Differenze tra le versioni di "Francesco Guccini"

*Un altro aspetto ci fece preferire {{NDR|negli anni cinquanta}} il [[rock]] al [[jazz]]: per suonare il secondo bisogna essere eccellenti strumentisti, per fare il primo è sufficiente conoscere tre accordi. (p. 48)
*Guardavo i film di [[Elvis Presley]] e, come facevan molti, mi piazzavo davanti allo specchio e cercavo di imitarne le movenze. Cominciai a non separarmi più dalla chitarra perché la differenza tra un Guccini con chitarra e un Guccini senza chitarra era evidente: il secondo non aveva nessuna possibilità di avere delle ragazze. (p. 48)
*Cominciai a frequentare ancora più assiduamente [[Bonvi]]. Anche lui disegnava risvolti e vecchie sacche legate con la corda nelle quali si metteva la tuta da ginnastica. Bonvi è sempre stato un grande fiancheggiatore. Ci seguiva, ma non sapeva né suonare né cantare. Era stonatissimo. Amava disegnare, fare casino e tutto ciò che era tedesco. Alle feste in maschera di carnevale si presentava sempre vestito da generale germanico. (p. 56)
*Bonvi era matto, forse la persona più matta che io abbia mai conosciuto. Capace di slanci generosissimi ma anche difficile da frequentare. Molto buono ma spesso insopportabile. Non si reggeva. Era sempre oltre le righe, in fatto di bevute, ed era anche una persona molto sola, di quel tipo di solitudine che a volte è inavvicinabile anche dagli amici. Lui mi amava molto, per quello che ero ma un po' anche per quello che rappresentavo, cioè il vecchio gruppo di Modena. Lo dico senza paura di offendere la sua memoria o di commettere un'ingiustizia: mi considerava suo amico più di quanto io considerassi lui amico mio. Ci trattavamo malissimo ma per gioco. In un locale di Bologna che ha radunato molto materiale suo, c'è ancora, appesa al muro, una lettera che gli mandai mentre ero militare. Cominciava così: "Vecchia sifilitica puttana...". Bonvi era leggendifico. (pp. 56-58)
*Teniamoci stretti, noi che rimaniamo. Sì, ci penso alla morte. Se dicessero a una persona che fra due mesi morirà, lui farebbe in modo di mettere tutto a posto, doveri e divertimenti. Invece noi siamo abituati a condurre la vita come fossimo immortali, a vent'anni soprattutto. (p. 58)
*Prima ti esibivi con il tuo gruppo e poi fungevi da accompagnamento a qualcuno più famoso di te. In genere andava tutto bene, ma capitavano sere in cui niente andava per il verso giusto. Tipo quella sera. Non ricordo con esattezza se la stella fosse [[Nunzio Gallo]], allora popolarissimo, oppure [[Narciso Parigi]], uno stornellatore toscano che aveva una voce da tenore leggero. Credo fosse Nunzio Gallo. Per farla breve, nessuno dei Gatti conosceva le sue canzoni e nemmeno sapeva leggere gli spartiti, che erano enormi, grandi come lenzuoli. Noi bluffammo alla grande e rassicurammo Nunzio Gallo dicendo che ci avrebbe pensato il pianista, a seguirlo. In realtà, il pianista, cioè Marino {{NDR|Salardini}}, non aveva la più pallida idea di dove andare a parare e così dava delle martellate sui tasti da far venire il mal di mare. Da gran professionista qual era, Nunzio Gallo continuava a cantare cercando di non andare fuori tempo, ma tra una canzone e l'altra si voltava verso di noi dicendo a mezza voce ma in realtà ben udibile a tutti: "Ma che cazzo sta facendo quell'idiota?"- Mosso a compassione, provai ad accompagnarlo io con la chitarra, ma riuscii solo a limitare i danni. Fu un'esperienza devastante. (pp. 60-61)
*La musica era un ottimo collante per l'amicizia, per fare gruppo, e al tempo stesso valeva anche il discorso inverso: l'amicizia ti invogliava a metter su un complesso e far musica. (p. 62)
 
==Citazioni su Francesco Guccini==
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