Differenze tra le versioni di "Vittorio Pozzo"

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*{{NDR|Sul Catania 1960-61}} L'uomo che lo allena è un prototipo di questa forza morale: [[Carmelo Di Bella|Di Bella]] è un esempio di come la semplicità possa, in certi momenti critici, prevalere sulle forze complesse. È un ragazzo semplice, Di Bella, un ragazzo d'oro. Il contributo che sta portando al calcio italiano in questo complesso periodo di vita è più che notevole.<ref>Citato in Antonio Buemi, Carlo Fontanelli, Roberto Quartarone, Alessandro Russo, Filippo Solarino, ''Tutto il Catania minuto per minuto'', GEO Edizioni, Empoli, 2010, p. 193.</ref>
*{{NDR|Sul [[Quinquennio d'oro]]}} La [[Juventus Football Club|Juventus]], società dai dirigenti sagaci, dall'ambiente organizzato, dai giuocatori di classe, ha vinto con una squadra che è al suo tramonto, forse il suo più bel campionato. Bello perché è l'intelligenza che lo illumina. La calma, l'accortezza, il freddo calcolo, la precisione sfoderate dal più che trentatreenne Rosetta a Firenze sono l'indice della forza della squadra, la base prima dei suoi successi. È difficile, terribilmente difficile vincere un campionato in Italia. Di questa competizione noi siamo riusciti a fare una fornace ardente. Una fornace che è una meravigliosa fucina di energie fisiche e morali, ma in cui il cammino da battere non si riesce a discernerlo se non si posseggono qualità di eccezione. Una compagine mediocre, il [[Campionato italiano di calcio|campionato italiano]] non lo vincerà mai. Queste doti di eccezione, gli uomini che compongono la vecchia squadra della Juventus le possedevano, le han possedute finora nella misura necessaria. Passeran degli anni prima che questi uomini, che tante soddisfazioni han contribuito a dare all'Italia calcistica, vengano dimenticati.<ref>Da ''La Stampa'', 4 giugno 1935; citato in Angelo Carotenuto, ''[http://carotenuto.blogautore.repubblica.it/2016/04/26/1935-laltra-juve-dei-5-scudetti-cosa-si-scrisse/ 1935. L'altra Juve dei 5 scudetti: cosa si scrisse]'', ''Repubblica.it'', 26 aprile 2016.</ref>
*{{NDR|Sulla prima partita della Nazionale dopo la Seconda Guerra Mondiale.}} Mi recai subito a Milano e feci senz’altro le obiezioni che era il caso di fare: era impossibile dopo tre anni e mezzo di riposo, ricostruire di colpo la squadra, non sapevo nemmeno in quali condizioni si trovassero i giuocatori, e per parecchi esisteva anche la difficoltà di reperirli. Eppoi non si aveva il tempo per una preparazione nemmeno sommaria. I soli uomini su cui fossi in qualche modo informato e documentato, erano quelli del Torino e della Juventus, che io vedevo qualche volta all’opera. «Ve n’è a sufficienza», fu la risposta che io ricevetti. D’altronde non si trattava di fare le cose in grande stile. L’offerta ci era arrivata fra capo e collo all’improvviso, perché la Svizzera si era vista disdire di punto in bianco un impegno che essa aveva con una rappresentante di un altro Paese. Aveva la data libera, ed aveva pensato a noi, convinta di renderci un grande servizio perché erano parecchi i delegati dei Paesi che in quel particolare momento tramavano per metterci all’indice, avendo per motivazione il nostro contegno nella prima parte della guerra. Ci si voleva “boicottare”, escludere per qualche anno dalle competizioni internazionali. Si trattava secondo gli svizzeri, di mettere gli interessati davanti al fatto compiuto, giuocando prima che una decisione contraria fosse presa. Si trattava di prendere o lasciare. Avevo torto io.<ref>Citato in Nicola Sbetti, ''[https://www.ultimouomo.com/come-lo-sport-aiuto-litalia-a-uscire-dalla-seconda-guerra-mondiale/ Giochi diplomatici. Sport e politica estera nell'Italia del secondo dopoguerra]'', Viella, 2020.</ref>
 
 
 
*Un gladiatore fu [[Umberto Caligaris|Caligaris]]. L'energia e la volontà personificata. Il combattente nato. L'ambizione stessa che aveva di emergere, lo portava ad affrontare qualsiasi sacrificio, a fermamente volere, a correre qualunque rischio. Sul campo era un trascinatore, colla parola e coll'esempio. I suoi lineamenti duri, angolosi, volitivi — il fronte sempre bendato da un fazzoletto — trovavano diretta corrispondenza nei suoi atteggiamenti sul campo. Ambidestro, possedeva un rimando di una potenza spettacolosa. La specialità sua era il rinvio a forbiciata, per cui rimaneva un istante in aria come se stesse per spiccare il volo. Veloce, sicuro di se, deciso, non c'era avversario, per duro che fosse, che gli incutesse timore.<ref>Da ''[http://www.archiviolastampa.it/component/option,com_lastampa/task,search/mod,libera/action,viewer/Itemid,3/page,2/articleid,1126_01_1940_0252_0002_16116727/ Un gladiatore]'', ''La Stampa'', 20 ottobre 1940, p. 2.</ref>
 
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