cittade; o cose simili:
Non si potrebbe mai fallir a credere
Poco. E talvolta, credere il contrario
Di quel, ch'apporta la fama, è stato utile.</poem>
 
====''Per questo Cristo, ebbi a farmi turco''====
Dirò: io, cotesti vostri raccontini, cotesti bozzettucoli, cotesti sentimentuzzi lambiccati e raffinati, cotest'articciuola tisichetta da stufa anzi da infermeria, non mi garbano: io ci sbadiglio su.<br>
Mi giova e mi conferisce, invece, la grossolana facezia e plebea, la fragorosa risata e schietta. Oh le novelle de' nostri bisnonni e del volgo! specie, quando le han per protagonista il frataccio mangione e beone, giocatore e bestemmiatore, accattabrighe e scansafatiche, femminiero e mariuolo, asino e bue, tipo della belva umana non mansuefatta, che sommette la ragione al talento, per cui è sprecato ogni ammaestramento di savio, ogni rivelazion divina, cieco ad ogni ideale, curante solo del piacer presente e della soddisfazion momentanea...
 
===''L'impietratrice: panzana''===
Verseggiando a meraviglia ed anche poetando stupendamente, si può spropositare in politica, anzi non capirne un acca. Gli esempli abbondano. Fra i contemporanei il più splendido ed ovvio è quello del besanzonese Vittor Hugo, il quale divulgò un volume di giambi archilochei contro la Maestà di Napoleone III, tanto belli ed ingiusti che, resi inoffensivi dalla esagerazione stessa, venivan declamati per ischerzo ed isvago ed ispasso ed iscapricciamento dalla Imperatrice Eugenia e dagl’intimi della corte, durante le prosperità del magnanimo alleato nostro e benefattore. Jacopo Sannazzaro ci offre un’altra istanza più remota di valore epigrammatico unito ad insipienza politica.
 
===''Merope IV''===
Non oso scommettere ma giurerei d'esserci più caos, molto più, sul mio tavolino che nell'amministrazione italiana: carte scritte, da scrivere e geografiche; armi bianche e da fuoco; oggetti di scrittoio; capi di vestiario; libri e libercoli; occhiali e cannocchiali; mille cosette stravaganti vi sono confusissimamente frammischiate: e quantunque volte mi accade di cercare o questo o quello, travolgo ogni cosa in guisa da far maggiore il disordine, se fosse possibile. Altrimenti, se tutto fosse ordinato, sistemato e classificato, non saprei lavorare, non mi verrebbe un pensiero. Quando, dopo un viaggetto, un'assenza, riprendo il mio solito posto, per due o tre giorni non mi riesce di combinar nulla, finché a furia di scartabellar libri, di scarabocchiar cartuscelle, di scaricar le tasche e soprattutto di rimuginare l'accumulato non abbia ristabilito l'amico scompiglio.
 
===''XII conti pomiglianesi''===
'Na<ref>Notevole è la tendenza, che hanno i dialetti nostri, a distinguere ''uno'' ed ''una'', articoli, da ''uno'' ed ''una'', numerali. I milanesi han fatto dei primi ''on'' ed ''ona'' e de' secondi ''vun'' e ''vunna'', (''voeunna''). I napoletani adoperano come articoli <nowiki>'</nowiki>''no'' (''nu'') e <nowiki>'</nowiki>''na''; ed ''uno'' ed ''una'' per numerali).</ref> vota nce steva 'na mamma e teneva<ref>''Teneva'', alla spagnuola, per ''avere''. Ad una napolitana, che diceva: - «Tengo un gran mal di capo;» - rispondeva un fiorentino: - «O s'io non glielo veggo in mano? Me lo mostri un po' per vedere». - A Bertrando S...., che porgeva un francescone ad una cambiamoneta, dicendole: - «Tieni la moneta?» - venne risposto: - «O che me l'ho a tener davvero, la moneta?». - La prima ''e'' di ''teneva'', le due di ''veretà'' e generalmente tutte le e disaccentate non finali sono così tenui e strette, da confondersi quasi, come da alcuni effettivamente si confondono con l'''i''.</ref> 'nu figlio, ca ssi chiammava Giuseppe; e pecche nu' diceva nisciuna<ref>''Nisciuna'', nessuna. [[Giordano Bruno]] adopera spesso questo napoletanesimo.</ref> buscìa 'o<ref>'''O mettette nomme'', gli (lo) mise nome; ''Giuseppe 'a Veretà'', Giuseppe la Verità. Il De Ritis scrive ''sub'' LA: - «Spesso,nella pronunzia, la L viene totalmente abolita, e talvolta benanche nella scrittura, comunque i buoni autori se ne guardino, specialmente nella prosa; e se accade, che l'usino in poesia, a mera licenza o (a dir meglio) poltroneria, vuole attribuirsi. Pure, non mancano scrittori, che di questa aferesi si compiacciono, la quale il dialetto napoletano col comune italico potrebbe mettere a paragone, come il portoghese col castigliano; e, nella veneranda archeologia, come l'attico col comun greco. Checchè ne sia, il Del Piano non altramente elaborava le sue canzoncine spirituali, se non con questo sistema:
<center>«Chi p' 'a famme ss'allamenta,<br>Chi p' 'a sete e chi p' 'o fuoco...<br>Che seccà' ve pozza 'a lengua...</center>
«E così sempre. Egli è chiaro, che gli articoli, così attenuati alla semplice vocale, esigono uno strascico e quasi una duplicazione di pronunzia». - Il cavaliere Raffaele D'Ambra scrive poi: - «L<nowiki>'</nowiki>''a'', in luogo dell'articolo ''la'', si tollera nel dialetto parlato; ma è un errore nella scrittura, dove si ha a segnare tutto intero». - «Grecamente del la articolo, mangiasi l<nowiki>'</nowiki>''l'' nella pronunzia plebea. Esempii: ''A mamma'', la mamma; ''a scuffia'', la cuffia. Ciò sarebbe errore nella scrittura». - Sarebbe errore, è errore! perchè? Se così si dice, e non altrimenti? E che c'entra la Grecia? Ci avevamo la lingua scritta e la parlata: ora, il D'Ambra ci vuol regalare anche il dialetto scritto ed il parlato, tanto per aumentar la confusione. Questo dialetto scritto, diverso dal parlato, non altro sarebbe se non un gergo convenzionale: e tale è pur troppo; giacchè piace al più gli scrittori vernacoli di storpiar del pari la lingua aulica e lo idioma domestico. In Napolitano si dice quasi sempre <nowiki>'</nowiki>''a'' e non ''la''; <nowiki>'</nowiki>''o'' (oppure '''u'') anzichè ''lo'' e ''la'', semprechè la parola seguente cominci per consonante. Se ne' canti popolari si usasse lo e la, i versi zoppicherebbero quasi tutti. Così pure si dice <nowiki>'</nowiki>''e bacche'' e non ''le bacche'' (le vacche); <nowiki>'</nowiki>''e bitelle'' e non ''le bitelle'' (le vitelle).</ref> mettette nomme Giuseppe 'a Veretà. 'Nu juorno, ammente 'o stava chiammanno, ssi truvò a passa' 'o Re; e, verenno, ca chella mamma 'o chiammava accussì,<ref>''Accussì'', così.</ref> li spiava:<ref>''Li spiava'', le chiedeva. ''Spià''', chiedere, domandare, interrogare. Vedi ''Varie Poesie | di | Niccolò Capassi | Primario Professore di Leggi | nella R. Università di Napoli || In Napoli MDCCLXI | Nella stamperia Simoniana | Con permesso de' Superiori''. Achille dice a Grammegnone (Agamennone):
<center>Spia un a uno (e bide che te dice):<br>Sì li trojane l'erano nemmice?</center>
Gregorio De Micillis scrive: - «Nell'edizione Simoniana delle ''Poesie varie'' di questo autore, e ne' suoi ''Sonetti in dialetto patrio'', da me pubblicati l'anno 1789, leggesi ''Capassi'', e non ''Capasso'', e male; perchè in tutte le sue lettere, ed in altre scritture di sua mano, egli sottoscrisse sempre il suo cognome coll<nowiki>'</nowiki>''o'' in fine e nommai coll<nowiki>'</nowiki>''i'', come, affettando un certo fiorentinismo, sogliono praticare i moderni. Il nostro Grandi, nell'eccellente trattato dell<nowiki>'</nowiki>''Origine de' cognomi gentilizî'', condanna questo abuso e ne fa vedere l'irragionevolezza con pruove, che non ammettono risposta. Vedilo alla pag. 284 e seguenti della detta Opera.» - Così può leggersi ne ''Le opere | di | Niccolò Capasso | la maggior parte inedite | Ora per la prima volta con somma diligenza raccolte, | disposte con miglior ordine | e di Note | ed Osservazioni arricchite | da Carlo Mormile |. Si è aggiunta in questa prima compiuta edizione | la vita dell'autore nuovamente scritta | da Gregorio De Micillis. | Volume Primo. || In Napoli MDCCCXI. | Presso Domenico Sangiacomo | Con licenza de' Superiori''. Pure, malgrado la disapprovazione del Grandi e malgrado tutte le buone ragioni, che consiglierebbero a mantenere inalterati i cognomi, li vediamo continuamente alterati da noi e nella scrittura e nella pronunzia, o per fuggire equivoci osceni, o per ingentilirli e per ravvicinarli al tipo aulico, o per altre cagioni. Così, per esempio, il sommo storico Carlo ''Troya'', voleva il suo scritto con l<nowiki>'</nowiki>''y'' anzichè con l<nowiki>'</nowiki>''i'' o con la ''j''. Le famiglie ''Culosporco'', ''Stracazzi'', ''Figarotta'', si fanno ora chiamare ''Colosporco'', ''Stragazi'', ''Fecarròta''. Il commendator ''Marvasi'', era figliuolo e fratello di ''Marvaso''. Un ''Torelli'', di origine albanese, giornalista, padre di un noto commediografo, è fratello e zio e figliuolo di tanti ''Turiello''. Conosco un ''Rossi'', ch'era fino a pochi anni fa semplicemente ''Russo''. Gl'illustri Silvio e Bertrando ''Spaventa'' appartengono ad una famiglia ''De Laurentiis'', la quale cominciò a farsi chiamare ''De Laurentiis-Spaventa'', quando entrò in essa l'ereditiera della famiglia ''Spaventa''; in poche generazioni il cognome originario s'è obliterato ed è stato surrogato del tutto dallo avventizio. Mille altri casi simili potrei citare.</ref><br>
- «Neh, pecchè 'o chiammi Giuseppe 'a Veretà?»<br>
- «Pecchè nu' dice nisciuna buscìa.»
 
==Note==
<references />
 
==Bibliografia==
*Vittorio Imbriani, ''[http://www.liberliber.it/biblioteca/i/imbriani/index.htm vivicomburio e altre novelle]'', Vallecchi Editore, Firenze, 1977.
*Vittorio Imbriani, ''[http://www.liberliber.it/biblioteca/i/imbriani/index.htm L'impietratrice: panzana]'', Serra e Riva Editori, Milano, 1983.
*Vittorio Imbriani, ''[http://www.liberliber.it/biblioteca/i/imbriani/index.htm Merope IV]'', Serra e Riva Editore, Milano, 1984.
*Vittorio Imbriani, ''[http://www.liberliber.it/biblioteca/i/imbriani/xii_conti_pomiglianesi/pdf/imbriani_xii_conti_pomiglianesi.pdf XII conti pomiglianesi con varianti avellinesi, montellesi, bagnolesi, milanesi, toscane, leccesi, ecc.]'', [Bologna], A. Forni, [1975].
 
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