Differenze tra le versioni di "Euripide"

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*''Chi può sapere se il [[vita e morte|vivere]] non sia [[vita e morte|morire]] | e se il morire non sia vivere?''<ref>Da ''Polido''; citato in [[Platone]], ''Gorgia'', 492e; in Platone, ''Tutti gli scritti'', a cura di [[Giovanni Reale]], Bompiani, Milano, 2005, p. 902. ISBN 88-452-9003-4</ref>
*Chi trascura di [[imparare]] nella giovinezza perde il passato ed è morto per il futuro.<ref>Citato in Guerrino Oliva, ''Saggezza antica e moderna'', Ponte nuovo, Bologna, 1981, p. 90.</ref>
*'''Medea''' {{NDR|[[Medea]], rivolgendosiRivolgendosi alla Corifea}} ''Fra quante creature han senso e spirito. | noi donne siam di tutte le piú misere. |Che, con profluvii di ricchezze prima | dobbiam lo sposo comperare, e accoglierlo | — male dell'altro anche peggiore despota | del nostro corpo. E il rischio grande è questo: | se sarà tristo o buon: ché separarsene | non reca onore alle consorti, né | repudïar si può lo sposo. E, giunta | quindi a nuovi costumi, a nuove leggi, | indovina dovrebbe esser: ché appreso | in casa non ha già come piacere | possa allo sposo. E quando, a gran fatica, | vi siamo giunte, se lo sposo vive | di buon grado con noi, se non sopporta | il giogo a forza, invidïata vita | la nostra! Ma se no, meglio è morire. | Quando in casa si cruccia, un uomo può | uscir di casa, e presso un coetaneo, | presso un amico, cercar tregua al tedio: | noi, di necessità, sempre allo stesso | uomo dobbiamo essere intente. Dicono | che passa in casa, e scevra dai pericoli | la nostra vita, e invece essi combattono; | ed hanno torto: ch'io lo scudo in guerra | imbracciare vorrei prima tre volte, | che partorire anche una sola. Ma | ciò ch'io dico per me, male s'addice | a te: la patria hai tu, la casa tua, | agi di vita, consorzio d'amici: | io sola sono, senza patria, e oltraggio | mio marito mi fa, che me rapiva | da una barbara terra; e non ho madre, | non fratello o parente, a cui rivolgere | possa l'approdo in questa mia sciagura. | Ora io vorrei da te questo impetrare: | se qualche via, se qualche astuzia io posso | escogitare, onde allo sposo infligga | del mal ch'esso mi fa la giusta pena, | tu non parlar: ché in tutti gli altri eventi, | piena è la [[donna]] di paure, e vile | contro la forza, e quando vede un ferro; | ma quando, invece, offesa è nel suo talamo, | cuore non c'è del suo piú sanguinario.''<ref>Da ''Medea'', in ''Le tragedie: {{small|Medea – Alcesti – Le Fenicie}}'', traduzione di [[Ettore Romagnoli]], con incisioni di Adolfo De Carolis, Zanichelli, Bologna, 1928, [https://it.wikisource.org/wiki/Pagina:Tragedie_di_Euripide_(Romagnoli)_II.djvu/33 pp. 30-32].</ref>
*Gli uomini [[timidezza|timidi]] non fanno neppur numero nei combattimenti, e quantunque presenti, sono assenti.<ref>Da ''Meleagro''. Citato in Niccolò Persichetti, ''Dizionario di pensieri e sentenze di autori antichi e moderni d'ogni nazione'', 3 voll., Fratelli Rechiedei, Milano, 1877-1878, vol. III, 1878, [https://books.google.it/books?printsec=frontcover&id=XDc_AQAAMAAJ&pg=172#v=onepage&q&f=false p. 172].</ref>
*{{NDR|Gli [[uccello|uccelli]]}} I messaggeri degli dèi.<ref>Citato in [[Plutarco]], ''De sollertia animalium'', traduzione e note di Pietro Li Causi, cap. 22, in Aa. Vv., ''L'anima degli animali'', Einaudi, Torino, 2015, p. 258 (cfr. nota a p. 485: «Così citato, il verso non rimanda ad alcuna delle tragedie note di Euripide [...]. Si potrebbe comunque fare allusione a ''Ion'', 159»). ISBN 978-88-06-21101-1</ref>