Differenze tra le versioni di "Genova"

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(+ Maurizio Fantoni Minnella)
*Genova era una città inimitabile, per l'armonia della sua forma, per l'armonia tra forma e sito, per il significato di una cultura ricca di valori umani. Una città eccezionalmente individuata non riferibile ad altre, non confondibile anche dall'osservatore più sprovveduto.
*Genova ha una struttura pesantemente condizionata dalla struttura naturale. I suoi profili sono profili di colli che digradano al mare, il suo abbracciare il porto è uno stendersi sui terreni meno scoscesi lungo la riva, il suo porto è un'insenatura. E la città murata è contenuta in un quadro naturale non alterato di monti e di mare. L'armonia è così raggiunta attraverso la natura. È l'armonia della sequenza formale dell'ambiente naturale compresente e rispettato nella strutturazione della città.
*{{NDR|Sul centro storico di Genova}} Trent'anni fa era considerato un pittoresco ghetto con molti monumenti che ne costituivano la sola parte valida da salvare ed evidenziare demolendo il resto. Oggi proprio l'assieme è considerato monumento, da conservare nella sua quasi integrità, perché solo mediante l'assieme vengono trasmessi al contemporaneo i significati storici, artistici, ambientali, mentre alla mutilazione dell'assieme corrisponderebbe la perdita di molti dei significati. E questo si capisce proprio per la correlazione tra forma e contenuto, tra significante e significato.
 
===[[Gustave Flaubert]]===
 
*A un certo punto della mia vita non sono stato più quello che andava a Genova, ma che era di Genova. [...] Essere parte della sua propensione al declino senza fine, e essere parte della sua inesausta genetica resistente. Parte della sua riservata probità e delle sue smanie di conservazione, del suo conformismo in gramaglia e della follia dei suoi pensieri difformi. Parte di un immenso organismo vivente che non finirà mai, perché non esistono volontà tanto potenti e persistenti da annientare le sue ragioni soggiacenti.<br>Parte di una "superbità" che non è, non solo e non soprattutto, spoglia di fasti ormai perduti o mai esistiti, ma coscienza di una ragione di essere così come ha scelto di essere per propria volontà e non per altrui arbitrio. Non è così di tutte le città, non è così di tutte le comunità, non nel modo così interiore che è per Genova, città luterana in un paese controriformato.
*Abitava in [[piazza Stella]], un piccolo pozzo d'aria in mezzo ai vicoli tra San Giorgio e San Lorenzo. Il centro di Genova è pieno di piazze insoddisfacenti, luoghi a prima vista privi di una loro logica e di qualsiasi attrattiva; brandelli di vuoto buttati lì a caso all'incrocio di qualche carrugio. È probabile che questi luoghi siano nati per sbaglio, perché non sono tornati i conti dei mastri muratori, o perché all'ultimo momento sono mancati i soldi per costruirci un palazzo. Oppure c'era un palazzo, più in là nel tempo, una delle cento e più torri di città costruite dalle famiglie nobiliari; e magari questa famiglia si è messa nei guai, ha complottato, ha contrastato, e la Repubblica gli ha disfatto la torre: è capitato spesso nel corso dei secoli. A volte è stato messo un cippo con un messaggio ammonitore, altre volte si è lasciato correre. Restano queste piazze, come piazza Stella, che a fermarcisi nel mezzo ci si sente lievemente a disagio.
*Ho scelto di vivere a Genova da adulto, in un singolare momento di grande libertà e privilegio in cui avrei potuto vivere ovunque nel mondo. Ho scelto questa città non per ragioni di lavoro o familiari o affettive, come capita a moltissime persone, ma per puro piacere, considerando la possibilità di sceglierla come il più grato dei privilegi di cui la fortuna mi aveva favorito. Ho scelto quella che è sempre stata ai miei occhi, più di qualunque altra città del mondo che mi è capitato di conoscere, la città della meraviglia e della bellezza. Dello stupore che non finisce mai. E della complicazione: la città dove non basta mai un solo sguardo, una sola idea, un solo concetto, una sola parola, per contenerla tutta, descriverla senza banalizzarla, decidere se volerle bene o volerle male.
*Perlopiù girovagavano oziando per la città: era dentro la città che si trovavano in abbondanza i grandi spazi che il Giaguaro aveva da mettere a disposizione di Giacomino. Erano valli lussureggianti, pianure sconfinate, foreste inestricabili che avevano per nome Universale, Dioniso, Moderno, Chiabrera, Olimpia, Savoia, Orfero e così via: i cento cinematografi della grande Genova, compreso il Pioceto di San Fruttuoso, dove dai secolari panneggi del palcoscenico i pidocchi saltavano in sala come saltimbanchi.<br>Ci arrivavano con calma, zigzagando attraverso una città di palazzi e castelli, viali e giardini, budelli e passaggi, piazze e torri. Ma tutta quanta Genova non era che lo splendido fuaié, la sala d'attesa e il fumuar dei suoi cinematografi. La osservavano, il grande e il piccolino, con uguale stupore e meraviglia, ma anche con quella specie di perversa frenesia di chi ha un'altra meta e fa il vecchio giochino di tirare per le lunghe il tempo e i passi in modo di arrivarci per piccoli innumerevoli ed eccitanti passaggi.