Differenze tra le versioni di "Jean Cocteau"

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*[[Fréhel]] è una barbona sul tipo di [[Yvonne de Bray]]. [...] Nella metropolitana è spaventosa. Spaventosa e insolente (sicura di sé), sdentata, enorme, sporca, grassa, una specie di entità femminile – come a Marsiglia. Parte per la Germania, va a cantare nelle fabbriche. Che strana propaganda! (p. 65)
*Bérard dice: «Ogni volta che Picasso cerca di avvicinarsi all'umano, cade nel conformismo, nell'accademismo, nell'oleografia spagnola. Lo ritroviamo solo nelle sue opere indecifrabili. In esse regna con un senso plastico quasi infernale. La sua penan che sputa, macchia, strappa il foglio. La firma è sempre il suo miglior disegno». (p. 178)
*Cena con [[Christian Bérard| C. Bérard]] al ristorante cinese. Parliamo della nostra impresa. Il metodo di Bérard sta nello spaventarsi, neldnel emoralizzarsidemoralizzarsi, nel disperdersi, nel sudare per l'angoscia, appena non è più in diretto contatto con la tecnica. Vi attinge le energie e mescola onde che poi gli sono utili quando ritrova la calma. (p. 183)
*[[Yvonne de Bray]] (in gran forma) si ubriaca, strappa tutti i bozzetti di Annenkov, devasta la casa dei Rochas, mi telefona che non reciterà nel film, e mi ritelefona il giorno dopo didendo che reciterà. È un ciclone. Annenkov che passa per uno scenografo di prim'ordine sembrava, in un attimo, un povero portinaio in confronto a lei. Piccola epoca di piccole sagge pazzie, che non sopporta più i mostri sacri, di cui Yvonne rimane un modello. Se riesco a scatenare questo ciclone nel film, sarà magnifico. Ci riuscirò? (p. 183)
*A Bérard piacciono solo il disordine e le discussioni infuocate. Accende il fuoco e lo alimenta con dei ramoscelli. Il suo arrivo nei luoghi pubblici. La barba, il feltro tagliuzzato, i suoi stracci. Stupore. Come incoraggiamento tira fuori delle scatolette d'oro e mette dei biglietti da mille sul tavolo del ristorante. La gente pensa che siano oggetti rubati. Bérard porta lo stupore al massimo decorando il pane di senape e salsa inglese che cola da tutte le parti. (pp. 188-189)
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